In territorio nemico

[Come tutti oramai sapete, è nelle librerie In territorio nemico (minimumfax), romanzo scritto da oltre cento autori col metodo SICScrittura Industriale Collettiva, ideato dagli amici Magini e Santoni e di cui vi abbiamo in precedenza già proposto, in versione editata e corretta, quattro dei sei racconti prodotti. In occasione dei festeggiamenti del 25 aprile ve ne proponiamo, consigliandone vivamente l’acquisto, un estratto. Per saperne di più vi invitiamo a leggere inoltre l’assaggio sul sito dell’editore e l’estratto uscito su Nazione Indiana. Infine sul sito della SIC trovate (in continuo aggiornamento) la rassegna stampa e il calendario appuntamenti. E se proprio non vi basta, c’è pure un’intervista ai SICsters fatta da WuMing2 su Giap. Detto questo, non ci resta che augurarvi, con questa lettura, uno splendido 25 aprile]

Dopo cena, gli anarchici si riunirono intorno a un falò. Si parlava di sabotare la ferrovia. I ragazzi puntavano su una mappa il «Ponte dei rumori», nei pressi di Noce, a nordovest sulla strada per Zeri. Si sganasciavano dalle risate a raccontare le superstizioni su quel precipizio, da cui si diceva venisse su nottetempo il frastuono delle catene del fantasma di un indemoniato, lanciato lì sotto nel Seicento. Le Apuane intorno erano punteggiate dai fuochi delle compagnie. Qualcuno si divertiva a dire che erano andade, le processioni di morti incappucciati delle leggende locali; si raccontavano storie e si discuteva il presente, accompagnati da filastrocche mezze fischiettate su mogli cornute e preti incontinenti. A tratti le voci si univano in una canzone:
«Siam pronti sul selciato d’ogni via… Spettri macabri del momento estremo… Con in bocca il nome santo di anarchia… Insorgeremo! Urla l’odio, la paura ed il dolore… Da mille e mille bocche ischeletrite… Ritorna col suo pianto redentore… La dinamite!»
Cantavano, stringevano e protendevano il pugno a rafforzare la parola finale di ogni strofa; il vento tirava verso ovest e le loro vociscendevano dalla Foce fin giù alle prime case di Carrara. Matteo era seduto accanto a un uomo sulla trentina, calvo, basso e piazzato, il volto teso dall’inquietudine. Si era presentato come Nardo e gli aveva fatto i complimenti per il destro rifilato a Belgrado. Matteo si schermì, ricordando che alla fine ne aveva buscate, poi raccontò della palestra Ares, di come l’avesse frequentata per avvicinarsi alla cellula di azionisti. Belgrado, dall’altro lato del fuoco, gli fece il verso, mimando tiri di boxe. Nardo gli indicò i presenti e spiegò i loro nomi di battaglia. Nardo stava per Comunardo. Terenzio lo chiamavano Coppi per la sua passione per il ciclismo. Il nome Belgrado era colpa di una donna, così diceva lui; rinchiuso nel carcere di Massa per aver affisso dei manifesti sovversivi, era stato liberato dai partigiani della Elio assieme ad altri detenuti che avevano ingrossato le fila della brigata. Perché il Fiaschi si chiamasse Fra Diavolo, nessuno lo sapeva. Infine, a fianco di Ignigo che si stava accendendo la sigaretta sulle braci, Nardo indicò un giovane di vent’anni con lo sguardo a un invisibile orizzonte, i capelli agitati dal vento:
«…E poi c’è Elio, che non ce n’ha neanche bisogno, di un nome di battaglia».
Ignigo notò che guardavano verso di loro e si avvicinò. Nardo gli lasciò il posto, Matteo si trovò da solo sotto lo sguardo del vicecomandante, su cui si riflettevano i bagliori del fuoco. Ignigo gli chiese il motivo della sua presenza.
«Sono… Ero ufficiale inferiore di Marina. Ho disertato a Napoli e…»
«Bravo. Hai fatto bene a disertare», disse Ignigo, «ma che ci fai a Carrara: questo non lo capisco». Tirò fuori dalla tasca della giacca una sigaretta già girata e se la accese.
«Voglio passare la Linea Gotica».
«Credevo volessi unirti al distaccamento comunista che c’è sotto al Penna».
«Figuriamoci, neanche sapevo della sua esistenza. Dovevo arrivare a Genova ma sono stato costretto a fermarmi a Carrara. Io voglio raggiungere Asti. Trovare mia sorella».
«Perché?»
«Come perché?»
«Perché vai a ficcarti in mezzo al fronte per tua sorella».
«Ha bisogno di me».
«Tua sorella è menomata?»
«Niente affatto».
«È povera spiantata? Pazza? In galera?»
«Nulla di tutto questo».
«Allora è strano».
«Cosa è strano?»
«Che con tutto questo che succede», e indicò con un gesto della mano gli uomini intorno al fuoco, il picco di marmo e le stelle sopra di loro, «tu pensi di ficcarti sotto il naso dei tedeschi, come un moscerino che vuole attraversare una cascata. Non ha senso».
«Guarda», Matteo trafficò nel tascapane e tirò fuori le lettere di Adele. Le porse a Ignigo, che tuttavia le ignorò. «L’ultima volta che ho avuto sue notizie», insistette Matteo, «è stato un anno fa. Era sola e disperata, mio cognato era scomparso. Tu non faresti la stessa cosa?»
«Vuoi sapere quello che ho fatto io? Io ne avevo quattro di sorelle. Le ho lasciate per andare a combattere in Spagna, nel febbraio del ’37. Arrivai giusto in tempo per la difesa di Madrid. Che spettacolo…»
Gli occhi di Ignigo ardevano del riverbero del falò: «…Ma poi, Barcellona cadde in una guerra fratricida, con gli stalinisti schierati contro il poum, i trotzkisti, noi anarchici… Gli agenti russi uccisero anche un compagno italiano: Camillo Berneri, l’allievo di Malatesta. Maledetti bastardi cani di comunisti. Sai cosa scrivevano i socialisti spagnoli sui volantini, già prima del ’36? “Se vuoi salvare la Spagna dal marxismo vota comunista”».
«Quello che voglio dire, Destro», continuò Ignigo riscuotendosi dai ricordi, «è che non è possibile nessun amore quando per il mondo marciano bestie come quelle. I miliziani prezzolati, i nazisti, gli stalinisti. Tutti. Senza libertà non c’è niente per cui vale la pena di vivere. È meglio affrontare la guerra e morire che vivere in catene. L’uomo nasce libero, deve crescere nella libertà… Se avessimo vinto in Spagna, ora non saremmo a questo punto in Italia, e se non vinciamo adesso, Destro, che trovi tua sorella o non la trovi, ti assicuro che non avrà alcuna importanza».
In quella Coppi allungò il vino ai due e intervenne:
«E in Spagna ti sei preso anche una bella batosta, eh Ignigo? Fai vedere a Destro le ferite».
Matteo vide il vicecomandante alzarsi e nel riflesso della fiamma morente sollevarsi con la mano mutilata i panni dal petto e mostrare la carne tagliata dalle pallottole. Lo fissava come un morto che venisse a chiedere vendetta. Il Coppi diede una pacca sulla schiena a Matteo, che sussultò. Si chiese se in realtà tutti loro non aspettassero altro che morire. A un rumore inaspettato Ignigo si abbassò la camicia e fece un gesto di allerta. Si sentì Belgrado scoppiare a ridere sguaiatamente:
«Scusate il rumoraccio, ma il bagno principale era occupato da Madama Coccinella e mi sono dovuto mettere sotto la roverella qui a fianco. Vi ho messo paura, eh!»
La decina di partigiani seduti in circolo scoppiò a ridere. Un po’ per volta si alzarono, stiracchiarono le braccia e si diressero verso la baracca con le brande. Prima di allontanarsi, Ignigo si chinò su Matteo e lo fissò:
«Prendi il fucile e spara, prima che lo facciano loro. È la cosa migliore che puoi fare per tua sorella».
Matteo ebbe un brivido e abbassò gli occhi a terra. Più tardi, sdraiato sul suo giaciglio, stentava a prendere sonno. Cercò di immaginare quegli uomini nelle loro case, con le loro famiglie, condurre una vita normale. Immaginava il ragazzino, il Coppi, fermarsi davanti a scuola con la sua Bianchi e gigionare con le compagne; Ignigo accompagnare le sorelle alla messa e restar fuori sul sagrato a braccia incrociate. Davvero, le loro donne a valle preferivano saperli lassù che averli accanto? E cosa si aspettava da lui Adele? E lui, cosa desiderava? Adele era sempre sullo sfondo, ma sembrava non avvicinarsi mai, mentre lui si trascinava sempre più dentro la guerra. Nel dormiveglia, vide Ignigo fronteggiare decine di nemici all’arma bianca e ucciderli uno dopo l’altro; il peso del sonno lo sconfisse solo quando il cielo schiariva sopra le montagne.

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