Conflitto esteriore

di Francesco Quaranta

“Sono un tuo personaggio, una tua creatura!”, gocciole di saliva calda mi tempestano le ciglia, tanto il mascara è già rovinato, “Non puoi abbandonarmi così. Non puoi!”.
Posso, posso eccome: pubblicato l’ottavo libro, il personaggio del detective Tom Danti soffre carenza di mordente, originalità e appeal. Non imbratterò altra carta con ulteriori avventure prive di spirito. Nemmeno per soldi.
A quanto pare è per questo che sto immobilizzata nella mia stessa cucina, mani legate dietro lo schienale di una sedia da cinquanta euro a gamba.
“Il successo lo devi a me e io ti devo l’esistenza. Non possiamo separarci”, adesso è un soffio nervoso tra i denti serrati: sa che altre urla maschili qui dentro allarmerebbero i vicini.
In genere la mia vita di scrittrice affermata non è così sconvolgente; ad esempio, stasera ero ospite in tivvù per discutere della trasposizione cinematografica del mio best seller Tressette coi Morti. Lì ho annunciato il pensionamento del mio amato personaggio.
Poi, al rientro a casa, improvvise grinfie dalle ombre mi hanno trascinata nell’incubo attuale. Una possibilità che per me finora era stata soltanto un abusato, sebbene sempre funzionale, espediente narrativo.
Thomas Danti, investigatore privato italo-americano, il mio personaggio, tormenta il coltello da cuoco impugnato per sottolineare la gravità della situazione. Questa scena l’ho descritta io stessa in Chi Va con il Killer, dove il buon detective si vede costretto contro i propri principi a minacciare e ferire la donna che gli ha rapito la figlioletta. Il preciso taglio a filo d’osso che m’incendia la spalla indica il letterale rispetto del copione. Un dolore immane e una camicia di Gucci da buttare nel cesso.
“Tom, liberami su… Cerca di capire: hai fatto la tua storia. Devo lavorare ad altre cose”.
“No!”, la lama si agita a due centimetri scarsi dalla mia iride tremante, “Non puoi farmi questo! Vivo per le mie indagini!”.
“Sei un mio personaggio. Dovrei avere io il controllo”, affermazioni decise come questa possono ribaltare le situazioni. Nelle favole.
“Sono dovuto intervenire”, danza grave e lento intorno alla sedia come un peso massimo col proprio avversario, scompigliandomi la messa in piega con pennellate di incontinente stizza, “Tu vuoi essere ingiusta”.
Il caro detective Danti e il suo innato senso della giustizia; nemmeno se ne è accorto: a ogni nuovo racconto la galleria di personaggi che lo circonda si fa più sfaccettata e interessante di lui. I romanzi hanno avuto successo grazie ai villains, non alla sua mediocrità.
“Dovresti apprezzare la mia decisione, metto fine alle tue peripezie. Finalmente potrai riposare”, applico il mormorio dolciastro che ho sempre attribuito a Giulia, la stupenda moglie di Tom, ingenuamente modellata sulla sottoscritta, “Ti ho dato un meritato lieto fine nell’ultimo libro”.
Il mio strillo viene prontamente soffocato dalla mano sporca. Il coltello, entrato di punta sotto l’unghia del mio indice, è come se avesse esploso l’intera mano in una nevrotica agonia. Riconosco nell’amorevole gesto la medesima tortura usata dalla Yakuza nel mio racconto La Mala di Vivere.
“Non vorrei farti soffrire, Chiara”, torna nel mio distorto campo visivo il faccione burbero, così diverso da come l’ho sempre dipinto; diventa un fiato straziato all’orecchio, “Ma stai commettendo un gravissimo errore”.
Forse conviene diventare più malleabile e accettare il conflitto con maggiore disponibilità, prima di rimetterci un intero arto. Pianto, fremiti e sguardo terrorizzato forse lo convinceranno che ha colto nel segno, a darsi una calmata.
“Tom… Ok, sarò franca. Come tua autrice, te lo devo”, da ragazzina venivo chiamata Diane Keaton. Questo non significa che io stia sempre a recitare o mentire. Sai perché non intendo più scrivere di te? Perché sono soddisfatta di lasciarti al lieto fine?”.
Uncinato dall’interrogativo, resta in affannoso ascolto. La punta del coltello colorata del mio sangue, parodia da pelle d’oca di una stilografica.
“Perché soffri di un male grave, Tom, un male incurabile. Non avresti tempo per altri casi, la malattia ti rovinerebbe in breve e getterebbe la tua famiglia in un finale tragico”.
Il tintinnio smorzato dell’arma a terra e Tom,terribile porcellana di sorpresa, perde il controllo delle proprie ginocchia.
“Non meriti questo, preferisco che i lettori si illudano della tua eterna felicità. Così ti devono ricordare”, nel misto di nervosismo e commozione rischio di scarnificarmi il labbro.
Piange, un eroe arreso sul campo di battaglia. C’è gratitudine religiosa nel suo sguardo. Poiché io sono sua creatrice e la mia indomabile ispirazione plasma il suo destino.
“Co… come?”.
“Meningite”, me ne convinco.
Stravolta, lo inquadro obliquamente. Raccoglie il coltellaccio con testa ciondolante e occhi svuotati.
“Thomas…”.
“Il mio lavoro è la mia vita, tu mi hai fatto così: necessito indagini”, bela sull’abisso del proprio conflitto, “Eppure non voglio che la mia famiglia mi veda morire! Nessuno deve!”.
“Tom, slegami, troveremo il modo… Ho bisogno di un medico”.
Mi poggia uno sguardo disgregato e carico di immeritato affetto. “Perdonami Chiara. Grazie di tutto”.
Incurante della mia inorridita sorpresa, sega di netto la gola sudata che vomita rosso su gonna e Louboutin nuove.
Sbilancio e ribalto la sedia con un gemito, raggiungo il telefono tra i mancamenti. Riesco a invocare i soccorsi.
Dovrei dare più credito alle notizie di pazzi maniaci in libertà appassionati ai miei libri.

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