La corona di fiori – #TUS2

Spazio a Gregorio Magini per l’appuntamento settimanale coi testi del reading Torino Una Sega 2. Due i testi letti, come da tradizione: parte del capitolo VIII di Salammbô (Flaubert), e il brano che proponiamo, l’incipit del romanzo cui Magini sta lavorando, La corona di fiori.

Recise un’astromeria che sporgeva fuori sagoma, intrecciò un nuovo ramo di felce dove la gypsophila non bastava a nascondere il fusto di polipropilene, verificò la distribuzione dei gigli bianchi, spruzzò il lucidante sulle foglie. Portò la corona dal cavalletto al banco, dove era già pronto il foglio di plastica su cui l’adagiò. Appose una coccarda nera, la spillò, vi girò intorno una fascia di velluto e la annodò in un fiocco, pinzando poi le anse per tenerle piatte. Tagliò via una frangia del nastro. Posò le forbici, sollevò il berretto, passò la mano sul cranio rasato. Appaiò due lembi opposti del foglio di plastica e li fissò con il nastro adesivo. Riportò la corona imballata sul cavalletto. Si allontanò di un passo per giudicare il risultato.
Un lavoro ineccepibile ma non brillante: le decorazioni funebri non ispiravano il fiorista. E sì che la vedova era venuta di persona. Una donna a forma di giunchiglia, sottile e pendula, non proprio sfiorita, ma in via di sfioritura. Sporgevano dal collo, tesi e sottili, i muscoli sternoioidei. La pelle delle braccia cadeva. Le iridi viravano al grigio. Non era del tutto appassita e viveva così l’ultimo, o il penultimo anno della sua bellezza. Forse era più giovane dell’età che dimostrava, e aveva subito un tracollo per la morte del marito, uno di quei cedimenti strutturali che provoca l’amore reciso di colpo. Ma non sembrava: era in forma la signora Floss, aveva voglia di parlare.
– Sono venuta qua perché vengo sempre qua. – Si ricorda di me? – Compro sempre quei bellissimi vasetti di myosotis. – Non faccia il modesto. Lei è un artista e lo sa. – E lo fa bene. Scusi se mi permetto, dovrebbe puntare più in alto, sottrarsi a questa provincia svilente. Lei è bravo. Lo dico perché lo vedo. Me ne intendo anche un po’ di fiori, sa? Me ne intendo un po’ di tutto. – Io cosa faccio? Niente. Non faccio proprio niente.
Toccato dalla sua premura, si era applicato al lavoro con premura identica. Tanto più gli era sembrata assurda la voce della strada, che il Mariani era stato ucciso dai veleni che la moglie instillava quotidianamente nel suo cuore malato. Uomo importante, già costruttore, noto come il Caltagirone di Verdana. Si era ritirato da ogni attività a sessant’anni, fatto incomprensibile e un po’ imbarazzante, fatto raro e vergognoso: gli uomini della sua generazione avevano potuto solo pensare che si era rincoglionito, e che la moglie così bella e quasi giovane, così mondana, ma lei pure inavvicinabile, ci metteva del suo.
La gente, al corteo, avrebbe seguito la ghirlanda; tutti dietro la sua creazione. L’opera effimera della decorazione floreale, il primo lusso dell’umanità, precedente i vestiti e i gioielli. Il primo uomo superfluo era stato un fiorista, che non era stato uno specialista, ma un essere umano come gli altri, in un bel giorno di primavera, stanco di girare in cerchio a caccia di prede nascoste, giunto a una radura… Poi le donne iniziarono a guarnirsi la chioma coi fiori, ma forse – perché no? – anche gli uomini. Uomini pelosi con le primule nei capelli. Uomini magri e muscolosi, con il volto pitturato col sangue delle bestie e dei nemici abbattuti, che si scorciavano la barba con pietre affilate. Fu il seme dell’idea di bellezza. Quello, e lo specchio in cui ammirarsi, che non era in principio lo stagno immobile, il fiume d’argento delle leggende, no, erano gli occhi degli altri, gli occhi scuri degli uomini primitivi, che vedono, e insieme, riflettono.
Iniziò a togliersi il grembiule. In quel momento tintinnò il campanello dell’ingresso. Entrò un ragazzo. Prima di riconoscerlo, il fiorista si rese conto che da molto tempo il ragazzo lo guardava da dietro la porta. Attraversò il tappeto di erba sintetica, un giovane azzurro con un ciuffo lustro, e le piante gli si afflosciavano intorno come se, passando, dissolvesse l’atmosfera umida e calda del negozio portando con sé il freddo della sera autunnale. Il ragazzo balzò addosso al fiorista e all’inizio sembrava che non sapesse bene da dove cominciare. Poi prese le forbici dal banco, le infilò nella gola del fiorista e se ne andò.
Il fiorista cadde in ginocchio, pensò che doveva rimanere sveglio. Ma si spaventò nel sentir crescere il dolore, una paura disperata, e crebbero così tanto, la paura e il dolore, che avrebbe preferito svenire e risvegliarsi a cose fatte.

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