Amianto – una recensione poco ortodossa

67Aamianto Amianto. Una storia operaia (Agenzia X)
di Alberto Prunetti

Alberto Prunetti l’ho conosciuto quando, negli anni Novanta, si andava alle riunioni un po’ clandestine nella sede piombinese della Federazione Anarchica Elbano Maremmana. Al contrario del sottoscritto, mingherlino e un po’ intimorito, lui era grande e grosso, a dir poco dirompente, proprio come lo ritrovo nelle prime pagine di Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012), quando si avventura nei campetti per calciatori forgiati nel metallo, dove il gol non serve tanto a vincere quanto piuttosto per sopravvivere (per non cadere spintonato nel cemento a grattugiarsi le ginocchia con chissà quali scorie). Che Alberto usi le parole come un fabbro, è superfluo dirlo – lo conferma lui stesso più volte, in alcune pagine (e devo dire che questa è un’altra cosa che ci accomuna: non separare la materia dalla forma). Rischierei poi di cadere nel cliché se mi buttassi a lodare sperticatamente il misto di livornesità e maremmanità (ma si dirà poi così?) che tanto mi garba, soprattutto se poi nel mezzo ci trovo citazioni da Ciampi e da Bianciardi – insomma, non vorrei dar l’idea che mi sia piaciuto solo perché mi ci riconosco, perché non è certo sul meccanismo del riconoscimento che lavora il testo del Prunetti. Non è invece superfluo, penso, provare a spiegare cosa mi ha sorpreso di questo libro, che mi ha tenuto desto fin quasi all’una di notte (con tutto che l’indomani mi sarei dovuto svegliare alle sei e mezza) pur di finirlo.
Intanto, comincerei col dire che qui siamo davanti a una vera e propria opera di scavo (ma non alla maniera degli studenti di archeologia muniti di trawl di cui si legge a un certo punto nel libro) portata avanti con pazienza e tenacia impressionanti dall’autore, che ricostruisce con fatica la storia lavorativa del padre – ma chi poteva farlo se non lui, traduttore e quindi lavoratore culturale (e come non ripensare qui di nuovo al Bianciardi?), e quindi precario, che i dolori se li è invece procurati stando seduto davanti a chissà quante tastiere di computer? Questa sorta di odissea, che nelle prime pagine è a tratti comica, diventa via via più tragica – via via, si potrebbe dire, che all’immaginazione creativa di una memoria fanciullesca, dove l’autore lascia riaffiorare in superficie i ricordi (quelli di un padre che agli occhi del giovane figlio è una sorta di eroe d’acciaio indistruttibile), si sostituiscono i faldoni processuali. Alberto sfodera insomma l’arma più potente che ha, la penna, per strappare un risarcimento postumo: non solo economico, ma soprattutto storico, poiché il padre diventa infine una delle tante vittime dell’amianto (ma non perché vi sia della spersonalizzazione, tutt’altro: è proprio perché quel calvario ha un nome e un cognome, con tanto di foto, come un nome lo hanno le società dove Renato ha lavorato, che la sua storia diventa universale).
C’è quindi, in questo libro, non soltanto la tragedia individuale, famigliare, ma anche quella collettiva, di cui l’autore si fa carico in un mondo che nel collettivismo non si riconosce più, nemmeno nell’orizzonte lontano dell’utopia.
E c’è infine, ma non ultimo, il rischio del naufragio degli ideali, di quei valori che ci hanno accomunati entrambi in gioventù, e che abbiamo visto erodersi piano piano per quanto tentassimo di tenerli insieme con le parole, con le storie.
Ma si continua proprio così, caro Alberto, e perdonami se è poco ortodosso afferrarmi al tu dopo aver finto di prendere le distanze in partenza, perché dopo tutta la ghiaia ingoiata ci tocca magari star qui a difenderci anche dai colpi di chi ci crederà parte di qualche clan letterario di chissà quale importanza. Si continua così come s’è sempre fatto: a ricordare e raccontare, a mettere ponteggi fra un pezzo e l’altro, a fare la staffetta, ed è per questo che il tuo libro è un pezzo importante, anche se ti prenderei a nocchini per avermi fatto venire il groppo in gola più d’una volta, nel leggerlo, perché poi mi veniva anche da pensare a tutte le nostre discussioni sul lavoro, lì a Piombino, sulla fabbrica che uccide e ai nostri volantini che non li voleva nessuno, per via di una certa cultura operaia che credeva il corpo indistruttibile e che metteva pertanto il lavoro davanti a tutto. E penso alla fatica che dev’esserti costato tutto questo, alle due memorie che hai dovuto agitare, spremere, mettere a volte l’una contro l’altra; alla fatica che dev’esser stato arrivare fino in fondo, ma anche a tutta la forza che ci hai dovuto mettere.
E allora non saremo invincibili, Alberto, ma le parole almeno resteranno, ed è alle tue che affido, com’è giusto che sia, la conclusione di questa mia breve recensione poco ortodossa:

«Al cimitero non ci sono mai andato, dopo il funerale. Per me una persona vive nelle opere, i cimiteri non mi dicono niente. La memoria si alimenta in tanti modi. Se voglio ricordarmi di Renato posso smerigliare un cancelletto che lui ha costruito saldando dei tondini in ferro, perché la ruggine non lo aggredisca con i suoi ossidi demolitori; posso tenere in vita i suoi attrezzi elettrici, perché l’umidità non prenda il sopravvento; posso riordinare la sua officina, controllando che il bancone costruito con le sottomisure in abete sia stabile e le chiavi inglesi tornino di tanto in tanto tra i chiodini che lui ha disposto su una scala decrescente. Infine posso scrivere questo libro.»

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