La conta delle lentiggini

la-conta-chiusoCome si fa a contare le lentiggini? È una conta estenuante, impossibile, come è impossibile credere ancora al lupo cattivo, restare per sempre  bambini, rimanere intrappolati in una città che ormai è sparita. Ed è proprio di questo che parla La conta delle lentiggini (CaratteriMobili, 2013), dell’impossibilità di stare dove ci è stato dato di stare e della nostalgia struggente per un periodo in cui tutto, forse, era unito e perciò perfetto, e a cui non si può più tornare. I personaggi della raccolta si consumano in questa ossessione. Vogliono tutto, fanno le cose sbagliate, oltrepassano un cancello che non dovrebbero mai oltrepassare, siedono in braccio all’uomo nero, si dondolano sulle sue ginocchia, disobbediscono per essere puniti ancora. Hanno fame di questo, perché Barbablù è una regione ancora inesplorata proprio lì, al limitare del cuore.

Quello che segue è uno dei racconti contenuti nella raccolta.

è quasi dolce

Seduta sulle mie ginocchia, ti dondoli avanti e indietro. A volte ti giri, gesticoli. Mi chino su di te, spingo con lo sterno: mi faccio posto. Il ventre premuto contro la schiena, ti sento respirare. Ingoi l’aria a piccoli sorsi, è una pasticca. Appoggio le labbra alle scapole, proprio al centro dove hai il tatuaggio, e mi impregno del tuo odore.
Sei così magra che ho quasi paura a toccarti.
Inclini la testa da un lato. Ti sfioro il braccio. Disegno dei piccoli cerchi con l’unghia. La pelle si sbianca. Scrivo il mio nome, lo ripasso, ma subito si cancella.
Così deve essere lasciarsi, penso, e mi concentro sul suono che fa nella mia testa.
La-sciar-si. È quasi dolce, scivola via di bocca.
“Ti peso?”, sussurri, senza voltarti.
Potrei dirti di sì, che ormai non sento più le gambe, invece ti afferro per la vita e ti stringo. Mi fanno male le mani e le braccia, non riesco a muoverle, ma è l’unico modo che ho per lasciarti: bloccare la circolazione, fare un doppio nodo al laccio.
Ti guardo e mi chiedo cosa sia l’amore, se sia solo carne, riconoscersi in bocca, ingoiare la tua saliva come fosse bario.
Sentirti allo stomaco, digerirti e vomitarti infinite volte, volerti e non volerti. Forse questo è l’amore, questo rigurgito di latte.
Zucchero cosparso intorno al capezzolo per farti attaccare.
Chiudo gli occhi, ti gratto via.
“Io non mangio mai”, avevi detto la prima notte passata insieme. Eri seduta davanti a me, accucciata. Le mani strette tra le gambe magrissime – le tue gambe da ragazzino, così simili alle mie – la fronte contro il mio sterno.
Io non mangio mai… L’eco della tua voce mi arriva ancora adesso che ti dondoli impercettibilmente, poi ti alzi. Lo fai veloce, di scatto, la maglia si svuota, si attacca alla schiena, alle spalle – sei sempre più piccola. Vorrei afferrarti, coprirti, ma rimango immobile. Mi ci costringo. Il minimo movimento farebbe saltare via i punti. Invece voglio trattenere tutto. Non voglio dimenticare niente. Voglio ricordare come ti spogliavo, cosa mi chiedevi, cosa ti obbligavo a fare. Voglio ricordare come ti scopavo.
È una delle prime cose che invece si dimenticano. Le frasi sussurrate mentre si fa l’amore si sfilacciano, diventano suoni sconnessi, battute fuori sync. Le cancelliamo col bianchetto e ci riscriviamo sopra qualcos’altro. In genere questo trucchetto mi riesce benissimo. Io funziono per rimozione. Interi periodi della mia vita semplicemente non esistono più. Sbianchetto e riscrivo, sbianchetto e riscrivo. Intingo il pennello, lo strofino sul collo della boccetta per togliere il liquido in eccesso, passo la punta tra le dita come faccio col rimmel. E copro, copro, copro.
Stavolta è diverso: voglio tenerti in qualche modo, voglio fare indigestione. Voglio ingozzarmi di te. Non lasciare niente nel piatto, nel mio e nel tuo. Farti a pezzi. Solo così posso trovare la forza, strapparti via di dosso.
Mi guardi, in piedi, le braccia aderenti al corpo.
“A che pensi? – mi chiedi – C’è qualcosa che non va?”
“Perché ti sei alzata? Dai, torna qua”.
“Va tutto bene? Rispondimi”.
Ti faccio cenno di sì, ti sorrido. Mi afferri la mano e la stringi con tutta la forza che hai, dallo stomaco. Non ti sei accorta di niente. Non immagini nemmeno cosa succederà. Non è una domanda la tua: è che non mi posso mai dimenticare di te.
“Ho sognato che baciavo la tua cicatrice”, avevi detto una sera.
Ti eri svegliata di soprassalto, col fiatone. Mi avevi guardata a lungo, poi ti eri sdraiata su di me, mi avevi abbracciata, ed eri rimasta immobile.
Quando avevo provato a voltarmi, mi avevi premuto la testa sul cuscino e mi avevi aperto a forza le gambe. Io mi divincolavo, scalciavo, cercavo di alzarmi, ma con le ginocchia mi tenevi ferma.
“È questo che vuoi. È di questo che hai bisogno, non è così?”
“Fa male”, continuavo a ripeterti. Non riuscivo a respirare.
La bocca schiacciata contro il cuscino, le dita contratte in un pugno. “Fa troppo male”.
“Lo so”, avevi risposto soltanto, e avevi spinto più forte.
Mi chiedo quando l’hai capito che avevo proprio bisogno di questo, in che momento. Se era notte o giorno, se eravamo insieme. Me lo chiedo ancora adesso, che ti tiro a me, ti stringo e ho solo voglia di lasciarti.
È un pensiero che mi toglie il sonno, o meglio, lo frantuma. Mi sveglio, mi riaddormento, scivolo di sogno in sogno.
Sono mesi che preparo con cura il discorso. So esattamente cosa dirti, quando, con che tono di voce. Non voglio che mi sfugga, per caso o per rabbia, che sia una specie di lapsus.
Ieri, mentre facevamo l’amore, stavo per confessartelo. Era il momento giusto. Quando godi sei così docile, indifesa. C’è qualcosa di infantile nel modo in cui mi tocchi. Ti aggrappi a me, e resti lì, in attesa. La tua voce si fa più flebile, quasi si rompe, è un vagito.
Volevi dormire, non ne avevi voglia. Ti ritraevi, mi davi le spalle, ma ci sono cose a cui non sai dire di no, e io le conosco tutte. Le conosco solo io, e nessun altro, da nessun’altra parte.
Ho insistito, ti ho costretta a voltarti. Ti ho messo una mano intorno alla vita, ti ho spinta contro di me, e ti ho scopata a lungo.
Devo averti fatto male, perché quando ho allentato la presa, sei caduta all’indietro, le gambe piegate, scomposta.
Mi sono chinata su di te. Ero pronta, stavo per dirti tutto, ma non mi hai lasciato il tempo. Un attimo prima che lo facessi, ti sei girata, e mi hai guardata, dritto negli occhi. Non hai fatto altro, solo quel movimento rapido e preciso, senza sbavature.
Mi hai guardata come si guarda qualcuno a cui si è appena dato uno schiaffo.
“Sono tutto quello che hai”, hai detto piano, con calma.
Poi ti sei avvicinata, mi hai dischiuso appena le gambe. Ti ho lasciata fare, mi sono presa tutto, fino in fondo. Quando ho riaperto gli occhi, mi hai sfiorato le labbra rigonfie, livide dei tuoi morsi e dei miei. Hai sorriso.
Fuori albeggiava.

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One Response to La conta delle lentiggini

  1. Un bell’interno di rapporto omosessuale fra due donne, dolce e trasognato, e in parte anche competitivo. Scritto veramente molto bene. Mi è piaciuto assai.

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