Iniziazione (diario di un adolescente)

di Riccardo Fraddosio

I miei dicono che sono fanatico e manicheo. Dicono: “Hai solo sedici anni”. Ma io non li ascolto e mi agito nella camicia di forza, i miei occhi vagano furiosi sullo schermo del computer. Sono pronto a esplodere. Ogni cellula del mio corpo è in tensione come una molla e sono sicuro che prima o poi passerò ai fatti. Loro trovano una scusa che mi renda recuperabile. “È un ragazzo. Troverà la sua strada” si ripetono come un mantra. Ma non sanno, non capiscono. Sottovalutano la mia nausea e la liquidano come disagio. Invece altro che disagio: ho il fuoco dentro, il disastro.
Sono disgustato dalla vita, da questo pallido tirare a campare elevato a norma. La perversione non è l’infrazione della regola. La perversione è la regola: adattarsi, spegnersi, sopravvivere.
Gli altri però non capiscono. Mi guardano di traverso. Si credono al di sopra della situazione e sono in vena di consigli. “Stai calmo” dicono. Mi agitano l’indice sul naso. “Mantieni il sangue freddo. Si può vivere felici. Il mondo non fa schifo”. E certo che non è il mondo, mi dico: siete voi a far schifo.
Forse hanno ragione. Ma cosa me ne faccio della ragione, quando voglio il sangue? Il sangue è la vita reale. Gioia e sofferenza. Questi pensieri tranquillizzanti, da vecchi stanchi, non riesco a digerirli. Ho lo stomaco intossicato, fragile. Sono insofferente e astioso: osservo le loro facce e penso che sono incapace di stare al mio posto. E se la ragione un po’ li sta a sentire, il mio istinto no. Lui non accetta. Non credo che si possa plasmare la vita, che vada addomesticata. Mi ci scaglio come contro a un muro.
Odio anche la gran parte dei miei coetanei, perché si accontentano troppo. Così loro stanno da una parte e io dall’altra. Il mio mondo sorge ai due lati d’una ferita spirituale. Ma a tutto questo c’è un’eccezione: il bidello, Franco.

A ricreazione mi involo per le scale e salto i gradini due a due. Corro rapido fra i corridoi grigi della scuola, costeggio le mura minacciose del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Alla fine trovo sempre lui che fa le parole crociate.
Si è spaccato la schiena per tutta una vita nei cantieri, Franco. Poi un giorno un incidente, un grave infortunio. Non è una cosa tanto insolita per chi fa quel lavoro. Infatti si ritiene fortunato, perché ha trovato questo impiego da bidello: noioso, questo è sicuro. Deve languire ogni santo giorno di fronte alla palestra interna all’istituto, aspettare che i figli dei ricchi facciano le loro corsette e le partitelle di pallavolo.
“Non farti manipolare”, dice. “Essere manipolato è lo stesso che farsi convincere. Se li ascolti prima o poi avranno la meglio su di te. Non essere tollerante con loro. Più parlano più vuol dire che non hanno niente da dire. Ti faranno dimenticare te stesso”. Agita le mani come un visionario. “Non credere a nulla!” ringhia. “Non credere a chi parla di sviluppo materiale o personale. Non credere a chi parla di giustizia. Chiudi le orecchie. Diventa sordo. Sàlvati! Il problema dell’essere umano non è la sua bestialità. Il problema è la sua astrazione. Ecco qui: ti rifilano due o tre parole che suonano bene. Per un po’ di musica finisci per rovinarti la vita. Ricòrdati: i loro discorsi sono scuse per accrescere il loro potere. È tutto un fatto di prevaricazione, di dominio, di violenza psicologica. Tu credi che qualcuno possa migliorare la sua condizione? Sbagli. Ogni cambiamento è un passo verso la morte. Non diventare nulla e morirai come sei nato: felice. Tutti dicono: produzione, crescita, desiderio. Si confondono le idee perché non possono ammettere la verità più profonda, e cioè che l’uomo per campare ha bisogno di poco. Di pochissimo. Tutto il resto è superfluo e puzza di avariato”.
Franco zoppica verso la porta del bagno, entra. Sa che quando uscirà sarò ancora lì ad aspettarlo. Capisco quello che dice. Nonostante la differenza di età e di estrazione sociale, siamo molto simili. E poi è la prima persona che si prende la briga di spiegarmi qualcosa.
“Mio padre” riprende “era contadino”. Franco ha la fronte imperlata di sudore, sembra arso dalla febbre. “Io invece non ho seguito la sua strada, né avrei potuto. Ero un operaio, io! Classe operaia, così dicevano di noi. Coscienza di classe, ci incoraggiavano così. Ma quale coscienza avevamo, secondo te? Mio padre aveva una coscienza. Sapeva leggere la natura perché conosceva i ritmi del mondo. Noi invece no. Ci hanno convinto che abbiamo bisogno dei recinti rassicuranti che hanno eretto per noi: ci seducono con la libertà di viaggiare e di comprare, almeno finché dura. Ma il loro è un pensiero chiuso, che non lascia spazio alla pluralità della vita. Si sente puzza di chiuso, qui dentro! Il loro pensiero è un cerchio, una galera, una torre di Babele pronta a schiantarsi! Ma io sono più colpevole di loro, perché sapevo tutto e li ho seguiti lo stesso. Io mi sono voluto perdere, capisci? L’ho desiderato con tutto me stesso. E lo sai che cosa mi rimane, adesso, a cinquantasette anni? Questa gamba zoppa. Ecco: mi rimane il nulla”.
Franco si genuflette e fa il segno della croce. Io lo fisso in silenzio: prima allibito, poi disgustato, infine sprezzante.
“Ti sembro un demente, vero? Ma io sono demente! Sentimi bene: faccio questo atto di umiltà, quest’atto d’amore e prostrazione di fronte all’Infinito. È la mia provocazione ai moderati, ai giudiziosi, a quelli che non sanno soffrire. Il mio grande rifiuto al mondo. Tutto affinché io sia diverso da loro. Se loro sono la luce, io sarò la loro ombra”. Si ferma un attimo per prendere fiato. “Lo sai, ho una cultura da autodidatta” dice. “Una volta credevo nella lotta di classe e nel progresso, leggevo tanti libri e li commentavo con i compagni in sezione. Ho letto tutto quel che si poteva leggere. Economia e letteratura. Marx, Sciascia, Vittorini. Ho letto Camus! Lo adoravo, capisci? Lo adoro ancora. L’uomo in rivolta, non mi stanco mai di quel libro. Ma ho letto anche tanta robaccia indigeribile, perché andava di moda e leggevamo tutti più o meno le stesse cose. Ed ecco la mia conclusione: non ha alcun senso. Cosa ci facciamo con la letteratura, se l’uomo non sa più amare?”.
Franco ha finito. È ancora in ginocchio e mi chiede di aiutarlo a tirarsi su. Io mi carico il suo peso. È pesante, troppo pesante. Puzza di alcol. Non condivido le sue idee, ma lo ascolto lo stesso.
Franco adesso ride fra sé. Si è ricordato di qualcosa.
“Lo sai” dice “cosa mi ha risposto uno di quelli, una volta? Mi ha rigirato la frittata! Gli intellettuali sono così, sono dei grafomani narcisisti che perdono il loro tempo a guardarsi l’ombelico. Ha detto: cosa ci facciamo con l’amore, se la letteratura si è estinta? Capisci, adesso? Cosa potevo rispondergli? Ci sono persone che sono disposte a tutto, pur di evitare di vivere. Ed evitano di vivere, perché così possono fare a meno di amare”.

Ma Franco non è l’unico essere umano con cui parlo. C’è anche Andrea. Andrea è stata la prima persona che ho incontrato quando ho cambiato scuola. Mi ha raccontato subito uno dei due episodi più importanti della sua vita. Mi ha detto che era stato ammanettato e condotto in un luogo isolato, in quanto sospettato di furto e spaccio. Era stato costretto a denudarsi e a fare alcune flessioni mentre gli sputavano sulla schiena e gli gridavano zingaro.
Ma Andrea non era uno zingaro. Era un quattordicenne cui piaceva conoscere le persone, cosa che lo aveva spinto a stringere amicizia con un rom e a seguirlo nella metropolitana. Spesso rubavano i portafogli ai passeggeri, altre volte chiedevano l’elemosina. Un giorno qualcuno aveva chiamato la polizia. Andrea e il rom erano fuggiti fra le persone e le lunghe gallerie della metropolitana. Alla fine Andrea era stato preso.
Per qualche motivo non rispondeva alle domande dei poliziotti. Aveva paura che se avesse aperto bocca si sarebbe manifestata la sua vera nazionalità. A lui piaceva condurre esperimenti, portare l’umanità ai confini delle sue zone d’ombra e tirare le conclusioni del caso.
Quando era venuta fuori la sua carta d’identità, un agente aveva avvertito suo padre, noto diplomatico fratello di noto costruttore con diversi agganci in polizia. Si era risolto con le scuse più sentite e la raccomandazione di non ripetere la bravata.

A questo punto devo raccontare di quella sera – la sera in cui forse ho capito almeno in parte le parole di Franco – altrimenti finisco per scordarmela. Io non voglio scordarla mai, quella sera. In breve succede che Andrea si fa trovare sotto casa mia, appollaiato sul motorino. Non c’è luna e fa freddo. Salgo sul sellino, quasi senza salutarlo. In effetti non ci parliamo quasi mai. Ci capiamo quel tanto che basta e ci divertiamo comunque.
Però stasera mi tremano le gambe. A sedici anni, ho sentito dire, si dovrebbe essere quasi solo cuore e muscoli. Ovvio che non ho nulla di tutto ciò. I miei muscoli sono i tasti della playstation e il mio cuore è un frastuono di battiti, a volte fa male. Mi vengono le fitte.
Si alza un alito di vento. È una notte troppo buia, ma Andrea se ne infischia del buio e preme sull’acceleratore. Costeggiamo il Tevere e sfrecciamo lungo ponte Duca D’Aosta. Il letto nero del fiume ci rincorre. Ci mettiamo pochissimo a prendere la tangenziale e poi la Salaria, Andrea tira il motorino truccato come un indemoniato.
Poi arriviamo. Andrea mi indica una ragazza alla fermata dell’autobus, ne indica un’altra e un’altra ancora.
Mi osservo attorno. Sul grosso piazzale camminano prostitute, le luci delle auto le sfregiano.
Le macchine rallentano e chiedono i prezzi: alcuni le mandano a fare in culo e altri concludono l’affare. Non è proprio come un supermercato, ma rientra nella logica dell’ipercapitalismo. Esseri umani che diventano merce. Esseri umani che consumano esseri umani.
Andrea ferma il motorino e scende, sa già dove andare. Andrea sa sempre dove andare.
Rimango da solo, vacillo sul marciapiede.
È un rituale iniziatico, mi dico. Se lo faccio, lo devo fare senza rifletterci. Poi sarò come loro. Varcherò la soglia in un attimo. Quello che mi divide dagli altri.
A cinquanta metri da me c’è una ragazza. Mi trascino verso di lei. Ha lo sguardo fisso nel vuoto e non si accorge di me. Sta tremando, si stringe il seno fra le braccia. Sembra più per coprirsi che per proteggersi dal freddo.
“Trenta euro” dice.
Mi ha visto. Ho un sussulto. È come se mi avessero svegliato di colpo.
“Hai soldi? Guàrdati, sei un bambino. Se non hai i soldi te ne puoi andare a fanculo. Trenta euro o lasciamo perdere. Trenta euro, capito? Altrimenti vai a farti fottere”.
“No, no” mugolo. “Ho i soldi. Non ho la macchina”.
“Fa niente”.
Prende i soldi. Poi mi afferra la mano, mi porta dietro il parcheggio in un posto lontano dalla strada. Tira fuori un preservativo e dice che devo infilarlo. Poco più in là c’è un cassonetto. Ci si appoggia dopo essersi tirata giù le mutande.
Rimango immobile e lei si volta, non capisce cosa stia aspettando. I suoi occhi sono luminosi, illuminano anche l’ombra. In quel momento sembra un angelo e mi chiedo da quale paradiso sia caduta.
Mentre penso a questo mi si piegano le gambe, diventano più fragili di quelle di Franco; crollo in ginocchio. Forse è l’angoscia degli ultimi mesi: la nuova scuola, i nuovi professori, i miei genitori che non fanno che litigare. Ma forse è qualcosa di più profondo.
Scoppio a piangere. Erano mesi che mi trattenevo, forse anni. Finalmente mi lascio andare. Le lacrime mi rigano il volto. Lacrima dopo lacrima è come se mi purificassi da tutto quello che ho vissuto e che non sono riuscito ad amare.
Lei mi sorride appena. Si inchina e mi bacia la fronte. Dura molto più di quello che saprei descrivere. Dura molto più del pianto.

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7 Responses to Iniziazione (diario di un adolescente)

  1. Ciro scrive:

    Finalmente un racconto che parla dell’adolescenza senza cadere nella banalità.

  2. Lisa scrive:

    Affascinante.

  3. PF scrive:

    Sentite confessioni di un semplice ragazzo che conclude il suo patimento in ginocchio di fronte ad una donna. Bellissimo finale che definirei caravaggesco. Complimenti all’autore
    .

  4. patriziaugolini scrive:

    Intenso ed appassionante racconto di un periodo di vita tra i più difficili e sospesi tra l’essere e il non essere ancora, nudi nel viaggio a scuotere la polvere altrui. Commuovente.

  5. liviafromalbany! scrive:

    davvero emozionante! difficile spiegare un momento così particolare della vita di un uomo.
    Hai reso a parole un periodo di intense emozioni in cui si cerca di uscire da un angolo di profonda insicurezza ed incertezza, forse il più buio della nostra esistenza.Commovente e geniale l’ultima frase.
    complimenti

  6. Walking Dead scrive:

    Ma è un articolo o un libro?

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