Una posizione scomoda

posizione scomodaIn anteprima un estratto del nuovo romanzo di Francesco MuzzopappaUna posizione scomoda (Fazi), nelle librerie dal 22 marzo. 
Buona lettura.

Tornare alla base è sempre un piccolo trauma.
Non appena apro la porta di casa, più che un senso di protezione sento come una potente stretta ai testicoli. Si accaniscono su di me, mia madre anzitutto.
Per lei sono eternamente sciupato. Potrei anche divorarle davanti agli occhi un cavallo ripieno di porco. Lei continuerebbe in ogni caso a vedermi deperito.

I miei genitori si chiamano Franco e Cristina, due nomi da regnanti austro-ungarici. Abitano nella più completa solitudine all’interno della nostra casa in campagna, vicino Viterbo. Non è una seconda casa o uno sfizio da ricchi. Abbiamo solo quella casa lì.
Fu costruita un centinaio d’anni fa da una coppia di avi coi baffi, sia lui che lei. Abbiamo una loro foto in casa, proprio sul camino. Severi, ci fissano tutte le volte che ceniamo. E io, impaurito, ho sempre mangiato tutto.

È impossibile non riconoscere la nostra villetta.
Venendo col treno da Roma, è quella grande costruzione verde militare prima del fiume Verricello, sulla destra. Ho passato anni a cercare di convincere i miei che quel colore mimetico si addice più a un hangar dell’aeronautica che a un villino di campagna, ma niente. La casa è nata così e rimarrà tale e quale. Caschi il mondo, quella casa non cambierà mai.
È un colore come un altro, fa mia madre.
E allora mettiamone un altro, no?
No. Niente.

Tutta la mia stirpe ha sempre vissuto lì, e se ne trovano testimonianze nei mobili corrosi da intere famiglie di tarli e dal gran numero di piatti sbeccati e bicchieri scompagnati che ci ritroviamo in cucina.
In quella casa ho trascorso la mia infanzia.
Crescere in un casale fuori città vuol dire grosso modo staccarsi le palle, appenderle al ramo di un albero e centrarle ripetutamente con un fucile a canne mozze. Perché in campagna non succede granché, soprattutto se vuoi diventare sceneggiatore e hai bisogno di spunti per iniziare a scrivere: mai un omicidio, un rapimento. Se mi diceva bene certe notti riuscivo a scorgere accoppiamenti di gatti in calore, ma niente di più.

Quando faccio ritorno a casa sembra che mia madre accenda il radar. Riesce a captare segnali della mia presenza a chilometri di distanza. La vedo spuntare in mezzo al grano e che mi corre incontro, come Heidi col cane Nebbia.
Figlio mio!, mi fa.
Mamma mia!, le faccio. E ride, perché sa che è una citazione di un brano degli Abba, di un musical e infine anche di un film (2008, Phyllida Lloyd, 108′). Devo ammettere che ci divertiamo con poco.
Dammi la valigia, mi fa. Te la porto io.
Lascia stare, ma’. Lascia…
Molla qui, insiste, e mi strappa il manico dalle mani. La voglio portare io, la tua valigia.
Non ha ancora realizzato che le valige, ormai, quelle come le intende lei, non esistono più da anni. Ma a lei non importa. Anche un trolley (minuscolo tra l’altro) come il mio, per quel che la riguarda è una valigia. Stringe forte la presa e fa scorrere le rotelle sul lungo viale che ci porta in casa, costellato da piante sempre sul punto di suicidarsi.

Il pallino del giardinaggio le è spuntato una ventina di anni fa, dopo la perdita di mio fratello, un brutto aborto spontaneo.
I miei ne uscirono a pezzi: mio padre, anzitutto, con un grande senso di impotenza. E mia madre, che si chiuse in un preoccupante mutismo per mesi.
Poi, grazie anche a una robusta terapia a base di antidepressivi, lei per fortuna riprese a parlarci, a vivere. Le prime settimane le trascorse davanti alla tv urlando Compra una S! Compra una G!
Poi decise di trovare una nuova ragione di vita nel suo amore per le piante. Un amore non ricambiato, purtroppo. Tuttora il più delle volte muoiono per troppa acqua, bruciate dal sole o sfinite dalle troppe attenzioni. Ma mia madre ce la mette davvero tutta: spolpa libri, segue programmi, frequenta perfino delle noiose fiere botaniche. Ma niente, proprio non fa per lei.

La casa, come sempre, sa di buono: il profumo di lavanda proveniente dal bucato ad asciugare, i fiori freschi sempre al centro della sala, pericolosamente vicini a mio padre, che più passa il tempo più diventa allergico alla clorofilla.

Guarda chi c’è!, canticchia mia madre, felice come un campanellino.
Mio padre solleva gli occhi dal suo iPad e mi sorride.
Fabio!
Ciao papà!
Senti, riesci a sbloccare la sincronizzazione del navigatore?, mi fa, tutto concentrato, allungandomi l’aggeggio. Non riesco a puntare il Nord.
Crede sul serio che io possa essere in grado di metterci mano.
Mia madre spegne il suo sorriso raggiante e si lascia cadere le braccia lungo i fianchi.
Franco, vuoi venire a salutare per bene tuo figlio, o no?
Mio padre sembra svegliarsi dal suo torpore elettronico. Spalanca il suo sorriso ancora autentico e mi viene incontro per stringermi forte.

2 Responses to Una posizione scomoda

  1. Pingback: 2MuchTv | BLog sul mondo di youtube e degli youtubers. Video e Programmi di intrattenimento

  2. Pingback: Giornaletto, l’inventore tutto matto – #fiabebrevichefinisconomalissimo | Scrittori precari

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: