Amore 2.0 – #TUS2

charlie chaplindi Francesco Faralli

Finite – sì, di già! – le vacanze pasquali si torna tutti alle consuete occupazioni e ai consueti regimi alimentari. Ecco allora l’appuntamento coi testi del reading Torino Una Sega 2Oggi ospitiamo Amore 2.0 di Francesco Faralli, breve storia distopica a base di cromosomi, vaccini contro le emozioni e meritocrazia.

Era la terza volta che la signora si ripresentava quella settimana. Bussava al vetro della reception, stringendo nell’altra mano uno stropicciato modulo B21, il volto rigato di lacrime. Il consulente si limitava a scuotere la testa, sorridendo. “Signora la prego, è la prassi. Il filamento di suo marito…”. Ma lei niente, continuava a battere sul vetro agitando il modulo. “Mio marito è la persona più buona al mondo e non si è mai sognato di bere! Per favore per favore, non abbiamo nulla, questo lavoro è importante per mio marito, nostra figlia …”. Il consulente annuiva mestamente, da programma. In cuor suo avrebbe voluto prendere a calci quella dannata seccatrice. Era la terza volta (la terza volta!) che quella si presentava a lagnarsi! E cosa ci poteva fare lui se i test genetici obbligatori per legge avevano riscontrato in suo marito una lieve anomalia nel cromosoma DRTY483820 del filamento HFHSK3946895, che nel 30% dei casi evidenzia una latente tendenza all’alcolismo e alla cleptomania? Certo, questo non dava la certezza che suo marito fosse un cleptomane alcolista, ma era una ragione più che sufficiente perché l’azienda non l’assumesse. Ovvio.

“Guardi, l’azienda non presume a priori che suo marito sia una cattiva persona…Non abbiamo nulla personalmente contro suo marito. È solo che la compagnia assicuratrice ci darebbe dei grattacapi, capisce?”. Non capiva; e adesso il battere sul vetro rimbombava in tutta la hall. Il consulente sospirò, premendo il tasto che fece accorrere un paio di discretissime guardie in giacca blu. E mentre si faceva pateticamente trascinare via per poco quella pazza non andò a sbattere contro il vicedirettore, che stava entrando proprio in quel momento dal portello automatico. “Buongiorno dottore” disse il consulente, aprendosi in un sorrisone. “Che succede, cos’è ‘sto trambusto?” “Quisquilie, bazzecole, non si preoccupi dottore, tutto sotto controllo. Ha visto che bel…” ma il vicedirettore, accigliato, si era già diretto verso l’ascensore, che in pochi secondi lo risucchiò al centotreesimo piano. Il vicedirettore scese dall’ascensore, e si diresse verso l’ufficio del presidente. Giunto davanti alla grande porta si passò una mano tra i capelli radi, inspirò profondamente, si aggiustò il colletto. Poi aprì la porta. La luce soffusa e la musica elettrico-ionizzata che vibrava dal pavimento non erano un buon segno. Entrò cautamente. Il presidente era sprofondato sulla sua ronzante poltrona ergonomica, mugolando a occhi chiusi. Il vicedirettore si schiarì appena la voce “…signor presidente…” e il presidente era già balzato in piedi. “È arrivato finalmente!”. Il suo tono era molto agitato. Spense la musica, la poltrona cessò di ronzare. “Guardi! Guardi anche lei!” esortò il presidente, gesticolando freneticamente verso il monitor olografico che era comparso sulla sua scrivania. Il vicedirettore controllò le cifre che comparivano, valutò i grafici che si alzavano e si abbassavano. “ma…ma…Ancora?!” non riusciva a capacitarsi! Il presidente annuì gravemente “c’è stato di nuovo un calo! Un calo!”. Era il terzo calo del mese. “e da cosa può dipendere? Da cosa?”. La questione era estremamente grave. Il presidente mosse le dita nell’aria e sul monitor apparve l’ufficio contabilità. “Ho fatto delle verifiche, ho interrogato il calcolatore, ho chiamato lo statista. E il problema” indicò sul monitor la scrivania vuota nella stanza contabilità “è Paglierini!”. Il vicedirettore sobbalzò stupefatto. Il signor Paglierini era il capo contabile dell’azienda, l’ultimo, indispensabile fattore umano nel reparto della contabilità, ormai completamente automatizzato e informatizzato. Una persona irreprensibile il signor Paglierini, senza hobby né famiglia, unicamente dedito al lavoro. Non aveva neanche un gatto. Aveva passato tutti gli esami e i test attitudinali. “Il signor Paglierini?” Il presidente annuì. “E dov’è adesso?” Il presidente si concesse un debole sorriso “Adesso lo scopriremo…” mosse le mani in aria, il monitor si oscurò; Gesticolò un po’; il monitor si spense. Battè un pugno sul tavolo, grugnendo adirato. Schiaffeggiò nervosamente l’aria sopra la sua scrivania e il monitor si riaccese. Comparvero delle immagini scure; un rettangolo luminoso si accese ad una estremità.
“Ho fatto installare una microcamera sul cappello di Paglierini e un rilevatore sul suo polsino. Ora vedremo dove se ne va…” Il vicepresidente si avvicinò al monitor, strizzando gli occhi. “Oggi non è un giorno lavorativo per Paglierini, ma lui comunque sarebbe dovuto venire in ufficio, come fa di solito. E invece…Dannato trabiccolo! Quanto erano meglio le manopole di una volta! ” Il presidente vorticava le mani intorno al monitor olografico nel tentativo di rendere l’immagine più nitida. “Guardi presidente, forse se…” si azzardò il vicedirettore, avvicinando l’indice all’immagine. “Ecco ecco, ora sì…cos’è? Un palazzo?” “Sì, sì; e quella è una finestra. Lui sta guardando in quella direzione, no?” “E cosa fa, che guarda?” “Non saprei…ma…” “Guardi, guardi!” Alla finestra era apparsa una sagoma, inconfondibilmente femminile, che tirò le tende. E il rilevatore rilevava un aumento del battito cardiaco di Paglierini. Ci volle poco perché la traumatica realtà fosse compresa dal vicedirettore. Il signor Paglierini era innamorato. “Innamorato?” Il presidente era ancora incredulo, scioccato. “Santo cielo! Ma ha passato tutti i test, è risultato socialmente inidoneo, stabile come una roccia il signor Paglierini!” Il vicepresidente alzò le spalle. “Ecco perché quella disappetenza sospetta riscontrata dal coordinatore psicofisico, ecco perché quell’aria svagata…Dannazione!” Il presidente si accasciò sulla poltrona che riprese a ronzare sommessamente. Il vicedirettore scosse la testa “Chi l’avrebbe mai detto…il signor Paglierini…ci va a fare uno scherzo simile…” Il presidente si drizzò in piedi “Ah, ma non la passerà liscia! Il contratto parla chiaro! Uno non si può innamorare così, lasciando andare in malora il lavoro!” Il vicedirettore annuì. Il presidente aggrottò la fronte “Ma non c’erano già stati inconvenienti del genere? Non c’era quel siero, quel vaccino…” Il vicepresidente scosse mestamente la testa “tentammo, tentammo, ma non funzionò…i nostri ricercatori stanno ancora cercando il modo di inibire simili pulsioni senza interferire con gli altri regolari processi mentali, ma gli esperimenti fatti si sono rivelati insoddisfacenti…Si ricorda come venne ridotto il geometra Salvini? Il siero va ancora perfezionato.” Il presidente inarcò in basso gli angoli della bocca “Pare incredibile che in un mondo civile si debba ancora fare i conti con cose simili…Ma un giorno la scienza…” Il vicedirettore sospirò “un giorno…ma intanto come si fa con Paglierini? Sostituirlo?” “È escluso. Non troveremo mai in tempo un contabile così referenziato, che inoltre conosce così bene la Società” “e allora?…” I due rimasero in ufficio fino a notte tardi per risolvere la questione.

Il signor Paglierini attese pazientemente. Erano tre settimane che la finestra rimaneva spenta. La donna non si era più vista, il suo veicolo era scomparso, il nome era stato cancellato dall’interruttore nel portone. La finestra rimaneva spenta. Al di là del vetro intravedeva la tenda, strappata. Attese ancora a lungo, e tornò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Anche quel giorno rimase ore accovacciato, davanti alla finestra. Poi guardò l’orologio. Accarezzò la tesa del suo cappello, si alzò spolverandosi i pantaloni con energiche pacche. Era davvero tardi. Sarebbe tornato a casa. Anzi. Sarebbe andato in ufficio. Sì, era la cosa migliore. D’altronde aveva così tanto lavoro da sbrigare…

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