Broken Glass – #TUS2

scontri manifestazioneGabriele Merlini, che oggi ospitiamo, a Torino Una Sega 2 ha portato due testi: un brano da Il sangue degli Ashenden – Il condominio di Stanley Elkin, e questo Broken Glass

Cara vecchia tigre che dorme (afferrato il rimando?), permettimi di ricordarti come le cose andarono più o meno in questo modo. Poiché molto tempo è ormai trascorso e la memoria può giocare qualche scherzo. Dunque riassumiamo: si deve al tuo articolo che stamani ho avuto la sfortuna di leggere il tentativo di scrivere questa mia scimmiottando il tuo stile da pomposo bastardo. E se talvolta annusi stia superandoti in grazia e profondità beh, fammi il piacere di non polemizzare anzi spedirmi un bouquet di rose nella tana che da qualche lustro infesto in totale solitudine. Sarà gesto commovente e graditissimo. Ma veniamo al dunque.
È correlabile al ributtante trend adesso in circolazione – quello che spinge numerosi direttori di testata a infilare bei soldoni nelle tasche di sciagurati del tuo stampo – il pezzo odierno sui tuoi (i nostri) anni del liceo. Come se qualcuno potesse essere interessato ai particolari più luridi del percorso scolastico di un modesto scrittore di farse tipo te, assieme a un fallito bombarolo del mio stampo.
Allora ci rifletto e mi dico: deve essere stato terribile vivere un così lungo periodo nella totale assenza di contatto con il reale se, per descrivere quanto accadde quel giorno, hai ritenuto opportuno sputacchiare una menzogna dietro l’altra. Proprio non capisco. Ed ecco perché, se chiudo gli occhi e sospiro, a volte riesco a vederti penzolare da un cappio davanti al duomo con tutti i bidelli del mondo che brandiscono scovoloni da cesso.
Ma scusa se divago. Sto solo provando a riordinare le idee. Però non è facile, sebbene i miei chakra siano stasera talmente arzilli e bollenti che potrebbero senza eccessivi problemi friggerti il sedere pure dall’altra parte dell’oceano.
Tuttavia sappi che l’incipit lo confermo e va bene. Era sul serio consequenziale a un numero sempre più elevato di interventi l’avanzamento di postazione nelle assemblee della occupazione, e finire dietro il banco dei capi-popolo non risultava faccenda alla portata di tutti. Ma noi ce la facemmo. La stanza dei bottoni studentesca. I sedicenni più in gamba della scuola a decretare cosa fosse buono e cosa cattivo. Il potere di veto alle manifestazioni e la massa al rimorchio se solo riuscivi a sconfiggere l’ansia per tutti quegli sguardi di adolescenti sulla pelle. Occhi visti da davanti a sostituire i più usuali culi visti da dietro (inutile girarci attorno: il periodo di maggiore spolvero per un culo si colloca tra i quindici e i diciotto anni) e bene hai descritto l’ambiente nella retrospettiva. Specie la frase «noi due soli, assieme a mille fantasmi insaccati in t-shirt di band tipo Slayer, Godflesh, Anthrax, Fear Factory o Sepultura.»
Chapeau, mon frère de lait. Eppure il marcio viene adesso poiché (e dico questo senza minima traccia di rivalsa sociale) le forze dell’ordine non spintonarono me a terra, facendo cadere lo striscione con il ricercato slogan critico contro la Iervolino. Idem non fosti tu ad aiutare mea tornare in piedi, prendendoti quella manganellata che a me era indirizzata e così scoprendo il tuo estro compositivo. No. Caro mio immolatore professionale. Lascia che ti ricordi come le cose andarono davvero. Ovvero fosti tu il bersaglio dei poliziotti, che stimo stasera in numero pari a seicentosessantasei unità, e fosti tu a essere menato talmente a lungo che in alcuni punti delle tue paffute gote il sangue iniziò a sgorgare copioso come un fiume di orrido plasma spruzzante tipo rubinetto. Mon dieu.
Fosti tu ad essere preso per interminabili minuti a calcioni mentre dal cielo pioveva una rombante nuvola di frecce infuocate, e fosti tu novello San Sebastiano ad accasciarsi stremato sul dorso di una lucente Sfera Piaggio.
Fosti tu a ritrovarti con lo sterno smontato dai colpi di quegli anfibi neri piangendo come una bimbetta, e fosti tu che venisti disarticolato attraverso una forma di tortura chiamata cavalletto, con le gambe spalancate alla testa del corteo e le budella a colarti sulle scarpe come un filare di salcicce.
A te infilarono la pera orale in bocca e la pera rettale nel culo. A te fecero la mordacchia o «briglia della comare», che sarebbe pratica ficcare un uncino sulla lingua con il fine di obbligare il derelitto a ingoiare il proprio sangue, e fosti tu a non scappare dal Toro di Falaride, struttura di metallo incandescente entro la quale a metà anni novanta la polizia usava rinchiudere i soggetti più disobbedienti della rete dei licei.
Mio adorabile moicano, ancora rivedo il tuo colorito sotto le manganellate. La fronte violacea mentre vomiti qualcosa di grumoso sull’asfalto, e il tuo corpo coperto di croste. Le stigmate. Le vesciche purulente e quei sozzi bubboni di un livido paonazzo che sarebbero esplosi nel breve di pus, umori e necessità di rimozione. Poiché ricorda: su tutto fui io a sistemarmi tra te e quel manganello e nuovamente posso udire il rumore della mia testa che si spezza tipo cavolfiore quando viene aperto. Però nessun estro artistico ne è mai fuoriuscito, sai? Solo questa elegantissima forma di vendetta.
Così fammi un favore. Adesso che stiamo avvicinandoci alla fine delle danze alza lo sguardo da questa letterina e torna in camera da letto. Quello che vedrai non sarà un bellissimo spettacolo ma stavolta credimi, è tutto tremendamente reale.

Un caldo abbraccio.
Tuo G.

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