17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia)

In tema di Resistenza e Liberazione, vi proponiamo quest’oggi un racconto di Luca Rinarelli, mentre nella giornata di domani, 25 aprile, potrete leggere un estratto dal romanzo In territorio nemico, pubblicato recentemente da Minimum Fax.

17_03_44Scese le scale del condominio con le mani in tasca. Rapido, con la testa altrove. Al pianerottolo del secondo piano, urtò la signora Corio. Le due sporte di stoffa sporca, flosce a causa del razionamento, rotolarono verso il basso. Alberto si scusò, tentando di parare la salva di insulti in torinese stretto. La vecchia si chinò a raccogliere, illuminata dal cielo plumbeo che faceva capolino dalla finestra di uno dei balconcini razionalisti della scala.
Quando poggiò il piede sul marciapiede di via Pianfei, la maggior parte delle persiane delle Case Municipali erano chiuse. Qualche panno steso, due voci in qualche appartamento che stavano litigando. Il palazzo all’angolo con via Aquila era abbandonato. Come il giorno prima. Come ormai da un anno, sventrato dalle bombe.
Alberto alzò il bavero del giaccone di pelle che aveva tolto al cadavere di un motociclista portalettere della Wehrmacht, la settimana prima.
Gran bel giubbotto. Come se questo vento feroce non esistesse.
Il berretto di lana da pescatore riusciva a tenergli sufficientemente calda la testa. Svoltò in via Ascoli e raggiunse infreddolito la piola all’angolo. Di fronte alla porta del locale, da cui proveniva il vociare ovattato, Alberto tolse le mani dalle tasche, lasciandone una vuota e l’altra rigonfia e pesante.
Entrò. Fu assalito da una nebbia maleodorante di tabacco. Alla sua destra, quattro uomini stavano giocando a carte. Il loro tavolo di legno grezzo era mitragliato di cerchi violacei.
“Ciao, Sergio. Dammi un mezzo litro.”
“Ohi, Albi. Com’è? Ti vedo pensieroso.”
“Di questi tempi, sarebbe incosciente non esserlo.”
“Hai visto in via Livorno? Che disastro!”
“Già. Finché non finisce questa guerra, continueranno a caderci le bombe in testa.”
Si accorse di altre voci, dietro la sua schiena. Un altro tavolo.
Cristosanto. C’è ancora gente che crede nella vittoria. Dell’Italia. Di quell’Italia. L’onore, l’alleato germanico. Il Duce. La Repubblica.
Ci vorrebbe, una Repubblica. Ma vera.
Alberto scolò tutto il liquido rosso scuro che riempiva la caraffa. Si guardò attorno. Legno ovunque. Bottiglie esposte su scaffali di legno, fino al soffitto. La radio di legno, appoggiata sopra la credenza. Sergio l’accese.
L’EIAR.
Una fanfaretta gracchiante. La solita voce di Martini, dell’Istituto Luce. Gracchiante anche lui.
Quest’oggi, il Duce…
Alberto sospirò, facendo risuonare l’aria che usciva dal suo corpo.
Fanculo. Fanculo a tutto.
Tossì. Troppo fumo, nell’osteria.
“Sergio! Una grappa! Un bicchiere pieno, per favore!”
Lasciò le monete sul bancone. Uscì, di nuovo con le mani in tasca.
Piazza Regina Elena deserta.
Voltò la faccia alla sua destra. Via Livorno. Livida e deserta.
Un enorme cratere a centro strada.
Il 14.
Il tram piegato su un fianco. Inchinato in avanti, accartocciato e mezzo sprofondato dentro alla voragine.
Ecco perché deve finire. Basta.
Non riusciva ad allontanare la tristezza. Quel che gli toccava fare.
Si rollò una sigaretta e ripartì. Nessuno per strada.
Arrivato in corso Regina Margherita, svoltò in direzione centro.
Sotto. Il sottopasso.
Alberto prese un lungo respiro e iniziò la leggera discesa. Nella tasca sinistra del bel giubbotto di pelle, il metallo gli raffreddò il palmo. Sotto il ponte della ferrovia si fermò.
Attese un quarto d’ora.
“Pssss!!”
Con i tacchi fece un giro di centottanta gradi. Lo vide, nascosto in un anfratto tra i pilastri.
Dopo essersi guardato attorno, prese a camminare veloce verso il punto da cui era arrivato il rumore.
Ogni volta che lo vedo, sembra più magro e più piccolo.
Il tipo era ricurvo sotto il peso della sua gobba. Berretto di lana verde, cappotto con molti buchi. Guanti con le dita mozzate.
“Ciao. Dove?”
Silenzio.
“Dove sta?!”
Faccia pallida.
“Allora?”
“Qui dietro. Via Principessa Clotilde 23 bis. È uno scantinato.”
“Grazie. Fai attenzione. Ciao.”

***

Alberto armeggiò col cacciavite. Riuscì ad aprire.
Buio.
Scese le scale. Una sedia di legno piuttosto grande, di cui si intravedevano a malapena i contorni.
Sembra un trono.
Ai braccioli erano legati due polsi. Un uomo seduto. Sudato. La canottiera era sporca di sangue. La testa calva era molle, il mento appoggiato sullo sterno.
Bastardi.
Si accese una luce fioca, sul fondo, davanti all’ultima parete di mattoni a vista.
“Alberto! Che cazzo ci fai, qua? Come sei entrato?”
Un respiro profondo.
“Ciao, Pino. Vedo che hai finito il lavoro, per oggi.”
Pino, anche lui strizzato dentro una canotta madida, si asciugò le mani con una pezza di stoffa lurida.
“Che vuoi? Gipo! Luigi! Venite qua, che abbiamo visite!”
Prima che i due lo raggiungessero, Alberto estrasse la Luger del motociclista dalla tasca.
Tirò il giunto a ginocchio.
“Ma che…”
Tirò il grilletto. Il primo tipo, che stava arrivando da dietro Pino, crollò a terra.
Alberto scattò, voltandosi indietro. Colpì il fegato dell’altro, lo smilzo, che gli stava saltando addosso.
Di nuovo di fronte a Pino.
“Che vuoi fare, Albi?”
Lui annusò l’aria. Sudore. Cordite. Sangue. Stanchezza.
Odio.
Pino si passò la lingua sul labbro superiore. Alberto deglutì. Gli parve di aver dovuto mandar giù una pietra tagliente.
“Ti ho voluto bene, Pino. Non credere. Davvero. Ma certe cose… certe cose uno… sai com’è… uno non può far finta di non vederle. Non si può.”
Alberto fece un giro con le pupille, senza staccare il cervello da chi gli stava di fronte.
Mattoni scrostati a vista, volta a botte. Oscurità.
Tanta oscurità.
Pino mosse la mano destra. Una saetta. Dopo mezzo secondo aveva una pistola pronta al fuoco.
Alberto schiacciò con l’indice ancora una volta. Il ginocchio di Pino si tinse di rosso e lui sprofondò al suolo. Un urlo acuto.
“Non ci provare, Pino. Ti ho detto che sono entrato nella Garibaldi?”
“Non dire stronzate! Mi pigli per il culo? Non hai le palle.”
Alberto percepì con chiarezza le sue palpebre che si gonfiavano. In quel momento, vedeva tutto appannato.
Cristo. Ma perché ci siamo ridotti così?
“Porca troia, Pino. Hai appena finito di torturare questo poveraccio. Cosa ti è successo?”
“La guerra è una brutta bestia, Albi. Questo stronzo è un traditore. Come te. Cazzo, Albi. La Patria. L’Italia. Stai combattendo contro tua madre. Lo sai che giorno è oggi?”
“Il 17 marzo. Perché?”
Pino rise. Sguaiato.
“Ottantatré anni fa è nato il Regno d’Italia. Unito. È il nostro compleanno, in fondo.”
“Bel compleanno di merda.”
Pino ormai aveva le mani all’altezza della testa. Continuò a ridere mentre piangeva.
“Alberto. Perché non dici la verità?”
Silenzio.
“Anna. Non l’hai mai digerita, vero? Me la fai pagare, adesso.”
Alberto fece fuoco.
Pino scese con la schiena all’indietro, rimanendo con i polpacci quasi sotto al culo.
Addio.
Silenzio.
Buio.

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