Motherfuckers – #gunstreet

di Domenica Caringella

Colonna sonora:


Robert avrebbe voluto essere altrove.
Non sulla vecchia Triumph verde bottiglia che Sammy Joe aveva rubato quella mattina nel parcheggio davanti al vecchio stadio del Wednesday e che adesso fuggiva sbilenca come un ubriaco, schiacciata tra il bianco della neve che aveva ricominciato a foderare l’asfalto del boulevard, e il rosso del sole che moriva e dei semafori sbeffeggiati dalla loro corsa obbligata.
Non su quell’auto del cazzo. E non con quelle sirene, quelle dell’allarme della banca che si allontanavano e tutte le altre che si inseguivano come in un passaparola, che gli toglievano il respiro e non lo facevano pensare. Sirene con coda e tette avrebbe voluto; e cera da stivarsi nelle orecchie per non sentirle.
La scia di terrore che si erano lasciati dietro e la donna che mischiava le lacrime al sangue mentre gli tendeva il braccio, quello sano, per offrirgli le chiavi del paradiso, le aveva accettate senza rimpianto già un minuto dopo aver sparato. Erano un corollario. Sapeva da prima che sarebbe stato quasi impossibile evitarle.
Era al sacco dell’immondizia ripieno delle sterle delle pensioni, dei profitti dei padroni e degli stipendi degli operai dell’acciaieria che aveva consumato pure i contabili come suo padre, che non riusciva ancora ad abituarsi. Ce ne avrebbe messo. Bruciava, il sacco; trapassava la lana dei guanti e gli scavava la carne. Aveva le stimmate ora.
Le sirene si calmarono. Una strada secondaria; un’altra, vuota. Che cazzo di città. Era morta quella città. Che schifo. Che fortuna.
– Lasciami qui Sammy Joe. I soldi tienili tu. Stasera al garage, sì. Me la vedo io. Ci vado io, là. Vola, cazzo. Vola.
La frenata e Sammy che ripartiva lasciarono due solchi sul bianco uniforme della strada. I piedi di Robert piccoli fossi, che la neve riempì subito dopo.
Altri trecento metri. L’ospedale. Nessuno dietro. Sirene, dalla voce ovattata, e basta. Per il resto brancolavano, i coglioni.
Il cervello gli rimandò a colori e in alta definizione il corto lungo 200 secondi in banca, un attimo prima della chiusura. Sceneggiatura sua, di Robert Moore. I passamontagna neri. I fucili sotto i giubbotti. La testa della guardia giurata semifracassata. I clienti che fanno a gara a cagarsi sotto. I cassieri che indicano con gli occhi, le mani, tutto il corpo, la collega con la camicetta di seta viola sotto il tailleur grigio d’ordinanza, dozzinale ma tenuto bene. La collega che non ne vuole sapere di aprirgli la cassa. Sammy Joe che esita. Lui, Robert, che si limita a premere il grilletto, perché sa da una vita che le chiavi ce le ha lei, solo lei, perché non sarà quella stronza a fargli sforare i 200 secondi di pellicola a disposizione, perché quei soldi servono soprattutto ad una cosa. Il tailleur che non sarà più tenuto bene, la camicia viola che si tinge di rosso e che va a puttane anche lei, come il braccio. I soldi nel sacco. E fuori. 200 secondi netti. La merdosa Triumph. Via.

Robert era al pronto soccorso da tre minuti quando ritornarono le sirene. L’ambulanza frenò sul piazzale e Betty Coltrane, i suoi cinquant’anni più venti di paura e di dolore, fece il suo ingresso in lettiga, flebo e medici al seguito. In perfetto orario.
Mentre la lettiga correva, Robert le tenne la mano. No, non preoccuparti per noi. Non preoccuparti del braccio. Non serve più. Hai chiuso con il lavoro, te l’assicuro, non chiedermi perché. Sì che ce la farai. La casa non te la portano più via, non piangerti addosso, non pensare all’asta, a quella ci penso io. Ci ho pensato io. Bastano e avanzano. Anche per un tailleur nuovo, sì. Non pensare a niente. Ti ricuciono a puntino. La camicia viola è andata, beh? È una fortuna che sei viva. Io sarò qui fuori ad aspettare. Certo che ci sarà anche Sammy Joe. Adesso arriva. Non sforzarti. Ferma, chiudi gli occhi. Sì, ti voglio bene anche io, mamma.

[Racconto pubblicato su Poetarum Silva]

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