Alta definizione

di Gabriele Merlini

Uno. Per cominciare ammettiamo di utilizzare in questa sede l’abusato escamotage di scrivere una recensione con il linguaggio proposto dall’autore del libro recensito, che sicuramente è ammiccante nonché un filo paraculo tuttavia non privo di:
a. Spunti acuti.
b. Brani buffi.
c. Riflessioni anche interessanti sulla figura del giovane disilluso e sensibile.

Due. Il tizio si chiama Adam Wilson e il libro Alta definizione (in originale Flatscreen), edito da ISBN. Stando al plot, spaccato della vita di Eli Schwartz che sarebbe un tardo-adolescente non realizzatissimo la cui esistenza cambia dopo l’incontro con un ex attore in sedia a rotelle chiamato Seymour Kahn.

Tre. Voce fuori campo: una madre «perfetta per la fotografia sgranata del cinema americano classico. Con i suoi completi da tennis bianchi e le sue mèche biondo platino» da unire a fratello vispo e figura paterna assente, sebbene non per colpa di un rapimento alieno (Wilson ci tiene a che questo venga specificato) ma banale decisione di andarsene. L’ambiente ebraico statunitense trattato con costanza dalla letteratura mondiale negli ultimi cinquant’anni, più ritratto tagliente di famiglia upper-class USA ad oggi degradata a middle-class per sconvenienti congetture economiche. Bildungsroman per ammissione dell’autore con capitoli narrativi alternati a brani che riportano accurate liste e bollettini intimo-relazionali talvolta azzeccati tipo:
a. Pagina trentaquattro. «Alcuni fatti su mio padre» (il padre di Eli Schwartz). Fuggito di casa. Ex giocatore di baseball al college. Possessore di nuova famiglia.
b. Pagina cinquantasei. «Alcuni fatti su mia madre» (la madre di Eli Schwartz), tipo che viene obbligata a cucinare e fa parecchie pulizie in salotto.
c. Pagina quarantasei. «Passione per le donne del quartiere» (il quartiere di Eli Schwartz) e va sottolineato quanto la sessualità sia aspetto basilare del libro, specie nella declinazione: seghe. Rimpianti per occasioni perse. Seghe.
d. Pagina settantasette. «Il sogno americano» o «esperienze sessuali» (di Eli Schwartz). Dal gioco della bottiglia alla prima vagina, finendo a sesso/pecorina. Quindi ricette per l’amore a pagina ottantatré basate sul mix di uova e MDMA.

Quattro. Ok. Divertente. Nonostante appaia saggio soffermarsi più sui brani nei quali la storia si sviluppa e gli eventi si accavallano, perché lì risiedono i maggiori punti di forza del testo. Quando cioè il linguaggio maneggiato con abilità e carico di un brillante humour amplia lo spettro della analisi stuzzicando su più livelli chi sceglie di seguire Wilson nelle proprie peregrinazioni ideali o meno lungo un’America piuttosto spenta. Sintetizzando, pagine spesso capaci di restituire una voce dal suono onesto che dimostra grazia ma anche dura consapevolezza e spietatezza nell’inquadrare le vicende più usuali di una esistenza usuale. Facendo emergere sfumature nascoste nelle piccole cose nonostante ottanta milligrammi nella narice [e] «santa maria» nel cranio. Mica facile.
Frammenti ricoperti da una patina superficiale di comicità ma che se grattati si dimostrano all’istante crudi tranche de vie (o slice of life per buona pace di Wilson che pure scrive sulla Paris Review). «La cultura americana pop è uguale alla cultura americana seria», scriveva l’onnipresente DFW. Tra quei due poli ci troviamo. Più o meno.

Cinque. Certo gli inevitabili cedimenti al giovanilismo ci sono ma finiscono per non avere il sopravvento sul testo (esempio lo status quo: «ok, mio padre non mi ha mai costruito una casetta sull’albero. Sai chi cazzo se ne frega») mentre con cadenza più alta ricorrono i momenti di prosa in grado di suggerire parecchio spendendosi poco. Periodi tipo «ora l’adulto era lui. Arroganza condiscendente, rasatura fresca» oppure «mamma sul tapis roulant a smaltire sensi di colpa e cibo cinese». Evocativo, quantomeno.

Sei. Prima di queste poche righe sul finale. O meglio sul fatto che esistono numerosi finali di Alta definizione. «Possibile finale numero uno», «due», «tre» (in stile Miramax), «quattro» (finale buonista) etc. Modalità conclusiva personale ma calzante perché non vengono snaturati gli equilibri e l’intero impianto regge. Un armamentario rischiosissimo dati i temi rodati da una lunga tradizione di genere e franare nel cliché è un attimo se scegli di tratteggiare un ragazzo alle prese con il mondo. Tuttavia Adam Wilson parrebbe salvarsi, muovendosi con accortezza e tecnica, fosse altro per il ritmo che riesce a mantiene alto nelle (uh) quattrocentoventisei pagine del romanzo.
All’inizio dell’edizione italiana c’è una foto. L’autore indossa occhiali da sole, ha la testa rasata e potrebbe ricordare più un tifoso di Hornby che un istruito nordamericano. Dice che insegna scrittura creativa alla New York University. Ottimo. Toccherà rivalutare i professori di scrittura creativa?

Alta definizione, ISBN 2013, pp. 480, euro 17,90

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2 Responses to Alta definizione

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