Santa Muerte patrona dell’umanità

Santa MuertePubblichiamo un estratto del I capitolo di Santa Muerte patrona dell’umanità (Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri 2013), saggio di Fabrizio Lorusso dedicato al culto messicano di santificazione della morte. Al libro è dedicato anche un blog.

La mia conoscenza con la Santa Muerte, Patrona dell’Umanità e santa popolare messicana, è avvenuta passo dopo passo, proprio perché la sua presenza cominciava a diventare insistente e inevitabile anche per un osservatore distratto dei fenomeni religiosi e sociali. Molti la incrociano per le strade o su un altarino, la guardano, ma poi la schivano dopo aver emesso sentenze e giudizi perentori di condanna.
Io ho sempre percepito la sua carica emotiva. Al principio ne avevo rispetto e addirittura timore, dato che non la conoscevo e nessuno me l’aveva saputa presentare senza legarla ai luoghi comuni, al satanismo, alle cronache della narco-guerra o alle malefatte di sequestratori e serial killer.
Oltre ai miti creati negli ultimi quindici anni e alla forte presenza virtuale in migliaia di pagine web, il culto della Santissima Muerte rappresenta una porta formidabile per accedere alle manifestazioni della religiosità popolare messicana. È un’entrata angusta che apre una prospettiva unica da attraversare giorno dopo giorno, per poi scoprirne tutti gli angoli nuovi e le interpretazioni alternative. Magari si possono scorgere le entrate adiacenti e i dettagli più inattesi, a patto che si mantengano cuore e occhi aperti, senza pregiudizi.
Sovente i santi cattolici compiono questa funzione dal carattere miracoloso o “sovrannaturale”, ma forse i santi popolari, compresi quelli non ammessi dalla Chiesa, sono i destinatari privilegiati delle richieste più problematiche, là dove sfuma il confine tra bene e male, tra volontà legittima di beneficiarsi e influenza indebita sull’altrui esistenza.
In genere i fedeli pagano un tributo, detto manda, sotto forma di oblazioni, azioni, preghiere, offerte in natura e persino promesse di cambiamento personale, come corrispettivo di un favore, un miracolo o una grazia ricevuta dalla Santissima Muerte. Proprio come accade con i santi “ordinari” e i fioretti.
Per esempio una ragazza può pagare una manda tagliandosi i capelli e regalandoli ad altri devoti, affinché li usino come parrucca per la statua della Patrona. Oppure succede spesso che una famiglia paghi dei musicisti, normalmente i tradizionali mariachis di Jalisco, per suonare qualche ballata prima e dopo un rosario. Alcuni devoti s’impegnano a lasciare vizi, droga e alcool, altri promettono di portare frutta, dolci o pasti caldi da offrire alla Santa e ai frequentatori di un determinato altare.
A Tepito, vicino all’altare di Alfarería numero 12, s’incontrano tantissimi personaggi estroversi, astrusi, ammirevoli, disperati e miracolati, come Héctor Peña, un rapinatore ferito e catturato dalla polizia dopo uno scontro a fuoco. Racconta Claudia Reyes (nota 1), autrice di uno splendido libro fotografico sulla Santa Muerte, che una mattina Héctor ringraziava la Santa Muerte in ginocchio su un gradino, a un metro dal vetro che protegge la statua. Mostrava alla Santra due squarci sulla coscia destra, mentre alcuni brandelli insanguinati di pantalone gli penzolavano ai lati. Stava ringraziando di essere sfuggito alla prigione grazie a un paro, un favore o una copertura speciale, che Lei gli aveva concesso quando si trovava in ospedale la sera prima. Gli aveva permesso di uscirne sano e salvo prima di essere condotto al reclusorio da cui probabilmente non sarebbe potuto fuggire. Certo, più che la Santa avrebbe dovuto ringraziare il commando armato di colleghi rapinatori che aveva corrotto medici e guardie per liberarlo dalla morsa dei sorveglianti dell’ospedale, invece la fede e il pensiero magico hanno prevalso sulla ragione.
Non esistono limiti alla fantasia e alle credenze dei fedeli. Inoltre è opinione comune che la Santissima sia particolarmente vendicativa contro chi esige miracoli e poi non rispetta gli impegni presi nei suoi confronti. Un mito analogo vuole che la Niña Blanca sia anche molto gelosa e non tolleri altre immagini oltre la sua sull’altare a lei dedicato. Moltissimi devoti sono pronti a giurare che non è così, anzi accomodano sui loro altari un esercito di santi laici e cattolici. Comunque sia, un detto che è sempre riconfermato dai fatti stabilisce che la Santa “no solapa a pendejos, ni enaltece a cabrones”, cioè “non protegge la gente cogliona, né porta in alto la gente stronza”. Attenzione quindi a voler lucrare con la fede e abusare dei buoni auspici della Flaquita
Al seguito della Santita si sono aggregati milioni di credenti, cattolici e non. In Messico fino alla metà degli anni Novanta la stragrande maggioranza dei devoti proveniva dai settori marginali della società, manifestava il suo legame con la fede in modo semiclandestino e di conseguenza adorava la Santa di nascosto, segretamente, nella propria dimora e con i membri della propria famiglia. Si trattava per lo più di persone che per condizioni socioeconomiche e per professione erano particolarmente esposte al rischio di morire in qualunque momento. È il caso per esempio dei poliziotti, delle prostitute, degli spazzini e dei loro colleghi pepenadores che abitano nelle discariche, degli ambulanti nei peggiori mercati, dei senzatetto, dei poveri delle periferie, dei piccoli e grandi narcotrafficanti, dei migranti, dei camionisti e dei tassisti. Un tempo l’immagine e il culto alla Flaquita si trasmettevano di generazione in generazione, rendendo più rare le occasioni di condivisione pubblica e “di massa” della devozione. Le vere custodi del culto familiare sono state quasi sempre le donne, le matriarche che mantenevano l’unità della famiglia anche quando guerre e povertà obbligavano alla separazione. Molte anziane cultrici della Santa Muerte l’hanno dunque ricevuta in eredità dalle loro zie e dalle loro nonne che le avevano custodite gelosamente per decenni.
La crisi finanziaria messicana del 1995, conosciuta all’estero per il famoso “effetto Tequila”, scaraventò di nuovo nella povertà milioni di famiglie che lentamente stavano cercando di entrare nei ranghi della classe media. La doccia fredda di quell’anno arrivava dopo il “decennio perduto” degli anni Ottanta che aveva già messo a dura prova la tenuta della società e dell’economia messicana: una prolungata recessione economica, la crisi del debito del 1982, la distruzione provocata dal terremoto del 1985 a Città del Messico e, come ciliegina sull’amara torta, i brogli elettorali che permisero a Carlos Salinas de Gortari di diventare presidente nel 1988.
Non a caso il primo gennaio 1994, giorno dell’entrata in vigore del trattato di libero commercio tra Messico, Canada e Usa (il Nafta), migliaia di indigeni e ribelli dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale s’alzano in armi al grido di Ya Basta! (Adesso basta!) e occupano le principali città dello stato meridionale del Chiapas, il più povero e dimenticato del paese. Il Subcomandante Marcos diventerà presto il portavoce del movimento che assume una rilevanza globale nella costruzione di alternative al neoliberismo. Anche dopo l’abbandono della violenza come strumento di lotta politica, l’esperimento neozapatista continua ancora oggi a costruire l’autonomia negatagli dalle leggi e a domandare il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene.
Dalla fine degli anni Novanta, le grandi città messicane come Monterrey, Guadalajara, Puebla, Acapulco, Queretaro, Ciudad Juárez, Tijuana, Mexicali e la stessa capitale del paese vivono un incremento esponenziale dell’insicurezza e della delinquenza, restando in balia della disperazione e della fame prodotti da quasi vent’anni di crisi come non si vedeva dai tempi della Revolución del 1910 di Villa, Zapata, Calles e Madero.
Ogni qual volta la morte si rende palese e temuta, come accadde durante le grandi epidemie di peste nella storia europea e americana, ecco che la sua immagine e il suo culto riappaiono con pervicacia anche dove prima erano stati banditi e venivano relegati alle cantine dei palazzi e della memoria. Quando l’esposizione al rischio e all’insicurezza diventa pane quotidiano, mentre i giornali bombardano i lettori con corpi mutilati, decapitati e martoriati, allora la convivenza con la morte diventa sempre più intima e obbligata nei quartieri di tutte le città. Dal centro alla periferia, dai turistici Coyoacan e Condesa fino alla pericolosissima Colonia Doctores, alla Buenos Aires e alla Peralvillo, la gemella di Tepito, la Santa Muerte prolifera e moltiplica i suoi altari. Da una ventina nel 2004 a centoventi nel 2006 e oltre millecinquecento per le vie pubbliche di Città del Messico nel 2011, senza considerare gli altari “caserecci” e privati che sono forse milioni da Los Angeles a Cancun, da Tijuana a Guatemala City. Sono i “nessuno” del continente che cominciano ad adorare e riscoprire la loro Santita, la Muerte che, ormai senza distinzione di etnie e classi, riesce anche a farli “ridere della crisi” con la sua protezione (nota 2).

1 Cfr. Claudia Reyes Ruiz, La Santa Muerte. Historia, realidad y mito de la Niña Blanca, Porrúa, Città del Messico 2010.

2 Felipe Gaytán Alcalá, “Santa entre los malditos. Culto a la Santa Muerte en el México del siglo XXI”, in Liminar. Estudios Sociales y Humanísticos, Vol. VI (1), gennaio–giugno 2008, pp. 40 – 51.

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