Pranzo di Natale – #TUS2

dita von teeseIl reading Torino Una sega 2 è stato anche sesso estremo. No, caro visitatore del blog in cerca di emozioni forti, o gabbato dal motore di ricerca: ci riferiamo sempre e comunque ai testi letti, come questo Pranzo di Natale di Gianluca Garrapa, che al Caffè Notte ha letto anche I canti di Maldoror, di Isidore Ducasse Conte di Lautréamont. Noi comunque si è pensato di proporre il primo, e il motivo è presto detto: ci piacciono le feste.

Accadde l’altro anno. 24 dicembre 2012. Pomeriggio denso e caldo di bontà a tanto al kilo.
Mi chiamo Monica. Insegnavo matematica alle superiori.
Siamo a casa di Stefano con Loretta e Davide. Loretta è una dirigente di comunità.
Davide è un assessore.
Stefano è un pilota aereo. Ha organizzato tutto lui.
Come ogni Natale ci intratteniamo con la verità del sesso estremo. Bondage. Sottomissione. Sadomasochismo. Siamo quattro schiavi. Stefano ha pagato due padroni. Due omaccioni in latex nero. SSC. Sicuro. Sano. Consensuale. L’abc del sesso estremo.
I due ci legano polsi e caviglie a delle assi di legno poste in cerchio nel grande salone da pranzo. C’è un tavolo apparecchiato. Le finestre accovacciate sulla neve del giardino. Il tepore sbuffa ovatta gelida da cartone animato.
Prima di iniziare Stefano ci rassicura. Spiega. È una variante del gioco della bottiglia. La penitenza a totale discrezione dei due padroni.
I regali. A mezzanotte. Ai piedi dell’albero pagano illuminato a microepilessie colorate ci sono 4 scatole a decoro.
Musica classica. Rilassante. Ingannevole. Filodifussione quadrifonica.
I due ci imbavagliano con una gag ball. Non stanno rispettando gli accordi.
Stefano borbotta. Protesta. Troppo tardi.
Primo giro di bottiglia.
A fianco Stefano. Loretta. Di fronte Davide.
I padroni ci iniettano non so cosa. Inizio ad agitarmi.
La bottiglia ruota.

Abrasione

Il collo punta Loretta. I suoi occhi non più arroganti.
Caviglie e polsi forsennati. Barbuglia.
Uno dei due le accarezza la vulva. Solleva. Stringe le grandi labbra. Mutila la carne di peluria rossiccia. Una pinza attanaglia sbrindellando le piccole labbra. Recide la clitoride. Loretta si contorce pallida. Collassa.
Secondo giro. Stefano. Uno gli allunga le palpebre tirando le ciglia. Le tagliuzza via dall’interno recidendo le semilune dei tarsi. Sguardo senza palpebre fisso. Un rivolo di vomito scivola la guancia. Rimane vigile. Le pupille vitree sbattono in escandescenze vermiglie.
La bottiglia torna su Loretta. Si rifà. Tocca a me.
I miei capelli lunghi e biondi. Uno fa la treccia. L’altro affonda un bisturi lungo l’attaccatura. Avvolgono la treccia attorno a un manico e iniziano a tirare con forza più e più volte. Strappano. Anche il cervello sembra sbarbicato. La testa pulsa. Lo scalpo caldo gocciolante.
Puzza di metallo globulare. Mi piscio addosso. Fanno ruotare la bottiglia.
A Davide uno di loro stringe il pene barzotto gli inietta viagra nel corpo cavernoso. Il pene s’irrigidisce automaticamente. Un bisturi penetra il prepuzio alla base del frenulo. Taglia la pelle dritto fino al rafe mediano dello scroto nella zona perineale come con una patata bollita prima di spellarla.
Davide ringhia soffocato.
Scroto sbucciato via dai testicoli. Corpo cavernoso scorticato. Escissione dell’intera esistenza.

I regali

Remote. Campane. Mezzanotte. Tempo disfatto in infinite profondità orripilanti. Umane. Lotto con tutta me stessa per non tornare alla realtà. Desidero la morte.
Lo strazio carnale mi sottrae alla deliquescenza dei sensi.
Rintocchi diafani. Freddi. Cristallini. Musica filodiffusa innocente. Buon Natale. Impersonalità della sofferenza compartecipata.
Baleni di apnea ciclici. Strati paralleli di coscienza. Delirio. Supplizio.
Rallentano il dissanguamento. Passi pesanti sulla fanghiglia sanguinolenta del tappeto.
4 scatole. Carta fregiata. Fiocchetto rosso. A uno dei cappi il cartoncino con il nome di ognuno.
Stefano: oggetto in bronzo apribile a forma di pera. Chiavetta girevole. Uno dei due gli caccia la pera nell’ano. Con violenza. Stefano urla uno strazio soffocato. Uno dei due si mette a ruotare la chiavetta. La pera si apre in tre foglie spesse taglienti di 15 cm. Prolasso. Rivoli vermigli di merda. Stillicidio cavernoso. Chioccolio denso. La pera estratta con violenza dal retto. Le budella traboccano. Defecate. Stefano resta senza palpebre a fissare il soffitto agonizzante.
Il regalo di Loretta: due grandi zampette feline agganciate a due catene dorate. Gli artigli conficcati energicamente nei seni prosperosi. Uno mette in tensione le catene. Le mammelle si sollevano. Gli artigli tirano. Loretta geme asfissiata. I due strattonano le catene. Trascinando in alto il corpo. I seni lacerati. Rossastri contro la parete nauseabonda. Loretta ricade sul legno turgido senza mammelle. Lacerti di carne scura. Agonia.
Il mio regalo è un ratto puzzolente. Famelici denti acuminati. Gironzola sul mio corpo. Vi prego uccidetemi subito. Morde. Unghiate. Uno dei due mi divarica l’apertura vaginale. Infila il ratto fin quasi sopra la cervice. Ricuciono la vulva. Un fulmine mi sbatte. Perdo i sensi. Per poco. Il dolore lancinante mi risveglia. Il ratto scortica. Dilania gli organi cercando di fuggire. Si muove sotto l’ombelico.
A Davide regalano un ragno di bronzo con un tubicino lungo e flessibile. Uno stantuffo chiude le zampette metalliche. Dilata il tubicino. Iniettano altro viagra per via intracavernosa. La zona genitale è un miscuglio rosso scuro. Il pene scarificato. Duro. Vi si erge sciogliendo fili purpurei di liquido. Il tubicino spinto dentro l’urètra. Davide è folgorato. Le zampette metalliche stritolano la carne viva dei testicoli. Il pene inizia a spappolarsi in due. I testicoli a disfarsi in una poltiglia bluastra. Davide smette di respirare. Un liquido fuoriesce dalla bocca. Denso. Dopo un po’ anche Loretta. Morte che unisce. Che non separa. Che scioglie.

Vivere

Sei del mattino. Riprendo conoscenza. Disgraziatamente non sono ancora morta. La voce pura filodiffusa è l’ultimo ricordo. Concerto di. Qualcosa.
Sottratta all’orribile. Brucio aria nel cloro insopportabile d’ospedale. Mozziconi di frase. Tutti morti. Due accanto al letto. Estratto il roditore dalla mia vagina. Organi devastati. Il mio Natale ultimo. Questo è quanto. Non sopravvivrò. Spero. Per stare più tranquilla salto. Non voglio continuare a morire. Mi strappo dalla pelle i macchinari per la rianimazione. La finestra oblunga sull’ampia strada bianca a strisce nere. Altissimo vuoto. Pulito.
Ascendo. Precipito. Non morirò più di. Non racconterò quello che è. Racconto per rimuovere il. Non perché possiate ricordare che.
Sì. Cessa la crudeltà ergo principia il segreto. Lascio a voi il mondo. Io voglio vivere.

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3 Responses to Pranzo di Natale – #TUS2

  1. madamagray says:

    lettori e lettrici, grazie di cuore per la lettura e l’ospitalità!!!!!

  2. Virginia says:

    Ossignur.

    …oppure potete dare un’occhiata a cosa sia davvero il BDSM scaricandovi gratuitamente “Nessuna sfumatura di grigio” da http://www.ayzad.com.

    • madamagray says:

      no no, il BDSM non c’entra nulla, è chiaro, è solo un pretesto, mi interessava il punto di vista, il riferimento esatto è questo: Memorie postume di Brás Cubas, dove il punto di vista è quello di un morto, e che lessi tantissimi anni fa, di Machado de Assis, grazie comunque per
      grazie Virginia, un bacio dove vuoi tu!

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