Letteratura, specchio dei tempi

di Benedetta Sonqua Torchia

02%20metamorfosi%20di%20narcisoBalbettava da quando aveva imparato a parlare: più che parole, gli uscivano sussulti. Era stato un bambino precoce, cresciuto con la paura di non sapere se stesse vivendo una vita vera o un riflesso della vita.

Entrato nella vita adulta, Edo si sforzava di non perdere il contatto con il suo vero io: non voleva trovarsi come Shakespeare quando, a un certo punto, dovette constatare quanto lontana fosse l’immagine reale da quella che si ricordava e amava. E, per questo, cominciò a specchiarsi spesso, sempre più spesso.

Gli pareva che, negli specchi, la vita e la morte si potessero ribaltare, come la destra e la sinistra e Edoardo era sempre più convinto che sarebbe riuscito ad aggirare la morte con un trucco.

La svolta l’ebbe quando anche Bontempelli gli confermò che, negli specchi, le immagini riflesse continuavano a vivere in uno spazio parallelo e sarebbero sopravvissute alla morte ben oltre l’esistenza del corpo che s’era specchiato.

Da siffatta rivelazione ne dedusse le azioni da compiere: cucirsi addosso il proprio riflesso senza che questi vivesse di vita autonoma o lo abbandonasse per sopravvivergli e cercare una superficie adeguata dove poter lasciare la sua immagine per farla vivere in eterno.

Era stato facile redimere la prima questione: i vivi e i morti, in fondo, dividono quasi tutto, anche il tempo, e tutti, prima o poi, se ne vanno su e giù, lungo la linea del tempo, a cercare riparo nei ricordi, nella storia o nelle profezie. Il punto difficile rimaneva dialogare con il riflesso di un sé immanente e, per questo, immortale e scegliere la superficie adatta dentro cui riflettersi.

Non poteva rischiare di cadere in uno specchio come quello di Carroll dove si potevano forzare le regole fino al limite della scienza e trasformare i bambini in saggi e i gatti in mostri. Così come non poteva certo trovare rifugio in uno specchio simile a quello di Narciso o nello strumento del demonio che tutte le favole dipingevano.

Il suo pensiero, infatti, non si distoglieva da San Paolo: videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem. Edo aveva ben capito che lo specchio serviva per rendere sopportabile la pienezza della luce eterna ma, insieme, ne deduceva che, essendo la vita una copia sbiadita del compiuto, altro non era se non uno spazio imperfetto, a metà tra la morte che sarà e l’eternità già in atto mentre si è impegnati nell’essere.

Iniziò le sue ricerche dapprima tra gli specchi di famiglia, alla riscoperta di un soffio o un calore che gli restituisse la carezza del ricordo, ma gli sembrarono troppo pieni di avi, dinastie, non detti e cattive abitudini. Cercò allora tra gli specchi di personaggi illustri, alla ricerca di grandi levature morali. Nei musei, credeva di trovare l’incedere di regine e potenti, ma si vergognò della sua stirpe quando si imbatté in dubbi e tradimenti. Nei bagni pubblici, lo imbarazzavano quelle numerose testimonianze di amore fugace che si agitavano ancora e, dai rigattieri, pur divertendosi alla ricerca di antichi proprietari, quelle vite eterne in cui si tuffava gli sembravano già troppo usate.

Alla fine, la soluzione migliore gli sembrò scegliere il vetro di una finestra. Se gli specchi erano affollati, nelle finestre tutti vi guardavano per vedere più oltre. Voleva fissarsi su una superficie trasparente ai più, che si rivelava, invece, capace di riflettere il mondo fuori e il mondo dentro.

Aveva provato a spiegarlo alla fidanzata. Lei l’aveva guardato strano, aveva rimosso lo spazzolino da denti dal bagno della casa di Edo e non aveva mai più insistito perché andassero al cinema o a teatro. L’ultima volta, alla mostra, era stata un disastro quando lui, tutto eccitato, iniziò a urlare e sbracciarsi per mostrarle quel quadro fiammingo in cui una miriade di figurine additavano un uomo nell’atto di tuffarsi in uno specchio, come fosse una porta che univa la vita e la morte. Così, dopo quel pomeriggio, lui aveva avuto la conferma delle sue ragioni e lei smise di rispondere al telefono.

Non era andata meglio quando aveva provato a spiegarsi con i colleghi: erano gentili ma insistevano perché andasse in ferie.

Finché, un giorno, lo trovarono appoggiato a un infisso. Non faceva che guardare un gladiolo annerito. A vederlo di lontano faceva impressione: il pallore rimbalzava sbiadito dal corpo al riflesso, in un doppio inscindibile. C’era riuscito: un gemello nel vetro, vivo e inesistente, una copia vera ma immateriale che misurava il tempo col marcire di quel fiore.

Quando gli infermieri arrivarono dovettero prenderlo di peso. In ospedale, escluse le tendenze suicide, avevano acconsentito acché si piantonasse alla finestra aperta, nello spicchio disegnato tra l’anta e il davanzale. Solo così il riflesso teneva insieme la sua immagine, gli alberi, il cielo e il giardino. Gli altri malati in corsia si lamentavano per il freddo di gennaio ma, a conti fatti, non era un gran danno. S’era deciso a ucciderli tutti per rimanere da solo e sopravvivere a un’eternità sbiadita.

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2 Responses to Letteratura, specchio dei tempi

  1. Sei davvero brava. (Comunque so che le finestre è meglio non spiegarle alle fidanzate).

  2. fra gli assiri,fra gli egizi,i greci ,i romani,fino a noi ,costruire uno specchio,possederlo
    dava la possibilità (tutta femminile?) di dare valore allo sguardo degli altri.
    quando sarà successo che ,che lo sguardo ,è ricaduto su di sè?

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