Il jet lag di Napolitano – #SurrealityShow

Napolitanodi Andrea Frau

È il 1978. Giorgio Napolitano è il primo dirigente comunista italiano a ricevere il visto per recarsi negli Stati Uniti. All’aeroporto la sua valigia non passa i controlli.
“Signore, cos’è questo liquido nella boccetta?”
“Oh, mi scusi agente, è il sangue dei teppisti ungheresi, quelli della controrivoluzione del ’56. Stia tranquilla, una volta entrato in suolo americano il sangue si scioglierà, tipo miracolo di San Gennaro!” rassicura.
“Uhm, va bene, può passare” ribatte la poliziotta.
Dopo le perquisizioni finalmente Napolitano sale sull’aereo.
Nella stiva, tra i bagagli, c’è il cadavere di Aldo Moro.
L’hostess è Adriana Faranda che con accento americano indica le vie d’uscita:
“A destra, con noi, a sinistra con l’URSS”.
“E la terza via?” domanda Napolitano.
“Nella stiva” risponde la ragazza.

Vicino a lui è seduto lo spirito di Giorgio Amendola. Come in Provaci ancora Sam, Amendola-Humphrey Bogart incoraggia Napolitano-Woody Allen. Passa Rossana Rossanda vestita da hostess, Amendola ordina all’allievo: “Dalle una pacca sul culo! Stile Socialista!”. Ma Giorgio non ce la fa e chiede una coca cola. “Non ne abbiamo” risponde la Rossanda. Il giovane migliorista pensa che come supporto morale avrebbe preferito il guru di Palombella Rossa.

A New York oggi c’è un gran sole. Napolitano sfodera il suo ombrellino da nobildonna con su scritto “NATO” per meglio difendersi dal sol dell’avvenir. C’è Kissinger ad aspettarlo con un cartello: “My favourite communist”. I due corrono incontro l’uno all’altro, Kissinger lo prende in braccio, Napolitano ride, la gente applaude, in sottofondo la musica di Ufficiale gentiluomo.

I servizi segreti americani seguono il comunista italiano giorno e notte. La sua boccetta di sangue ungherese ha una microspia. In gergo le spie si raccomandano: “Marca Budavari, marca Budavari, marca Budavari!”

Il Partito è giorni che non ha sue notizie. Ogni volta che telefonano dall’Italia, Giorgio risponde: “New York city, baby!” e riattacca. Sono giorni di shopping compulsivo alla discarica sociale. Le vetrine sono piene di black panthers, hippies, barboni, ritardati, neri senza avvocato, minorenni, criminali comuni e Silvia Baraldini. Napolitano saltella come una ragazzina, come un’ereditiera viziata, carico di buste da un negozio all’altro. I servizi faticano a stargli dietro.

Anni ’80. I miglioristi milanesi ristampano Il Capitale di Marx con la pubblicità Fininvest. Napolitano amoreggia con Craxi su una Renault rossa nei parcheggi deserti della Standa, coprendo i vetri con i fogli de “Il Moderno”. I vetri sono appannati. Rispuntano vecchie falci e martello scarabocchiate chissà quanto tempo fa.

2003. Napolitano è su un aereo. Ha una tuta arancione e un cappuccio nero. Sente ripetere intorno a lui l’espressione “extraordinary rendition” , quando chiede di che si tratti si vede opporre il segreto. Cagnolini feroci da campagna elettorale ringhiano contro di lui. “Si è fatto tardi, quanto tempo è passato? Devo svuotare le buste e mettere i souvenir americani nella cella frigorifera del mio CPT. Silvia Baraldini si sta putrefacendo. E poi, non possiamo non dirci liberali…” dice il Presidente ammiccando. Ma nessuno lo può vedere perché ha il cappuccio in testa. L’aereo sobbalza. Giorgio comincia ad avere paura. È la prima volta che prende l’aereo. Gli effetti del jet lag possono essere deleteri.

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4 Responses to Il jet lag di Napolitano – #SurrealityShow

  1. Bartolo Anglani says:

    Se fosse letteratura questo scritto potrebbe avere un senso. Ma non è nulla, non è letteratura, non è cronaca, non è storia, non fa nemmeno ridere, è solo robaccia.

  2. matteoplatone says:

    Hai dimenticato “non è una pipa”.

  3. virginialess says:

    Mi sono divertita (abbastanza), anche se amoreggiare con Craxi non riesce a essere surreale. Horror, al caso, e non in quanto l’esule è defunto. Segnalo l’eufonica di “ed un cappuccio”: la Crusca ha decretato da un bel po’ di mantenerle solo tra vocali identiche.

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