Un dia de Mayo en Staffolo

di Luca Rinarelli

 


Mi chiamo Luigi Santoni e sono giornalista. Sono un volontario di Amnesty International, come i miei undici amici che mi hanno affidato il compito di raccontare cosa successe l’anno scorso a Staffolo, un piccolo paese nell’entroterra delle Marche.
Il secondino mi apre il cancello d’accesso al braccio femminile del carcere di Ancona. Pareti grigie, tristi, come la sua faccia.
Arrivo davanti alla cella. Il rumore delle chiavi che aprono la porta mi causa una strana pressione alla bocca dello stomaco.
“Ciao, Consuelo.”
Lei mi sorride, con quelle rughe che sembrano segni scritti. Una storia che le solca la faccia.
“Come stai?”
“Bene. Mi trattano bene, qui.”
“Allora, sei pronta? Raccontami ancora cosa successe l’anno scorso a maggio. Vogliamo che la gente sappia perché l’hai fatto. Forse riusciremo a farti ridurre la pena.”
“Io voglio solo che si sappia cosa è successo a mio figlio. Ho settantasei anni, ormai.”
Mi fa un cenno dolce con gli occhi.
Io accendo il registratore. 

Era il 22 maggio.
Arrivai a Staffolo alle 8.25, con l’autobus. Mai visto, questo paese. A dire il vero non ero mai uscita dall’Argentina.
Piccolo, in cima a un colle. Le case ancora assonnate.
Ricordo il cielo azzurro scuro, con delle nuvole dai contorni netti, disegnati.
Sono andata all’unico albergo. Dopo essermi registrata alla reception,  riuscii a sbirciare sul registro il numero della stanza dove abitava lui. La chiave con quel numero non era dietro le spalle dell’inserviente. Quindi lui era nella sua camera.
Salii nella mia. Accogliente, comoda. Posai il borsone sul pavimento.
Mi feci una doccia bollente. Non riuscivo a togliere dalla testa quello che stavo per fare, ma Juan, mio figlio, mi venne in aiuto. Me lo immaginai sorridente, mentre l’acqua calda mi rilassava.
Coraggio, mamma. Saremo tutti in pace, dopo.
Mi rivestii con calma. Indossai una camicetta rossa. Un regalo di Juan. Non la indossavo da ventisei anni.
Scesi di sotto.
Al bar presi un cappuccino. Il barista mi consigliò di assaggiare un cavalluccio, un dolce buonissimo che aveva uno strano sapore di vino bollito.
Ai tavolini del bar non c’era nessuno.
Ecco, in quel momento stavo bene. Mi sembrava di essere in vacanza. Rilassamento dei muscoli e del cervello.
Mi sedetti ad un tavolo. Iniziai a canticchiare il tango che mi è rimasto dentro. Che mi accompagna dal 1983.
El tango de las madres locas di Carlos Cano.
Verso le 11 salii di sopra. La moquette sotto i piedi era morbida.  Arrivai alla mia camera ed entrai.
Presi la borsetta che avevo lasciato sul letto. Un letto sul quale non avrei mai dormito. Aprii la borsetta e presi in mano la piccola pistola a tamburo. Non avevo mai toccato una pistola prima di quella. Presi anche il piccolo istrice imbalsamato che avevo nel borsone.
Nel corridoio non c’era nessuno. Poca luce.
Bussai alla sua porta e lui aprì. Ricorderò sempre la sua faccia pallida di stupore, quando vide la pistola che lo teneva sotto tiro. Indietreggiò fino alla poltrona che stava davanti alla finestra e vi cadde dentro. Io chiusi la porta dietro di me.
Il dialogo che seguì è stampato nella mia mente, come un film.
“Buongiorno, capitano Guillermo Ramón Cesaretti.”
“Chi sei?”
“Una madre a cui hai fatto sparire il figlio, ventisei anni fa. Immagino che tu l’abbia ucciso dopo averlo torturato fino allo stremo. Volevate ripulire l’Argentina dai sovversivi. Mio figlio non lo era. Era solo un ragazzo.”
“Come mi hai trovato, dopo tutto questo tempo?”
“Le Madres de plaza de Mayo. Non ci limitiamo a manifestare in piazza, sai?”
“Siamo vecchi tutti e due, ormai. Non c’è notte che passi senza che io non riveda le loro  facce. Non pensavo di essere perseguitato dal rimorso. Sono venuto in questo piccolo paese da cui emigrarono i miei nonni, molto tempo fa. Scappare, trovare la pace. Non so…”
La faccia di Juan mi apparve con un sorriso, dietro di lui.
Gli sparai a un ginocchio. Urlò di dolore.
Poi gli sparai in mezzo agli occhi. Rimase lì, fermo. Con la faccia malinconica e la bocca aperta.
Aveva il cappello dell’esercito appeso all’attaccapanni.
Glielo misi sui radi capelli bianchi, e gli posai sopra l’istrice.
Rimasi lì, vicino a lui, aspettando che mi venissero a prendere.
Cantando il mio tango. 

“Consuelo, perché l’istrice?”
Mi sorrise dolcemente. Iniziò a cantare.

Todos los jueves del año,
A las 11 de la mañana,
junto a la Plaza de Mayo,
con lluvia, frio o calor.
Me dicen que no te fuistes,
mi bien, que te desaparecieron…
Que de pronto te esfumastes,
que te borraron del mapa…
que ni siquiera nacistes…
que medio loca, mama te inventò!
Con bandera o sin bandera
Grito tu nombre por las esquinas,
mientras que los generales
se dan al tango, por los portales.
Tango de las madres locas,
Coplas de amor y silencio,
donde está Pedro, donde está Lucia…
Cada vez que dicen “patria”,
pienso en el pueblo, y me pongo a temblar.

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