Confessioni qualunque – 15

#15 – Luciano

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.

Potrei raccontarvi tutto di Salveria, potrei disegnarvi il reticolo delle sue vie, la piazza della chiesa, l’oratorio, i portici della nuova zona commerciale, i campi che digradano verso il fiume, con le barchette sgangherate che fluttuano nell’acqua legate agli alberi da funi di canapa e gli spiazzi verdi dove si siedono quei pochi vecchi che ancora pescano all’alba. Potrei elencarvi i nomi di chi è partito dal paese per cercare fortuna in città o all’estero, di chi è venuto al paese da fuori per sposare una delle nostre donne. Potrei dirvi i nomi e i trucchi di chi viene a giocare a poker il giovedì sera nel bar dietro la chiesa. Potrei dirvi i nomi di chi ha fatto il sindaco, qui a Salveria, da quando è finita la guerra, di chi ha fatto il medico, di chi ha fatto il prete. Dei giovani che sono finiti in comunità e non sono più tornati, potrei raccontarvi di Santina, che aveva un negozio di alimentari e che impazzì per il dolore, potrei raccontarvi di tutti i volti della mia infanzia sepolti sotto il cemento della nuova zona commerciale. Potrei raccontarvi tutto questo, per filo e per segno: ma di Salveria non vi avrei detto nulla se non vi parlassi di Gae, che qui a Salveria era venuto per pescare, cinquanta anni fa.

Di Gae si diceva che era un prete, venuto dalla città, che aveva rinunciato ai suoi voti per amore di una donna bellissima: poi era esplosa la guerra; Gae aveva combattuto tra i monti, in prima linea. Era tornato a casa, salvo per miracolo: una granata, che aveva distrutto la baracca dove dormiva coi compagni, s’era portata via il timpano dell’orecchio destro. Era tornato a casa, con un medaglia al valore, ma non vi aveva trovato la sua bella: c’era chi diceva che era fuggita all’estero per sposare un vecchio e chi diceva che era morta, stuprata e uccisa da un funzionario del governo. Così Gae era venuto a Salveria, a piedi, camminando per mesi e dormendo nei campi. Si era fermato qui perché c’è il fiume che scorre lento, in mezzo al silenzio.

Per noi ragazzini rivolgere la parola a Gae era una sorta di prova di coraggio, chi ci riusciva vinceva un sacchetto di caramelle e il rispetto di tutti gli altri. Nel mio gruppo eravamo sette, tutti maschi, e io fui il primo che gli parlò.
Era una domenica mattina, dopo la messa andammo al fiume: lo vedemmo che pescava, come tutte le mattine. Mi staccai dai miei amici, contavo i passi, recitavo nella testa l’angelo di Dio, respiravo, poi parlai: “Scusi signore, sa per caso che ore sono?”.
Gae stava infilando un verme nell’amo, mi scrutò, poi alzò lo sguardo al cielo e mi disse che a occhio e croce dovevano essere le undici o le undici e trenta. Aveva la voce un poco stonata, persino un po’ stridula: me l’ero sempre immaginata diversa, più profonda forse.
Gae non era un burbero; la sua solitudine derivava piuttosto da una gentile aura di mistero che sembrava isolare la sua persona da tutto il contesto: in paese non si era mai visto nulla di simile. Dormiva vicino al fiume, in una sorta di casupola che si era costruito con pietre, mattoni e sterpaglie, eppure il suo aspetto non tradiva alcun accenno di trasandatezza, il suo volto era sempre rasato alla perfezione, i vestiti erano sempre gli stessi, senza traccia di buchi o toppe o scuciture.
Sul sagrato della chiesa, quando si parlava di Gae lo si faceva sempre a mezza voce, o al contrario con tono più alto del dovuto: persino il parroco, dopo la messa, non disprezzava quelle chiacchiere.
Quando la Santina fu portata al manicomio, nel paese corse la voce che la poveretta era impazzita per colpa di Gae il pescatore. La notizia si diffuse nei bar e tra i banchi della chiesa; si sussurrava di amori bestiali consumati nella casupola sul fiume e si portavano prove schiaccianti: Gae non era deperito, non era neanche troppo magro, di sicuro non poteva sostentarsi solo col pesce che si procurava, doveva essere lei che gli portava di nascosto le scorte del negozio.
Con lui non parlai mai della storia di Santina: mi sembrava un’assurdità partorita dalla noia dei paesani; non mi sarei potuto immaginare la Santina – che comunque era una donna dotata di una sua particolare forza – che scendeva da sola, di notte, fino alla casupola sul fiume.

Di Gae qualcuno diceva anche che era una spia dei sovietici mandata qui per studiare attentamente usi e costumi e tutte le sotterranee peculiarità di un paese che votava sindaci della Democrazia Cristiana dal 1948.

Conobbi Gae proprio a causa della storia dei sovietici. Avevo diciassette anni e mi bolliva il sangue quando sentivo che i comunisti avrebbero distrutto la Terra facendo piovere i loro missili nucleari sui nostri campanili e sulle nostre teste. I pecoroni del paese potevano pure starsene lì a giocare nei bar e a pregare, senza muovere un dito, ma io non volevo essere uno di quei pecoroni. Ognuno può fare la sua piccola parte: lo diceva la professoressa di Storia. Così una mattina decisi di farla, la mia piccola parte. Mi incamminai verso il fiume, sbuffando fuori il fumo di una sigaretta come un treno in corsa. Mi fermai davanti a Gae, che come al solito fissava il fiume. Buttai la sigaretta: “Dimmi, è vero che sei una spia dei comunisti?”.
Lui mi guardò per qualche secondo, poi scoppiò nella risata più lunga che avessi mai sentito nella mia giovane vita. Da quel giorno Gae fu quello che mio padre non era capace di essere per me. Gli confidai che volevo fare l’avvocato in città, che io da quella topaia di paese me ne volevo andare.
“Topaia?”, mi rispose, “Sai che è strano, io non ho ancora visto nessun topo da quando sono qua… anzi, se ne vedi uno dimmelo, che quelli portano le malattie”.

Io mi aspettavo che mi raccontasse le storie più strane, che mi spiegasse qualche intrigo del governo come facevano i pezzi grossi al bar, o almeno che mi svelasse qualche trucco infallibile per ipnotizzare le ragazze e farle crollare ai miei piedi. Invece parlava solo di pesca: sapeva tutto delle esche migliori, degli orari migliori per scovare un luccio, una carpa o un pesce persico, mi spiegava il movimento perfetto del polso per non rischiare di perdere il pesce che aveva abboccato, mi insegnava a distinguere i pesci piccoli che erano inutili, da quelli che erano ottimi da mangiare crudi e da quelli che erano invece ottimi per fare da esca ai pesci più grandi.

Un giorno mi regalò una vecchia edizione del Vangelo: neanche riuscii a fingere un briciolo di entusiasmo. Ne avevo piene le palle del catechismo, della messa e di tutte quelle parole stantie e polverose buone solo per rassicurare le vecchie. Gae mi capì al volo, non penso che fosse un religioso, perlomeno non avevo mai conosciuto un religioso così. Mi disse: “Va bene, facciamo così: tu dimmi il titolo di un libro che ha cambiato le teste di più persone, governi, nazioni e culture e io te lo vado a comprare in città oggi stesso”.
Pensai che Manzoni in Germania neanche lo conoscevano, che Dante conosceva di sicuro il Vangelo ma chi aveva scritto il Vangelo mica conosceva Dante, pensai che i trattati di Darwin mia nonna non li conosceva di certo, e nemmeno mio padre, e non li conoscevo bene nemmeno io.
“Facciamo così: tu inizia a leggere il Vangelo come se non te ne avessero mai parlato, va bene?”.

Dopo quel Vangelo ingiallito non smisi più di leggere. Mi piacevano gli americani: i racconti di Poe, La lettera scarlatta, Moby Dick. Lui non l’aveva mai letto, Moby Dick, ma mi ascoltava ammirato quando gliene parlavo; mi riempiva di domande, mi aiutava a capire alcune cose. Anche mia madre mi riempiva di domande su Gae, sulla sua casupola, su quello che faceva, su quello che mangiava. I miei amici dicevano che stavo diventando strano come lui. Io cercavo di spiegare a tutti che Gae non era affatto strano, era l’uomo meno strano che avessi mai conosciuto.
Dopo la maturità andai alla sua casupola con una copia di Moby Dick che avevo comprato in città. Fu l’ultima volta che lo vidi.

Che resti tra noi. Gae era l’anima di Salveria. La sua estraneità era diventata la cosa più familiare che avevamo. Non mi salutò quando se ne andò per sempre. Nessuno trovò il suo corpo: forse aveva ripreso il suo cammino lungo il fiume, o forse ci era annegato dentro.

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