Era meglio se morivo

lamborghinidi Natan Mondin

Mr Kim appoggia il verbale della polizia stradale sul tavolino. La luce è debole, fuori nevica. Le oltre cento pagine di relazione riportano: ora, nomi, numeri di targa dei veicoli coinvolti, estremi delle compagnie assicurative, commenti dei testimoni, pareri degli esperti e la sua firma di pubblico ufficiale. Ha ricostruito le dinamiche.
«Le parti verranno rimborsate dal fondo vittime della strada, che le ha concesso la rateizzazione del pagamento a fronte dell’ipoteca di tutti i suoi beni».
«Era meglio se morivo».
Entra l’infermiera, si avvicina al letto di Tae Sung Park: «può aspettare di fuori, è questione di pochi minuti». Parla senza rivolgere lo sguardo a Mr Kim in divisa. Suo figlio era sulla corvetta affondata lo scorso inverno da un siluro: lo è venuto a sapere dai telegiornali, soltanto dopo sono arrivati i poliziotti e un ufficiale con lettera, medaglia e vitalizio. «Suo figlio è morto per difendere il Paese dalla minaccia comunista». Gli mancava poco al congedo, dopo due anni di servizio nel Mar della Cina.

Mr Kim esce dalla stanza, chiude la porta, si dirige verso l’uscita. Si abbassa il cappello sulle orecchie, c’è vento, dalla sigaretta non esce il fumo. La fiamma dell’accendino non resiste. Per lui la situazione può essere interpretata in due modi, perché l’agire umano dipende dalla natura dell’individuo o dall’influenza che la società ha nei suoi confronti. In questo caso l’interpretazione è controversa. Avesse dovuto dare un giudizio all’accaduto appena uscito dall’accademia, avrebbe dato la colpa alla società. Si gira verso la porta a vetri, riparando con la schiena e le mani la fiamma; la THIS Plus si accende. Appena uscito dall’accademia non fumava; alla omicidi aveva incominciato per non sentire l’odore di morte, non perché tutti lo facevano. Dopo il matrimonio si era fatto trasferire alla stradale, aveva smesso di votare a sinistra, ma non di andare al karaoke. È facile prendere i vizi: Mr Park potrebbe avere una specie di dipendenza, oppure è soltanto un idiota.

L’infermiera scioglie le bende che avvolgono testa e viso di Tae Sung Park. Il filo di sutura è nascosto sotto strati di sangue coagulato, ha preso il colore giallognolo del disinfettante.
«Mi hanno raccontato dell’incidente, mi dispiace».
«Era meglio se morivo».
«Che discorsi, come farebbe sua moglie senza di lei?»
«Non ho una moglie».
«La sua fidanzata?»
«Non ho nemmeno quella».
«Sua madre?»
Tae Sung lascia uscire un lamento soffocato perché un lembo di tessuto è rimasto attaccato a una crosta, l’infermiera ha tirato e la garza s’è portata via parte del tessuto cicatrizzato. Si scusa.
«Non credo che la morte sia una soluzione. Mi dispiace tanto» incalza.
«Ha idea di quanti siano quattrocento milioni di won? Devo lavorare vent’anni per ripagare il danno».
«Per fortuna nessuno si è fatto male».
«Già, l’autista del camion se l’è cavata con una spalla slogata: fra prognosi e riabilitazione, solo venti milioni».
L’infermiera prende la bottiglia di disinfettante dal carrello, imbeve il cotone, lo passa sul viso dell’uomo che respira a fatica attraverso i denti. Lo immagina senza ferite né gonfiore, con i capelli puliti, un bel ragazzo dagli occhi scurissimi, ma opachi.
«I danni al camion non sono tanti, è quella dannata Lamborghini… » Un gemito, una fitta al torace: le costole rotte. Un respiro meno profondo, un’altra fitta: la spalla lussata. La gamba in trazione è come se non esistesse più, da quando l’hanno estratto dalla vettura accartocciata sotto le ruote dell’autotreno che trasportava una cazzo di macchina da duecentocinquanta milioni.
«Le devo tenere ancora per molto?»
«Fra una settimana le toglieranno i punti, ma la medicazione è opportuno farla ancora per qualche giorno».
«Per fortuna è inverno, non ce la farei a sopportare il caldo».

Mr Kim spegne il mozzicone, rientra, recupera una mentina dalla tasca del giubbotto, in corridoio nessuno lo saluta, un vecchio appoggiato a un treppiedi gli si avvicina e gli chiede una sigaretta. Il poliziotto tira fuori il pacchetto, il vecchio gli sorride, ringrazia. Mr Kim entra di nuovo nella stanza, l’infermiera sta sistemando sul carrello il contenitore con bende e strumenti usati. La saluta, lei esce senza ricambiare, senza nemmeno salutare Tae Sung.
«Che nome è Gallardo?» Chiede Mr Kim succhiando la caramella.
«È spagnolo». Tae Seung fa fatica a parlare, il disinfettante gli brucia le guance.
«Pensavo fosse una macchina italiana». Mr Kim apre il fascicolo del rapporto.
«È italiana, ma la corrida la fanno in Spagna». Tae Seung allunga la mano buona, afferrando il telecomando del letto. Spinge il pulsante per alzare lo schienale. Il ronzio del motore attira l’attenzione del poliziotto, che sorride voltandosi in cerca del foglio da fargli firmare.
«Che significa?»
«È il nome di una razza di tori da combattimento».
«Questa volta al toro gli è andata male» Mr Kim ride. Ha trovato il foglio, lo appoggia sul tavolino, poi riprende a rovistare nel dossier fino a quando non recupera la fotografia. «È proprio una bella macchina. Mio cugino lavora nella compagnia di leasing. Mi ha detto che l’avevano appena consegnata e la stavano trasferendo dal porto a Gagnam. Ne hanno altre quattro che affittano ai manager. Una volta per rimorchiare bastava un picnic alla zona smilitarizzata. Lei è stato sfortunato che abbiamo trovato il suo cellulare altrimenti i massimali le avrebbero coperto il trenta per cento dei danni, invece, oltre alla foto ci sono pure i testimoni che l’hanno vista sorpassare a destra e tirare fuori il braccio… ».
Le ferite prudono sotto il cotone e il Betadine. Tae Seung guarda Mr Kim.
«Gliela lascio, è venuta bene». Si vede la fuoriserie sulla bisarca, poco prima dell’impatto. Mr Kim si tiene il cinturone, mostra i suoi denti d’oro. Tae Seung è infastidito.
«Dove devo firmare?»
Mr Kim continua a ridere, indica un punto sul foglio di carta. Tae Seung si allunga sul tavolino, strappa la penna dalla mano del poliziotto. Gli è rimasto un ghigno. Tae Seung si sistema sotto le lenzuola, lascia sul ripiano i fogli dove ha scarabocchiato le lettere del suo nome. Il poliziotto recupera la penna, sistema i documenti, si rimette il cappello.
«Ci vediamo presto, abbia cura di lei Mr Park. La prossima volta per essere sicuro, lasci perdere i tori ed eviti i cellulari coreani: sono troppo resistenti». La risata del poliziotto si spegne nel corridoio. Tae Seung riprende il telecomando del letto, la schiena comincia a dargli fastidio.
Fra poco l’infermiera tornerà con il vassoio della cena; disteso, segue il traffico lungo l’autostrada che porta verso Nord.

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