Il sostituto – #TUS2

buca sabbiaCari lettori precari, oggi siamo assai contenti di ospitare il testo che Luca Ricci ha letto al reading Torino Una Sega 2. Sì, Luca Ricci, l’autore di Mabel dice sì, di cui, sempre su questo blog, aveva scritto Vanni Santoni. Come da consuetudine, Luca al reading ha portato due testi: Il sostituto, pubblicato in Storie scellerate, a cura di Ettore Malacarne (Cabilaedizioni 2009), e La chioma di Guy de Maupassant. Guy non ci ha permesso di pubblicare il suo testo, quindi vi proponiamo Il sostituto.

1

Dopo, mia moglie fece il giro delle stanze un po’ spaesata. La casa era piccola. Da un momento all’altro ero tornato come ai tempi dell’università.
– Posso rimanere a cena?
– Non so se è una buona idea…
– Mangiavamo insieme tutte le sere. Che cosa potrà mai succederci?
Non dissi niente. Non seppi stabilire se ne avessi davvero voglia. Come se non bastasse, il frigorifero era mezzo vuoto e non avevo piatti. Né posate né bicchieri né tovagliette di plastica. Non avevo avuto ancora tempo per quel genere di cose. Mia moglie rimase in attesa sulla sedia di cucina, con le gambe piegate vicino al petto.
– Magari ordiamo una pizza?
– Per me va bene.
– Da bere?
– Birra.
Tagliai le pizze con le forbici. Anche a mia moglie piaceva bere alla bottiglia e non la infastidì troppo l’assenza del bicchiere. La luce divenne turchese. Mi sembrò perfetta per quel momento. Poi non si riuscì più a distinguere niente, e allora andai ad accendere la luce. Parlammo poco. Più che altro, ci guardavamo. Mia moglie aveva un modo tutto suo di toccarsi i capelli. Si prendeva una ciocca e la faceva sparire dentro la mano chiusa a pugno. Io continuavo ad aspirare troppo le sigarette. Forse i gesti ci erano mancati più delle parole.
A quel punto la cena era già finita da un pezzo. Sapevamo entrambi che sarebbe stato meglio salutarci. Mia moglie però lo propose lo stesso.
– E se ci guardassimo un film?
– Non ne ho, qui.
– Vediamo cosa trasmettono alla televisione.
C’era una poltrona soltanto, in salotto. Gliela stavo per cedere ma si accucciò ai miei piedi. Si mise un cuscino sotto al sedere e mi passò le braccia dietro le caviglie.
– Così è perfetto.
– Dovrei comprare un divano.
– Va benissimo così.
Per qualche ora le sciocchezze della televisione ci sembrarono deliziose. Per qualche ora tornammo ad essere noi, prima che tutto andasse a rotoli. Prima che cominciassimo a deluderci un giorno dopo l’altro. A un certo punto mi riscossi da quel torpore.
– Un bambino non è possibile, lo sai.
– Lo so.
– E allora?
Inaspettatamente, le parole trovarono l’intonazione giusta e alla fine nessuno dei due pensò più che sarebbe stato meglio salutarci.

2

L’indomani mattina usammo lo stesso spazzolino, lo stesso asciugamano e lo stesso accappatoio. Poi, per la colazione, bevemmo dalla stessa tazza.
– Non lavori il fine settimana?
– Non ho mai lavorato durante il fine settimana.
– Magari avevi cambiato lavoro. Non te l’ho chiesto.
Mia moglie sorrise. Sembrò essere colta da un’illuminazione.
– Che ne dici di azzerare tutto?
– Che intendi?
– Adesso chiudiamo gli occhi e ci dimentichiamo tutte le cose brutte. Teniamo solo quelle belle.
Cominciai a rifletterci sul serio. Preparai il pranzo con poche cose. A mia moglie squillò il cellulare nella borsetta. Era una sua vecchia amica, che avevamo frequentato di rado insieme. Ricordo che quando le capitava di parlare del marito abbassava sempre la voce.
– Anch’io le trovo volgari. Volgarissime. Non puoi andare a cena con quelle scarpe. No che non puoi. Che vuol dire il colore? Non è un problema di colore. Argento? Hai detto argento? E’ il tipo di scarpa. Il tipo di scarpa è il problema. Esattamente. S’è messa a ridere?
Dopo pranzo restammo in attesa di qualcosa che, per sfortuna, non venne. Io ero il meno disinvolto dei due. Mia moglie allora me lo propose.
– Perché non giochiamo al mare?
– Non ne ho voglia. Non ne ho proprio voglia.
– Ti ci sei sempre divertito anche tu.
Rimasi in silenzio. Pensai che quella era pur sempre casa mia. E che mia moglie aveva una casa sua. E che avremmo potuto tornare indietro rapidamente, stavolta.
– Perché invece non ti fai scattare delle foto?
– Ti piacerebbe?
Annuii e mia moglie, dopo aver soppesato i pro e i contro, acconsentì. Recuperai la mia vecchia macchina fotografica dal box sotto la rete a doghe del letto. Il rullino era appena iniziato e scattai a ripetizione.
– Togli il pezzo di sopra.
– Vuoi fotografarmi nuda?
– Qual è il problema?
– Mi vergogno.
– Ti vergogni di me?
Mia moglie eseguì titubante. La feci accostare alla parete di spalle e cominciai di  nuovo a scattare.
– Non voltarti.
– Ma a che è servito togliere il pezzo di sopra se mi fotografi di spalle?
Continuai a scattare, ma il divertimento se n’era già andato. Ero sempre meno convinto. Perché tutto non poteva scivolare naturalmente come la sera prima? D’improvviso mia moglie mi sembrò la brutta copia di una modella stanca. Si staccò dal muro- il nostro set improvvisato-, e andò a guardare dalla finestra. Lasciai la macchina fotografica dondolare sul petto.
– Puoi andartene, se vuoi.
– No, voglio rimanere.

3

Ci svegliammo solo a pomeriggio inoltrato. Lasciai le pantofole a mia moglie e io camminai fino alla cucina a piedi scalzi. Preparai il caffè e lo sorseggiammo, al solito, dalla stessa tazza. Ci provai. Chiusi gli occhi per dimenticare tutte le cose brutte. E per tenere tutte quelle belle. Mia moglie aveva occupato la poltrona del salotto, e stavolta fui io ad accucciarmi ai suoi piedi. C’era sempre una luce forte, in casa. Forse troppo forte per il modo in cui stavamo trascorrendo la giornata.
– Giochiamo al mare, adesso?
– Va bene.
– Siamo in spiaggia. Tu stai scavando una buca.
– Una buca piccola o grande?
– Come preferisci tu.
Mi misi a testa bassa sul pavimento e finsi di scavare con le mani. Immaginai che una bagnante si liberasse di un pareo e si stendesse su un telo di spugna, non lontano da me. Non era essenziale, ma mi aiutava a visualizzare la scena.
– Ciao, che fai?
– Scavo una buca ma mi sono stufato.
– Allora riempila di sabbia.
– E dopo?
– Ne fai un’altra.
– E dopo?
– La riempi di sabbia.
Sbuffai, come se mi sentissi preso in giro. Mi alzai in piedi, corsi verso un mare immaginario e scappai da un’onda invisibile che arrivava.
– Mi piace scappare dalle onde.
Mia moglie si lamentò della mia voce. Disse che dovevo farla più da bambino, in falsetto. Ripetei la mia frase e sembrò soddisfatta.  – Se vuoi possiamo andare sugli scogli.
– Sugli scogli non posso scappare dalle onde.
– Ma ci sono i granchi.
– Ne ho già un secchiello pieno.
Mia moglie mi diede una carezza sulla testa, poi mi prese per mano. Disse che stavamo camminando sul bagnasciuga, verso gli scogli.
– Sei il mio bambino?
– No.
Mia moglie si abbassò in modo che i suoi occhi e i miei fossero alla stessa altezza. Non ci fu bisogno che facesse altro. Poi disse che eravamo arrivati su uno scoglio piatto, vicino al mare, pieno di piccoli ristagni algosi e sassolini.
– Sei il mio bambino?
– Sì.
Feci una smorfia. Poi cominciai a battere i piedi. Mia moglie si allarmò immediatamente.
– Che ti succede piccolo?
La guardai davvero. Voglio dire che la guardai da adulto. Quello che non mi piaceva c’era ancora.

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One Response to Il sostituto – #TUS2

  1. Una storia in cui la donna prova a ricucire un rapporto già naufragato.
    Praticamente un racconto di fantascienza…
    Scritto comunque molto bene, i dialoghi scorrono benissimo.
    L’excipit però è un po’ deboluccio.

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