Parigi à passages – Passage Feydeau

di Simone Olla

Questa è la storia di un valzer: una storia in tre quarti dove il quarto è un silenzio necessario, la nota muta di una sonata per piano. Questo breve ballo che ci concediamo – la vita – ha perfino una strada connessa a narrazioni elettriche. Quanto è scritto deforma la vista, poi. E quanto visto deforma lo scritto, o lo informa. L’esorbitante quantità di informazioni e immagini che subiamo ogni giorno, e che rimangono a disposizione della nostra pancia mai sazia, tesse verità su verità per sfuggire alla realtà del dubbio: il fuori della caverna di Platone è un labirinto sicuro, coperto per tre quarti da reti fiuì, dove il quarto – ancora – è un singhiozzo di silenzio necessario. Una specie di singulto. O un rapido rigurgito.
Il territorio e le sue trasformazioni; la città che si allarga, asseconda il fiume, dialoga con le colline dattorno, con le abitazioni e i materiali di queste; la paura del fuoco quando di legno si alzavan le case è rimasta tale e quale (c’è ancora tanto legno in questo cemento); la differenza fra passage e cité, lo stesso, non cambia; l’impasse dei boulevard che nel secondo impero imperano, le porte rase al suolo quasi tutte, corridoi d’aria per macchine e passanti, marciapiedi larghi, alberati, lampioni già becs de gaz, negozi di giocattoli in legno, philatélistes, ombrellai, incisori, macellai, parrucchieri, finanzieri, demolitori, opere buffe, ritagli di giornali, pisciatoi, gioco d’azzardo, sale da the rimaste aperte oltre l’orario consentito, si può fumare anche dentro, e chi non vuole fumare con noi può sempre raccontarci com’era un tempo, quando non si poteva fumare.
Era meglio, guarda: quando non si fumava nei locali, tornavo a casa e i capelli non mi puzzavano. Adesso, invece. Puzzano perfino le strade. E se le fogne si riempiono il primo sfogo è sempre la strada, che sale verso il fiume.

WB : Jacques Fabien, nel suo libro Paris en songe, dice che l’elettricità, a causa dell’eccesso di luci, può in molti casi portare alla cecità, e, a causa della velocità di circolazione delle notizie, alla follia.
FH : Questa città dove circolano le notizie non esiste più. Siamo esseri schermati che di tanto in tanto si danno in forma, figure smarrite ormai.

L’incontro con Hoderkopf, Ferdinand Hoderkopf, non può che avvenire di notte, in un Caffé che ancora serve alcol e dove il fumo si appiccica agli occhi. La notte non smette di essere passeggiata e decadente può essere perfino elegante. FH indossa il papillon slacciato e un berretto calato sulla fronte. Dopo aver assolto le formalità della presentazioni WB gli propone di trascorrere qualche giorno assieme, nella sua casa: potrai dormire comodo, gli dice. FH ingolla il pastis rimasto e ne ordina altri due; accende la sigaretta e sposta distrattamente i fogli che sono sul tavolo.
Sono giorni che vorrei scrivere a Emmy – la conoscete? Mi siedo qui e vengo distratto dalla porta che si apre – credo sia lei, ogni volta. Nell’ultima lettera le ho chiesto di raggiungermi. Vorrei poterle dedicare una raccolta poetica nella quale il mattino irride la notte passata. E chissà cosa pensate voi del sole.
Io? Cosa penso del sole? La trovo una discreta invenzione…
Ma poi rise solo WB. FH indirizzò lo sguardo verso il cameriere che tardava la consegna dei loro bicchieri. Di nuovo serio in viso, tirato, stanco.

DC – Nei primi appunti di WB la miseria si addormenta in un angolo, e nessuno è più disposto a sollevarla da terra. Oppure si fa bella specchiandosi nel lusso delle merci appese: ecco il paesaggio originario del consumo. Scrive WB: Miseria infima e lusso sfrenato, l’uno accanto all’altro nel più contradditorio dei legami.
REC – Continuo a non capire il soggetto del film, da dove partire.
DC – Partiamo dalla nascita dei passages, dalle gallerie in legno del Palazzo Reale. Da questa infrazione borghese, da questo confondere commercio e politica. E da quel passeggio reale – così coperto – arriviamo in città nel 1791 con il passage Feydeau – demolito nel 1824. Ed ecco le prime deflagrazioni narrative: chi demolì quel passage? E perché lo demolì? Potremmo recuperare delle immagini di questo passage? Dei quadri, magari. Delle stampe. Dov’era ubicato il passage Feydeau? Cosa c’è, oggi? Potremmo andarci domani.
REC – E immaginarlo.
DC – Dovremmo esplorare la collettività.
REC – Dovrebbe ricomporsi, la collettività.
DC – La collettività è un essere perennemente desto, direbbe WB.
REC – E tutte queste insegne sono ornamenti per la nostra mobilia.
DC – I passages danno una dimensione diversa al nostro vivere. E per nostro intendo il vivere della collettività. La collettività abita fuori, per strada. In casa ti entra mediata da un Lord Ord con molti Ram, velocissimo. E va così.
REC – Molti Ram?
DC – Velocissimo.
REC – E va così, che il Forum des Halles lo finiranno nel 2016. E dal 1786 se cambia lo spirito borghese dovresti dirmelo tu.
DC – No, arrivare fino ai lavori di les Halles significherebbe sconfinare nel documentaristico. Arriviamo fino al Carrousel du Louvre, a quella magnificenza di specchi del socialismo liberale. A quella decadenza architettonica. 1993: Carrousel du Louvre.
REC – Bofill?
DC – Bofill è ancora vivo; e non possiamo parlarne.
REC – Troppa pubblicità?
DC – Anche.
REC – Mi piacerebbe agitare i personaggi de La vie parisienne con Il carnevale degli animali.
DC – Teatro?
REC – Forse. In ogni caso narrazione per immagini.
DC – L’agonia del morto orale.
REC – L’importanza dello xilofono nell’Aquarium.
DC – Decisivo, keum’.
REC – Che strumento, lo xilofono.
DC – Che musicisti, i… fonoxiili.
REC – Domani serata argot?

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