Grillo, la macchina infernale – #SurrealityShow

Beppe Grillodi Andrea Frau

Il terreno è scivoloso. La macchina sbanda, il conducente molla il volante, apre la portiera e si lancia via dal veicolo. All’interno sono rimaste delle persone ma non importa. L’autista è rotolato in Costa Rica, i passeggeri sono finiti in una scarpata.
Un uomo alto e corpulento indossa un cappuccio e ripete:
“Compra questo cappuccio, compra questo cappuccio” come per ipnotizzare lo spettatore. Ora Giuseppe è vecchio, e a parte qualche raro spot per tv locali se ne son perse le tracce.

Giuseppe detto Beppe arrivò in Sicilia nuotando tra scandali, aspiranti suicidi e frustrati di ogni età pescando da questo target con ami a forma di punto esclamativo e di uno.
Il leader vellicò gli istinti più bassi e reazionari della gente con dei vibratori a forma di manganelli, istituì processi sommari in streaming e gogne online della serie: sputa anche tu al ladro con un click. In tutte le piazze maxi-schermi con la sua faccia sfigurata dalla rabbia e migliaia di persone ad ascoltare. Come una sit-com dell’odio una marea di frustrati sbraitava e urlava “affanculo!” a comando. A differenza delle sit-com quelle erano urla vere e chi sbraitava era pericolosamente vivo. Quando fu abbastanza numeroso l’esercito di automi marciò su Roma.
(I suoi soldatini marciano sempre ordinati, mangiano rapidi pasti vegani, leggono mille voci su Wikipedia in pochi minuti, ne aggiungono altre, inseriscono un commento negativo a una legge appena pubblicata sul sito del ministero, scaricano l’ultima fiction porno della tv pubblica con mamme al seguito, eiaculano, e tutto ciò in soli due minuti).

Vennero a prenderci casa per casa per portarci in Parlamento.
“Questa si chiama democrazia diretta: a rotazione sarete tutti rappresentanti del popolo” ci dicevano. Militanti con facce da Testimoni di Geova strappavano ai loro cari i cittadini designati in spregio alla Non-Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Per carità, bravissime persone, ma privi dei più basilari rudimenti di diritto costituzionale. La gente rapita era costretta a girare dei video e postarli su YouTube in cui enunciava i punti del loro programma, sottotesto:
“Aiuto, liberateci!” Più che un programma sembrava un testamento biologico.

In quel momento Giuseppe detto Beppe era il re del mondo. Tutti lo corteggiavano e lui se ne stava al suo balcone da ducetto a fare la preziosa. L’Italia era un paese che stava in equilibrio sulle minacce. Ognuno aveva un bottone rosso sotto la scrivania: Monti minacciava l’ira delle mistiche forze dei mercati, Berlusconi minacciava manifestazioni contro i giudici, Maroni paventava rivolte fiscali, Ingroia voleva arrestare tutta la classe dirigente preventivamente per gravi indizi di reato e Bersani? Bersani minacciava di sbranare chiunque avesse parlato di MPS tra le risate generali.

Cosa successe al nostro, quindi?
Iniziò tutto con delle strane telefonate minatorie. Una voce contraffatta lo chiamava ogni giorno: “Beppe, Beppe” ansimava. Poi riattaccava.
Un giorno il nostro ex salvatore uscì da casa.
“Buongiorno”, gli disse un tale.
Riconobbe la voce: era il mitomane del telefono. L’ex comico guardò dritto a sé e vide molta gente che lo guardava in cagnesco. Fece due passi indietro, provò a rientrare in casa, ma la chiave usb si ruppe. Uscì dal cancelletto a forma di hashtag mentre gli influencer camminavano dietro di lui a passo sempre più svelto. Dopo pochi passi, la folla inferocita cominciò ad inseguirlo. Beppe prese a correre terrorizzato con la faccia stravolta. Un gruppo di giornalisti correva insieme a loro. “Aiutatemi merde!” gridò Grillo.
“Con noi non ci parli, no?” risposero i giornalisti.
“Italiani! Se avanzo seguitemi e se indietreggio… com’era Beppe?” lo sfotteva un cronista.
Si narra che il tribuno trovò una macchina, chi si fidava di lui ci salì, e scappò via.
Il nostro Caronte sbandò, abbandonò la zattera e i passeggeri andarono ad auto-rappresentarsi nell’aldilà. Ecco tutto. Oggi nessuno affronta più la questione. Rivangarla è come dissotterrare un cadavere dopo un secolo per la prova del DNA.

Suona il telefono:
“Beppe, Beppe”. Brivido.
“Riconosco questa voce”, pensa Grillo tremante. “Cosa vuoi ancora da me?!”
“Beppe, sono io, Gianroberto, ti interesserebbe una serata a Pozzomaggiore?”

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