Epifania d’aprile durante una pisciata

cartello come usare il bagnodi Matteo Pascoletti

L’epifania va riconosciuta appena deflagra all’instante, totale, nella coscienza. Non è importante il giorno in cui accade, né riflettere sul perché quella consapevolezza non sia capitata prima, in condizioni analoghe, o piuttosto attraverso percorsi razionali. Non è importante nemmeno il luogo: questa particolare epifania, ad esempio, è avvenuta in un bar che si affaccia sulla piazza del centro storico di Cortona; più precisamente nel bagno, davanti alla tazza. Il luogo, al limite, è importante per la sincronia tra mondo esterno e mondo interiore di chi ha avuto l’epifania – nel caso specifico: io mentre pisciavo – che ha puntato l’intuito sull’universale: come un faro teso a illuminarne una porzione di cielo.

L’epifania in questione è: la crisi di quest’epoca è tangibile nei bagni aperti al pubblico. Ma mi spiego.
Nei bagni aperti al pubblico sono frequenti cartelli che invitano a, come dire, centrare la tazza, e più in generale a non sporcare. Un mio contatto Facebook, Angelo Centini, mi ha fatto notare in un secondo momento, distante dunque nel tempo e nello spazio dall’epifania cortonese, che nei bagni giapponesi aperti al pubblico sono addirittura arrivati alla gamification sulla minzione: da Pes a Piss. Tuttavia per ora mi limiterò ai soli cartelli, partendo da un dato: sono assenti nelle abitazioni private o, se presenti, sono un’eccezione, una coloritura del padrone di casa. Se ne deduce che il problema riguarda solo i bagni di luoghi aperti al pubblico. Questi non sono pensati per avventori ubriachi o comunque dalla coscienza alterata, e ciò per tre motivi: primo, di solito gli avventori dalla coscienza alterata non leggono e se ne infischiano delle istruzioni; secondo, dato il primo motivo, se i gestori dei locali temono che detti avventori possano sporcare, allora ricorreranno a scuse come “il bagno è guasto” e morta lì; terzo, i cartelli si trovano anche nei bagni di luoghi dove, ragionevolmente, è lecito non aspettarsi la presenza di avventori dalla coscienza alterata, come enti della pubblica amministrazione. I cartelli dunque sono pensati per esseri umani che in casa propria sanno utilizzare il bagno correttamente, mentre quando escono di casa tendono a diventare sudici.
Quali sono le ragioni di un simile cambio di condotta? Al riguardo ho formulato due ipotesi.

La prima è che l’insudiciamento dei bagni sia un retaggio arcaico del nostro essere mammiferi. Si sporca perché in realtà si sta marcando il territorio. A questo stadio dell’evoluzione tale pratica è una sopravvivenza inutile e odiosa: difficile che il nostro carisma e il nostro apprezzamento sociale aumentino in base a quanto siamo bravi nel pisciare fuori dalla tazza. Improbabile che, usciti a cena con una ragazza per la prima volta, lei possa sentirsi attratta nel sentirci dire, una volta tornati dalla toilette, “vedessi che lago giallo ho lasciato di là!”. I cartelli, dunque, rappresentano il tentativo di un sistema sociale di correggere un arcaismo. Ma questa ipotesi, di per sé suggestiva, vacilla se si considera che detto arcaismo dovrebbe allora verificarsi anche quando si va nel bagno di persone che non conosciamo, e perché i cartelli dovrebbero comparire in qualunque luogo potenzialmente marcabile, come vicoli o parcheggi; poiché queste condizioni non si verificano, l’ipotesi cade.

La seconda ipotesi è che questo pubblico sudiciume sia una silenziosa e rozza rivolta dell’individuo verso le forze della produzione: non potendo rivoltarsi direttamente contro il potere merceologico, il singolo manifesta la propria rivolta verso i luoghi dove ne avverte la presenza. Dunque eccolo attaccare, attraverso le armi offerte dalla natura – nel caso specifico: piscio e merda – gli apparati burocratici, l’istruzione e, naturalmente, l’economia. Sporcare significa dire “io esisto” a un sistema che, attraverso il consumo di massa e i desideri indotti, annulla la coscienza individuale e le relazioni non mediate da immagini e merci. I cartelli rappresenterebbero dunque il volto buono del potere, che in questa fase cerca ancora di correggere bonariamente l’individuo. In una società tecnologicamente avanzatissima come quella giapponese, il discorso della gamification è allora di un potere che dice “non ti rivoltare, conformarsi è divertente!”. La validità di questa ipotesi è confermata anche da quei cartelli che spiegano come usare i bagni pubblici; come se pisciare e cacare richiedessero il libretto di istruzioni! Sono cartelli inutili rispetto allo scopo dichiarato, perché una società di individui che disimparano a usare il bagno appena usciti di casa è una società destinata all’estinzione; lo stesso dicasi per una società i cui bagni pubblici sono così complessi da richiedere istruzioni impossibili da imparare altrimenti. I cartelli, dunque, hanno un altro scopo: essi dicono all’individuo “tu mi obbedirai” proprio in quei luoghi dove egli attua la rivolta.

In conclusione, dalla seconda ipotesi emergono due direttrici. La prima: le forze della produzione muoveranno per rendere meno corporale l’uso di bagni aperti al pubblico, ad esempio creando dispositivi che estraggano direttamente il materiale organico da evacuare. La seconda: qualora la rivolta dovesse continuare, il potere la affronterebbe apertamente, instaurando Leggi Speciali volte a reprimere con violenza chiunque insudici i bagni pubblici, e dispositivi di sorveglianza per assicurarsi che la Legge non sia violata.
In un futuro prossimo, dunque, pisciare fuori dalla tazza potrebbe costare la vita.

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