The sound of Seattle

di Gabriele Merlini

[Ri]comprarsi il contemporaneo a diciottomila lire.
«The sound of Seattle» di Chiesa e Blush.
Stampa alternativa, 1993.

Funzione principale di una recensione dovrebbe essere stimolare l’interesse per un testo. Sia che ne esca bene, sia che ne esca con le ossa rotte. Condizione essenziale per il favorevole sviluppo dell’intera operazione: la possibilità (anche remota) di recuperare il testo in questione.
Nello specifico sembra una missione quantomeno disperata, ma amen. È infatti qualcosa di antico e intimo che sta spingendomi a scriverne e non posso sottrarmi nonostante le evidenze (per caso ne posseggo ancora una copia. Impolverata e dagli angoli morsicati. Difficile quantificare il numero dei fortunati tipo me).
Titolo: «The sound of Seattle». Autori: Guido Chiesa e Steve Blush. Collana Sconcerto di Stampa Alternativa. Anno domini millenovecentonovantatré e addirittura dai ringraziamenti un brivido di flanella torna a scorrere lungo la schiena del rottame nostalgico: Jonathan Ponemann e Bruce Pavitt della Sub Pop, etichetta discografica che lanciò la quasi totalità della scena musicale del periodo e fornì il cd allegato al libro, dal sottoscritto perduto (credo) attorno al millenovecentonovantasei.
Probabilmente ideata da gente con la t-shirt I am with a stupid, già la copertina si dimostra capace di risvegliare stimoli âgée nell’acquirente dall’aria disillusa. La grafica ricorda un samizdat tedesco orientale o un manifesto stracciato e riporta nomi da scolpire nel marmo se il lettore manifesta una qualche attrazione verso quel suono o estetica ciclicamente attuale. Nirvana, Mudhoney, Willard («the sound of fuck»), Soundgarden, Mother Love Bone, Alice in Chains, My Sister’s Machine, Pearl Jam. Tutti sbattuti in vetrina prima di eventuali virate screditanti, cambi di formazione o decessi.
Pagine bilingue per chiarire che niente viene lasciato al caso o peggio improvvisato. Senza contare lo spessore saggistico del volumetto certificato dal fatto che gli amanti del (so called) grunge™ siano definiti segaioli, e difficile controbattere a distanza di lustri guardandosi allo specchio.
Le foto si presentano in linea con la prassi del periodo: sfuocate. Mosse. Sbiadite. Macchiate. Strappate. Zozze di liquidi inquietanti. Tagliuzzate. A pagina cinque esplode di antica eleganza una rappresentazione live dei Green River sul palco, ma potrebbe essere l’azione combinata di un corpo di pompieri. Al contrario nessun bivio interpretativo per il nitido ritratto che segue, ossia i Melvins immortalati in posa sotto un palmizio che riporta a suggestioni da Miami Vice.
Per quanto l’orgasmo definitivo del segaiolo venga raggiunto a pagina tredici dove inizia la sezione «Seattle scene history»: pure l’incipit ha il sapore della grande letteratura («Un tempo una tranquilla cittadina boscaiola nel Nord Ovest degli Stati Uniti…») in grado di riportare al più sofisticato Twain in mix con l’auto-nominatasi bibbia del rock ‘n roll Q.
Taglialegna e operai specializzati nella industria militare, poi suburbe capace di generare i Sonics e Jimi Hendrix. Il rock più classico come apripista per la scoperta del punk grazie non tanto al contributo degli inglesi quanto ai vicini Black Flag, Germs o Dead Boys di Steve Bators. Assassini dell’estetica parruccona di Guns e Motley, dopodiché vittime loro stesse di quel sistema così abilmente ridicolizzato. Venga perciò reso onore a distanza di vent’anni ai TAD, ciccioni dall’aria da camionisti sbronzi ma parallelamente godibili musicisti dotati di fine cultura, e siano lodati i Temple of the Dog. Jeff Ament, Stone Gossard, Matt Cameron, Eddie Vedder, Chris Cornell e Mike McCready. La formazione che il perfetto segaiolo deve mandare a memoria se usa anche soltanto professarsi intrigato dal giro. Il tutto a ridosso della conclusione dedicata alle immancabili interviste. I Soundgarden dell’ottantanove (cadeva il Muro di Berlino e Chris Cornell spiegava: «Seattle è sempre stata la capitale americana dell’heavy metal sia per la presenza di gruppi underground che per quella di poseur L.A. style») ma anche Screaming Trees, seattlini d.o.c. nonostante fossero tenuti ai margini dell’universo per buona pace di Mark Lanegan (pagina sessantacinque: «credo di non averci mai avuto nulla a che fare». Sotteso: con la crew che il libretto celebra in maniera commovente).
Opera dolorosa anche per l’impatto iconografico-nostalgico, del quale già abbiamo accennato ma torniamoci qualche riga per sottolineare con ulteriore puntiglio alcuni flash sparsi.
– Pagina ventinove. I Mudhoney in posa con Mark Arm davanti al cartonato degli ZZ Top di Degüello. Impagabili.
– Pagina trentadue. Mother Love Bone in posa davanti a obiettivo fisheye (quesito: perché durante quella fase andava tanto il fisheye? Il fisheye era l’Instagram del novantatré?).
– Pagina cinquantuno. Soundgarden in posa al centro di un campo di grano con Kim Thayil impegnato in un sorriso maniacale che precede di secoli l’espressione tipica di Borat.
Concludendo: un testo imprescindibile ma soprattutto contemporaneo perché coloro che dettano adesso la moda e tornano a riproporre quei cenci sono stati concepiti dai genitori (è augurabile con Nevermind per sottofondo) esattamente nei mesi in cui il suddetto testo veniva dato alle stampe, in unione allo spessore dei signori intervenuti al fine di renderlo così ricco, dettagliato e puntuale. Permettetemi dunque di omaggiarli spaccandomi sulla fronte una bottiglia di whisky, ora che ripensiamo a loro con infinito affetto e profonda riconoscenza.

«The sound of Seattle» (1993)
Guido Chiesa e Steve Blush.
Stampa alternativa – collana Sconcerto.
Lire diciottomila.

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