Raul

di Sandro Salerno

Quando sei arrivato, stavo per andare via. Le valigie erano pronte, poggiate alla parete del corridoio. In una ci avevo messo i libri di lavoro e quelli che, come Martin Eden, mi porto sempre dietro. Nonostante tua sorella tenesse ancorate le mie gambe alla nostra casa, aspettavo un guizzo, uno stimolo che mi facesse decidere. Fino a quando un giorno tua madre, con il suo abituale sorriso indolente, appoggiata con le mani sulla spalliera della sedia, mi ha detto:
– Mi sa che c’è una novità. C’è un ritardo.
– Dove? – ho chiesto stranito.
– Non fare il coglione – ha detto lei.
Le valigie sono rimaste lì qualche tempo ancora. Poi le ho disfatte.
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Somigliavi a uno scheletro di lucertola, anzi, di un geco: macchie chiare e macchie scure su uno sfondo ovoidale di carta lucida. Ti ho visto crescere ogni mese, portando la tua immagine nel portafogli attaccato al libretto degli assegni, cercando una similitudine tra te, me e tua sorella. Senza trovarne. Ho cercato di immaginarti giorno dopo giorno, fallendo. Infatti quando sei nato mi è venuto un colpo.
– Ma quanto cazzo è brutto, così scuro e peloso – ho detto a tua madre.
– È un neonato, poi cambia. E non è per niente brutto – ha sospirato, ma si capiva che se l’era presa un po’.
Invece non sei brutto, con quei capelli biondi e gli occhi azzurri del nonno. Dicono che hai lo sguardo magnetico e un fascino raro. Cosa dovrei fare se non seguirti e insegnarti le cose che ho imparato vivendo i miei guai? A volte non dormo, penso alla miglior soluzione per te. E per me, di conseguenza. In teoria avrei degli schemi da seguire e applicare, ma ogni notte ne costruisco di nuovi. E sai che ti dico? Ti dico che non sono io a doverti insegnare cos’è la vita. Strano, eh? Anzi, penso che forse qualcosa me la puoi insegnare tu, come già hai fatto e stai facendo. Anche se a volte ci penso, non ho più fatto le valigie. Mica perché non devo partire. Un posto lontano da tua madre riuscirei a trovarlo, stanne sicuro. Soltanto che non voglio lasciare te e tua sorella. Mi hai fatto ritornare a essere un marito. Con i tuoi poteri stai organizzando le mie giornate tra scuola, piscina, videogiochi e feste di altri bambini. Però alla Playstation sono più forte di te. Ogni tanto ti lascio vincere. Sei sempre un bambino in fin dei conti. E i bambini si assecondano.
Oddio, spesso mi mostri come ci si comporta, con garbo e decisione. Come la volta che il tuo amico del cuore ti ha comunicato che partiva qualche giorno con la mamma. Andavano a casa del fidanzato di lei, a Milano. Tu che chiedi sempre dove sta, Milano. E cerchiamo sulla cartina geografica, passando il dito sopra come se fossimo partiti pure noi. E ti ho detto per gioco:
– Ti dispiace che l’amico tuo del cuore sia partito qualche giorno?
Con la faccia seria che fai quando parli dei sentimenti tuoi, mi hai detto:
– Veramente mi è scappato da piangere. Non riuscivo a non farlo, però non mi ha visto nessuno e mi sono pulito con la manica del grembiule.
Ecco. Vorrei saper piangere anche io come te, per un amico. Dirtelo e raccontarti quello che provo. Senza vergognarmi di te. O di me, in fin dei conti.
Devo rivelarti che quando stavi all’asilo sono venuto spesso a sbirciare dal cancello mentre giocavate nel giardino. Ho visto pure quando qualcuno di quei nanetti ti ha spinto per farti cadere, ma mentre stavo per scavalcare e venire a tirargli un calcio dove portava il pannolino, tu lo hai sgridato gonfiando il petto e sistemando la faccenda. Ho capito che sai come porti. Meglio di tuo padre. Insomma ti confesso che sono orgoglioso di te anche se non te lo faccio capire. Visto come sono bravo a fare il grande? Però, se qualche notte che ti infili nel lettone tra me e tua madre, potessi evitare di chiederle: – Quando va al lavoro papà? -, forse ti vorrei ancora più bene.

 

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