Le catene da neve

nevecatenedi Matteo Salimbeni

Nel 1994 il sindaco di Tramine emanò un’ordinanza comunale che costringeva tutti gli abitanti del piccolo borgo a portare le catene da neve a bordo della propria automobile. Chi fosse stato scoperto in assenza di catene avrebbe pagato una multa salatissima, pari quasi alla metà dello stipendio di un operaio di secondo livello. Il fatto, di per sé secondario o tutt’al più pittoresco, gettò in una specie di turbamento mistico gran parte della popolazione locale, dato che era dal 1880 che su Tramine non cadeva un fiocco di neve e niente lasciava presagire che le condizioni meteo fossero di fronte a una svolta epocale. Perlomeno non imminente. L’avvocato Marcello Ganzaroli ebbe modo di descrivere quel particolare stato d’animo con la spregiudicata esattezza che tutti, in paese, ormai, gli riconoscevano. Seduto su una panchina di Piazza Amedeo, assieme a una folla di pensionati intontiti e prossimi alla morte, prima di ingurgitare il terzo Pernod della serata, quello della buonanotte, disse: “È come se mi avessero ammalato”. Ed in effetti era così. A Tramine ne erano successe di cose, dal dopoguerra agli anni novanta. Elezioni truccate. Politici corrotti. Mostri ecologici. Morti ammazzati. Suicidi carichi d’intramontabile mistero. Scambi di voti, di favori, di sfregi. Faide, e vendette a non finire. Fabbriche chiuse. Negozi storici passati a miglior vita per l’arroganza di banche, grandi aziende e grandi marche. Pagine nere, nerissime d’ingiustizia sociale e la storia del povero Renatino Badile che aveva fatto il giro dei giornali nazionali: un giovane pescatore sovrappeso trovato esanime nella sua chiatta senza arti e senza testa, solo pancia, orrendamente mutilato da ignoti. Ma la storia delle catene fu il punto di non ritorno per quella comunità raggiante, abituata ai vasti orizzonti e alle grandi spiagge – il mare ai fianchi, l’aperta campagna alle spalle – per quel mondo smanioso di vita a cui il sole aveva donato, millenni prima, il privilegio degli ulivi, dei picnic in barca e della spensieratezza. Non bastò, pochi mesi dopo, scoprire che la moglie del Sindaco, originaria del Trentino, era parente di un certo Martino Moser, proprietario di una società di catene da neve, imprenditore disinibito e visionario che aveva imprudentemente aperto una succursale dell’azienda proprio alle pendici di Tramine. Non bastò dare una spiegazione. Unire fatti. Rendere logico ciò che a una prima occhiata appariva oscuro e dire che “sì, l’abbiamo capito… è solo uno squallido rigirio di interessi, di quelli che se ne vedono tanti, in Italia, nel mondo, di questi tempi. Di quelli che si vedono ovunque. Da sempre”. Ormai l’inspiegabile era piombato su Tramine e come un’ombra grassa gravava adesso sulle schiene dei viandanti, s’aggirava nei vicoli, bussava ai portoni, e poi dentro, dentro le case, dentro le stanze, un’ombra irrequieta che scivola nei letti, ammalando i sogni dei cittadini onesti, spalancando le porte a ogni tipo di dubbio, timore, sgomento, risucchiando la fiducia di ognuno nel gorgo del sospetto – e quella dei bimbi nei confronti delle madri e quella dei giovani nei confronti degli avi e quella dell’amico nei confronti dell’amico. Quando, vent’anni più tardi, la neve scese su Tramine, accucciandosi sulle statue della chiesa di Santa Reparata, foderando ogni pietra, ogni davanzale, ogni cancello arrugginito, sembrò quasi una carezza sul volto di un morente. L’avvocato Marcello Ganzaroli aveva quasi un secolo, soffriva d’insonnia e non usciva di casa da dieci anni. La neve bussò alla sua finestra e lui non disse una parola. Non sorrise. Non pianse. Scese le scale. Lentamente. Si trascinò sino alla sua vecchia Ritmo. Aprì il bagagliaio e prese le catene. Pesavano. Gli ci volle mezz’ora a rientrare in casa. Arrivato nel grande salone legò le catene alle travi del soffitto. E ci s’impiccò. La neve scese per cinque giorni ancora. E neanche un’automobile uscì per le strade di Tramine.

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