I capolavori ritrovati della poesia – Augusto Salvez Contiguo

Un’operazione di salvataggio a cura di Ennio Canallegri e William Kessel Pacinotti

DOMANI CIAO di Augusto Salvez Contiguo

manda al macero la scrittura incongrua della mia pelle
le anse, i varchi e le scissure
il corpo calloso, la vecchia pornografia e nuovi confini.
Di tutte le consonanti e le vocali conservane una
la più non curante,
delle desinenze l’astinente e immota semplicità.
Nessuna linfa alle reni e colostro ai capezzoli,
si fermino i linfociti perché è di malattia che voglio morire
mentre l’acido sottile fa il suo mestiere
ché il nostro di amanti già dimentico
si riposa.

Augusto Salvez Contiguo
(San Cristóbal 11/11/1891 – Ciudad Trujillo 22/11/1957)

Uno dei massimi esponenti della corrente poetica denominata “Sconosciutismo” subì le conseguenze della sua radicale scelta artistica Leggi il resto dell’articolo

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Il senatore più ridicolo del mondo – #SurrealityShow

Fuori Orariodi Andrea Frau

È notte fonda. Devo essere a Palazzo Madama tra venti minuti. È il mio primo giorno da senatore della Repubblica. Non ho la più pallida idea di dove sia, poco male, salirò sul primo taxi sperando di arrivare in tempo.
È buio e c’è una nebbia fitta come mai ne avevo viste a Roma. Ecco un taxi, faccio un segno, speriamo che mi abbia visto. Si ferma e salgo su.
“A Palazzo Madama con piglio combattivo, caro concittadino!”, gli ordino.
Alla radio Break on through (to the other side) dei Doors.
Il tassista si gira, è nero, ma ha la voce di Alberto Sordi.
“Obbedisco!” mi dice.
“Che ci va a fare al Senato a quest’ora?”
“Vedo che è un accanito lettore di quotidiani”, ironizzo.
“Senta un po’ capo, scusi se non sono un fine analista politico. Il turno di Massimo Franco è di mattina”. Detto questo spegne la radio.
“Non volevo essere arrogante, mi scusi”, cerco di sistemare le cose anche perché siamo quasi arrivati.
“La gente come lei mi irrita sul serio”. Preme un bottone e il tassametro va al contrario. Sette euro, cinque, tre. Torna rapidamente indietro. Fuori è meno oscuro, sta tornando la sera.
Con tono calmo e solenne mi dice:
“Vede signore, mi sta derubando, qua non siamo al Senato, questo è il mio taxi e decido io”.
Non capisco come cazzo siamo arrivati a questo. “Non volevo in nessun modo offenderla. Lei è un lavoratore, posso solo immaginare i sacrifici, gli orari pesanti, i turni massacrant… “.
Non faccio in tempo a terminare la paraculata che questo allunga il braccio vicino a me, penso che mi voglia colpire, il suo sguardo mi ricorda Alberto Sordi nella scena finale di Un borghese piccolo piccolo mentre aspetta Zed. Invece apre la portiera, sterza e io vengo scaraventato fuori dal veicolo e rotolo sulla strada. Leggi il resto dell’articolo

La corona di fiori – #TUS2

Spazio a Gregorio Magini per l’appuntamento settimanale coi testi del reading Torino Una Sega 2. Due i testi letti, come da tradizione: parte del capitolo VIII di Salammbô (Flaubert), e il brano che proponiamo, l’incipit del romanzo cui Magini sta lavorando, La corona di fiori.

Recise un’astromeria che sporgeva fuori sagoma, intrecciò un nuovo ramo di felce dove la gypsophila non bastava a nascondere il fusto di polipropilene, verificò la distribuzione dei gigli bianchi, spruzzò il lucidante sulle foglie. Portò la corona dal cavalletto al banco, dove era già pronto il foglio di plastica su cui l’adagiò. Appose una coccarda nera, la spillò, vi girò intorno una fascia di velluto e la annodò in un fiocco, pinzando poi le anse per tenerle piatte. Tagliò via una frangia del nastro. Posò le forbici, sollevò il berretto, passò la mano sul cranio rasato. Appaiò due lembi opposti del foglio di plastica e li fissò con il nastro adesivo. Riportò la corona imballata sul cavalletto. Si allontanò di un passo per giudicare il risultato. Leggi il resto dell’articolo

Una posizione scomoda

posizione scomodaIn anteprima un estratto del nuovo romanzo di Francesco MuzzopappaUna posizione scomoda (Fazi), nelle librerie dal 22 marzo. 
Buona lettura.

Tornare alla base è sempre un piccolo trauma.
Non appena apro la porta di casa, più che un senso di protezione sento come una potente stretta ai testicoli. Si accaniscono su di me, mia madre anzitutto.
Per lei sono eternamente sciupato. Potrei anche divorarle davanti agli occhi un cavallo ripieno di porco. Lei continuerebbe in ogni caso a vedermi deperito.

I miei genitori si chiamano Franco e Cristina, due nomi da regnanti austro-ungarici. Abitano nella più completa solitudine all’interno della nostra casa in campagna, vicino Viterbo. Non è una seconda casa o uno sfizio da ricchi. Abbiamo solo quella casa lì.
Fu costruita un centinaio d’anni fa da una coppia di avi coi baffi, sia lui che lei. Abbiamo una loro foto in casa, proprio sul camino. Severi, ci fissano tutte le volte che ceniamo. E io, impaurito, ho sempre mangiato tutto.

È impossibile non riconoscere la nostra villetta.
Venendo col treno da Roma, è quella grande costruzione verde militare prima del Leggi il resto dell’articolo

La piccola venditrice di ferrettini – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

C’era una volta una piccola creatura chiamata Beatrice che vendeva ferrettini per capelli in giro per le strade.
Tutti le volevano un mondo di bene e dicevano: Che bella Beatrice! Povera piccola, compriamole qualche ferrino per capelli! Chissà dove Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Passage Brady

di Simone Olla

Barone: Essere l’amante di una donna di mondo… Non che sia una meravigliosa idea. Dovrei trovare una donna di mondo che acconsenta di essere mia infermiera. Il problema è là. Dove potrò trovarla?
Joseph: Ne conosco una, si chiama Leontine Massine.
Barone: Che nella nostra Opera buffa sarà Madame de Folle-Verdure.
Joseph: Si attenta la vita del barone, quindi. Sono in quattro. E c’è un italiano, fra questi.
Barone: Il barone H. e sua moglie Christine salutano in carrozza la nuova città che si costruisce addosso alla vecchia. E sopra.
Joseph: I bellimbusti aspettano l’arrivo della diligenza mimetizzati fra le piume di galli e galline: tutti hanno in mano qualcosa da lanciare sotto le ruote della carrozza del nostro barone veloce.
Barone: Che inscena abbuffate di palazzi rimodellando una città.
Joseph: Quella che vedranno sarà la mia città, altro da quanto esisteva prima.
Barone: Veloci saranno gli asini dietro la diligenza a raccogliere le briciole, per non perdersi, con la testa bassa.
Joseph: E lente saranno le tartarughe alla prima uscita dopo il letargo.
Barone: Molto lente.
Joseph: Non aspettano che il prossimo valzer, impossibilitate come sono ad alzar le zampe del loro lentissimo can-can.
Barone: A questo punto la musica si abbassa e un tenore annuncia il ballo: il valzer delle tartarughe.
Joseph: Ah ah, non farmi ridere… Leggi il resto dell’articolo

Perdere l’attimo

di Luca Rinarelli

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Val di Susa, versante nord.
Alture di fronte a Chiomonte, 3 luglio 2011.

Si vedono fin troppo bene.
Per forza, attraverso un mirino telescopico 10x.
Sembrano dei bambini. Saltano, fanno casino, urlano e si agitano sotto il sole.
Si fottessero, loro e la valle. E i loro amici scassaminchia dei centri sociali. Tutto ‘sto casino per un treno.
Che poi io mica son qua per questi montanari. Fermo da stamattina, in mezzo alla boscaglia. Un caldo da crepare. Insetti, sudore e noia.
Certo, è la mia possibilità. Riabilitarmi, dopo il disastro dell’estate scorsa. Leggi il resto dell’articolo