Parigi à passages – Passage du Bourg-l’Abbé

di Simone Olla

Quando mi metto a dormire il cielo è già diventato rosso. E quando mi levo la mattina è bianca felice. Claire mi ha lasciato un biglietto sotto la porta, mi ringrazia per le abbondanze della notte precedente. Conservo i suoi biglietti nelle Odi del gioioso mattino di FH che sto traducendo per lei; mi paga le giornate di lavoro intenso come quelle di ozio, quelle che scivolano via suonate adagio dalla sua collezione di sinfonie. Quando mi trova seduto nel suo divano con le mani sul capo e lo sguardo basso, quando mi trova chiuso e rarefatto non si danna né vuole vedere il colore del sangue: Claire canta la musica e mi parla.
Entra in questa casa per la prima volta che io sono fuori città, ma le ho sgomberato quella che sarà la sua stanza, quella che era la mia, la più grande: la stanza con le due finestre. Ho lasciato i libri sulla nuova scrivania, la valigia per terra, il letto ancora da rifare. Sulle pareti, al posto dei quadri, ci sono appese le mie camicie ad asciugarsi – quando Claire entrerà sentirà quantomeno odore di bucato. Non ho lavato i piatti, né ho passato lo straccio nel parquet. Eravamo di fretta, io e REC. E parlavamo argot.

(In galleria Claire ci arriva che è notte fonda. Siamo seduti o sdraiati, stiamo comodi e in ascolto: è arrivata la notte e aveva le mani di Claire che stringevano una busta; dentro la busta una caffettiera e una bottiglia di vino.)

DC – Claire, ne La vie parisienne ha fatto Gabrielle, la guantaia. Hai presente?
REC – No, in effetti non ce l’ho presente Claire. Un po’ la guantaia… lei sì. Ma nemmeno tanto.
DC – E quindi ascolti Bach a tutte le ore?
REC – Sei buffo.
DC – Anche voi siete buffo.
REC – Un cambio di registro, mi sembra, passare dal tu al voi.
DC – Mi adeguo al francese.
REC – Vi distanziate.
DC – Per smentirvi mi siedo nella sedia accanto.
REC – Potrei sentire l’odore della vostra pelle se mi state troppo vicino.
DC – Saprete dirmi.
REC – Bevete del vino?
DC – Sì, voi?
REC – Torniamo ai passages, ti prego.
DC – Le gallerie di Palais-Royal, costruite nel 1786, sono considerate il prototipo dei passages.
REC – Un sogno lungo appena un secolo e mezzo.
DC – Ma è innegabile come lo spirito della passeggiata coperta fra negozi, atelier, café e ristoranti si rintracci ancora oggi prendendo in mano i progetti di rifacimento del Forum des Halles.
REC – O attraversando frastornati l’artificio del Carrousel du Louvre.
DC – Attraversando frastornati l’artificio del Carrousel du Louvre… Attraversando… frastornati… l’artificio… Non mi piace!
REC – Va bene, lo togliamo.
DC – …
REC – Andiamo avanti?

I bombaroli linguistici si ritrovano chez Joe, che inventa parole e poi le spiega. Eurc, ci dice, la prossima inondazione, sarà fra poco. E torneremo al medioevo. Salterà tutto quello che può saltare, e l’acqua si inquinerà e diverrà inservibile. E non potremmo farci nulla. E non possiamo, nemmeno oggi, fare di più che accatastare acqua potabile negli ultimi piani dei palazzi, comprare candele e scatolette di latta che scadono fra tre anni, almeno. Sarà fra poco, ripete Joele Simon Vicentennes, durante il mese di febbraio; dal passage qui sotto – è uno dei più antichi – da quel passage uscirà l’acqua con una pressione talmente forte da sfondare la porta del mio palazzo sottoponendolo a sollecitazioni tali che potrebbe perfino crollare. E io con lui, giù, fino all’acqua, per sei piani. Con tutto il bagaglio che credevo fosse di sopravvivenza. E invece…
Piove, fra due ore ci incontreremo sul Pont St. Louis e non ho ancora trovato il plexiglass per il quadro che mi hai regalato. Piove, e quando piove mi preoccupo: l’eurc torna ogni cento anni, la città si spegnerà per dei giorni e il problema sarà elettrico. Altro che internet. Galleggeranno automobili e barche, ma le prime saranno cronaca per immagini – panoramas – mentre le seconde comodi mezzi di locomozione. E se, intanto che mi salvo, sento qualcuno che mi parla di Venezia lo butto giù dalla barca; a nuotare coi topi.
Faremo un quadro da salvi, dopo l’eurc – mi ha detto Claire.
Potremmo farne uno da condannati.
Che giullare, a ripensarci oggi, chiederti poi di insegnarmi a dipingere.
Un giorno ti faccio da guida al Louvre, mi hai detto; ma non la parte dell’Egitto.
E mettiamo una telecamera che sia testa di Nike, e io e te, di spalle, scendiamo.
Di corsa.
Di corsa.
E vorrei prenderti la mano.
E potrai prenderla.
È un bel prelude, in effetti, assecondare stretti la musica di un valzer.
Anche senza ballarlo?
Di questi tempi, poi.

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One Response to Parigi à passages – Passage du Bourg-l’Abbé

  1. i bombaroli linguistici. l’amour.

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