Il lago – #gunstreet

Colonna sonora:

di Domenico Caringella

L’ho sempre saputo che mi tenevano d’occhio.
I federali, e la DEA per il processo sul carico di coca, e il giudice di sorveglianza per la vecchia storia delle molestie a Judith e delle botte al testa di cazzo che adesso dormiva con lei nella casa stile olandese, si allenava a golf sul campo dietro il boschetto di hickory risparmiato con mirata misericordia dalle ruspe e che probabilmente si sfidava a qualche giochino scemo per decidere quale tra i sette bagni usare per la doccia. Tutta roba sporca, di neve e sangue. E tutta roba mia: Judith, la casa che gioca a specchiarsi nel lago, il campo, le mazze, il boschetto, le ruspe e i cessi in marmo. E pure la misericordia, anche se quella è diventata merce rara dalle mie parti, quaggiù nell’anima mia. Rancore e disincanto, ormai vado avanti con questo. Un carburante dal mercato incerto. In questo momento i prezzi sono alle stelle. Per quanto mi riguarda.

Vedere l’FBI già a quell’ora e anche quella mattina non mi ha sorpreso. L’alba lei sì lo aveva fatto, come sempre, qualche minuto prima, mentre risalivo ancora Ridge Road, accendendo di azzurro e cobalto il lago che nel buio della notte senza luna si intuiva soltanto.
Ho riconosciuto subito le due figure che sul molo dello Yacht Club misuravano la passerella con le loro belle scarpe certamente nere, lucide, con le stringhe annodate e infiocchettate alla perfezione e che ricadevano simmetriche sulla pelle di vitello lucente ad un centimetro esatto dalla suola. Ho sorriso, semplicemente e ho smesso solo quando la distanza gli avrebbe permesso di notarlo. Me li tengo buoni. Sono persone di Legge, gente che recita a se stessa la parte a menadito e che monta gli occhiali scuri al primo raggio di sole utile della giornata e li usa come un prisma. E’ per quello che hanno uno strano sguardo, una rifrazione sempre uguale e che li rende fungibili tra loro. Le facce non le guardo; e nemmeno mi ricordo i nomi. Jim, Slim, O’Beam, non cambia un cazzo.
Quando arrivo davanti al “Georgina”, che è rimasto tutto mio soltanto perchè è intestato a mia cugina che sopravvive grazie alla santissima droga – perchè gliel’ho comprato io il polmone d’acciaio – mostrano il tesserino e fanno la tiritera.
Mattiniero. Hai sognato che ti mordevano il culo e sei saltato giù dal letto, comincia a chiedere uno.
Non sogno più, rispondo io.
Dove vai di bello così presto, chiede l’altro.
A pesca, dico io.
E che canna usi, domanda il primo.
Solo canne a mosca, faccio con tono scolastico.
Salgono a bordo. Il Georgina non è grande, ci mettono poco. Di diverso dalle altre volte trovano solo una canna nuova di zecca. Per il resto l’attrezzatura da sub e le solite cianfrusaglie. Mentre avvio il motore e mi stacco da terra, mi salutano facendo bang con una mano.
Il sole mi bacia, io non contraccambio. Capirà. Al vecchio che incrocio sulla piccola barca a vela, che è vivo e parla, lo saluto invece. E lui lo fa con me. Sorride. Sorrido.
Harris Bay si allontana lentamente, mi lascio il banco di sabbia sulla sinistra. Quando ormai ci sono in mezzo e il George Lake mi sembra proprio del blu del sogno che non faccio più da anni, mi metto a pensare. In realtà mi sforzo di farlo, diventa un esercizio estetico, è solo retorica, come se questo, la vita, fosse un film e da qualche parte se ne stesse seduto un pubblico fatto di tanti me stesso, di proiezioni della mia personcina disturbata e che fa finta di essere infelice solo perchè essere contenti, nella mia condizione, non sta bene, non è opportuno. Sono incazzato ecco, e senza scopi alti e degni, come al solito. Tutto qui.
Il lago lo conosco a memoria, come quello che mi frulla in testa e come quello che serve a far funzionare il frullatore. All’altezza di Pilot Knob punto verso un punto ben preciso. Quando raggiungo la piccola secca mi basta individuare la piccola boa verde. C’è abbastanza luce e ci impiego meno di un minuto. Fermo il motore esattamente accanto al galleggiante. Mi spoglio. Reprimo un brivido per il freddo notturno che non ha ancora tolto il disturbo. Indosso la muta, controllo l’indicatore del miscelatore e mi tuffo. Spilli gelidi mi danno un calcio in culo che a me sembra un benvenuto. Vado sotto. Il fagotto zavorrato, del colore del fondale, è a qualche metro dal blocchetto di cemento a cui è assicurata la catena della boa. Lo prendo e risalgo, senza fretta. Mi libero solo della bombola e delle pinne. Rimetto in moto e dirigo verso la riva.
Quando sono abbastanza sottocosta apro l’involto. Con quello che estraggo dalla tela impermeabile cerco Judith. La trovo, un miglio lontano, sulla terrazza al primo piano della casa. Ha una tazza in mano, la porta alla bocca due tre volte. Il vento le agita i capelli colore del grano. Quanto è bella. Quanto è cattiva. E quanto abbiamo sbagliato noi due. Soprattutto tu, penso. Tutto quello che ha, lei lo sa bene da dove arriva, ma non se ne farà un problema in aula, ne sono certo. Albert starà ancora dormendo adesso, è troppo presto, e oggi comunque non c’è scuola.

Un minuto dopo sono in plancia, manovro verso Harris Bay. Al galleggiante verde mi fermo di nuovo. Riporto il fagotto sott’acqua, per adagiarlo nella fanghiglia del fondale. Prima di risalire a bordo slego la catenella agganciata al blocco di pietra e lascio alla corrente la boa.
Mentre bevo l’aria fresca che mi viene incontro, telefono al mio avvocato. A questo punto il processo ce l’abbiamo in tasca, mi dice alla fine, utilizzando il nostro codice.

Al posto dove venivo da piccolo con mio padre, arresto le eliche. In rapida sequenza rivedo Judith che cade dal balcone, il fucile e il mirino telescopico che riposano di nuovo in fondo al lago e una bella fetta di vita che muore.
Tiro fuori la canna. Sono uscito a pesca dopotutto.

gunstreet

(Uscito su Poetarum Silva)

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