Maggio 45

[Chiudiamo per quest’anno, con il racconto che segue di Domenico Caringella, la trilogia sulla Resistenza iniziata il 24 con 17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia) di Luca Rinarelli e seguita il 25 aprile con l’estratto dal romanzo SIC In territorio nemico. Buona lettura.]

di Domenico Caringella

Maggio 45

The frontiers are my prison
Leonard Cohen, “The Partisan

Non avevamo mai fatto l’amore in un letto. Comodi. Al caldo. E negli ultimi quattro giorni, in attesa di tempi migliori, non avevamo fatto che questo. Nei fienili e sulla terra umida di muschio era stato diverso; era stato clandestino, e dolce.
Mi bruciavano le ginocchia, l’effetto dello sfregamento contro le lenzuola. Una lama splendente di mattina entrava dalla finestra semichiusa e tagliava il letto in due, in diagonale. Il fascio di luce illuminava le sue gambe belle e stanche, proseguiva sul mio petto e andava a morire in un angolo. Ci vuol poco ad abituarsi alla penombra e così mi accorsi quasi subito che di luce ce n’era abbastanza per esplorare con lo sguardo la stanza, il soffitto, la linea della sua schiena, i suoi capelli scuri e disordinati; il lupo sul collo, il tatuaggio gemello di quello che avevo io su un braccio, che ci aveva fatto il Francese una notte gelida di febbraio, sul Carso.
Ormai non me lo nascondevo più, di amarla, quella persona che mi dormiva accanto. Eravamo tornati nella nostra città adesso, finalmente. A Trieste. Non avevamo programmato nulla, non sapevamo come cominciare, ricominciare. Una fase della nostra vita, improvvisa e impudente come uno squarcio, si era chiusa; e rimodulare i pensieri, la prospettiva, aveva qualcosa dell’entusiasmante e faceva paura allo stesso tempo.
Ripensai a mia madre che era morta mentre ero via; e all’avvocato che aveva smesso di trattarmi da figlio molti anni prima e che adesso era sparito. Era una persona tenera e insopportabile mio padre, e indovinare chi o cosa l’avesse cancellato dal suo mondo fisso e regolato sarebbe stata una scommessa persa in partenza.
La guerra stava per finire, forse. Ma per noi due era stato diverso. Era stato immensamente più facile combattere, sapendo entrambi di avere l’altro accanto a guardarti le spalle oppure a guardarti e basta; più facile uccidere, piangere, non perdere il senso delle cose, digiunare. Anche le fughe, le marce, erano state apparenti, perché affrontandole insieme riuscivamo a portarci dietro sempre un pezzo di casa, di cuore, una brace viva del focolare. Ridevamo noi due – il Tokarev sulle spalle, l’altipiano uno strano paradiso – gli unici, in mezzo a uomini senza memoria come me e donne che cercavano di perderne un pezzo alla volta, un giorno dopo l’altro.
Io per la prima volta sentivo di non camminare da solo, di vivere con qualcuno, per qualcuno. Di non avere tornaconto finalmente, di riempire poco a poco il vuoto che avevo creato, inventato a volte, intorno a me. Solo adesso comprendevo in maniera sufficientemente chiara cosa fossero la sofferenza e la felicità e che quelle che prima mi arrischiavo a chiamare a quel modo erano solo parvenze, succedanei dell’una e dell’altra.
Eravamo entrati in città il 30 aprile con Il Comitato Nazionale di Liberazione, il nostro gruppo insieme agli altri, alla spicciolata.
Trieste si era atteggiata a frontiera, sfrontata, da sempre, e adesso avevano deciso di prenderla sul serio e se la giocavano a dadi. Gli slavi di Tito, gli Alleati, l’Italia della Resistenza e quella di chi si preparava a salire sul carro dei vincitori; la mattina di tre giorni prima persino i neozelandesi che avevano occupato il porto.
Io adesso, rispetto a quando l’avevo lasciata, avevo una bandiera, eppure a Trieste erano bastati due minuti soli a farmene cambiare cento, nella mia testa. E tre, di bandiere, quella Jugoslava, il tricolore italiano con una stella rossa al centro e quella rossa con la falce e il martello, sventolavano davvero, davanti ai miei occhi ogni volta che alzavo lo sguardo, sui palazzi, sulle scuole.
Lasciai il mio amore, la mia vita, a letto. Decisi di uscire. Sole. Vento. Colori. Gente.

Vagai. Per ore, forse. Dovevo riappropriarmi di qualcosa, di tante cose. A piazza Unità d’Italia mi fermai; il mare e il vento mi fermarono. L’Adriatico quella mattina era piatto e scuro e tagliava l’orizzonte a metà. Chiusi gli occhi, pensai alla libertà, e in un istante che suonava come un valzer alle sue braccia, a quella schiena, alla sua voce.
E pensai che mai avrei tradito. Mai.
Furono altre braccia che mi strinsero, però. Forte, con violenza. Mi legarono le mani. E mi portarono via.
Quello che chiamavano Zlatko e che portava sulla divisa i gradi di tenente come un trofeo, come una smorfia, ordinò di sciogliermi i legacci solo quando fummo dentro al Comando della Brigata “Simon Gregorcic”.
Mi accompagnarono in una piccola stanza, stipata di militari slavi. Seduto davanti a un tavolo, il sangue che gli rigava le guance e la fronte e gli colorava la camicia bianca, gli occhi nei miei, c’era un uomo.
Il Commissario si alzò dalla scrivania, venne verso di me. Declinò il mio nome. Io annuii. Si esprimeva in un italiano meccanico ma comprensibile; e diretto. Mi spiegò che l’uomo che era davanti a me l’avevano prelevato un’ora prima da una palazzina del centro. Era sospettato di essere un collaborazionista. Come lo era stata tutta la sua famiglia. Aveva detto di essere un partigiano; e aveva fatto il mio nome, aveva chiesto, supplicato loro di chiedere a me.
Il funzionario, dandomi le spalle, trovò il tempo di ricordare i trascorsi non propriamente antifascisti anche della mia, di famiglia, e di suggerire che i cognomi possono diventare marchi, a volte.
Non esitai. Mi tuffai per l’ultima volta negli occhi neri di Giorgio, posai lo sguardo sulla testa di lupo ricamata sul suo collo e sentii la mia voce dire “Non so chi sia. Non l’ho mai visto”.
Senza pentimento. Senza sentimento.

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