Un ronzio devastante

di Gianluca Garrapa

E il ronzio mortale del ciclopico condizionatore del bar dabbasso mi sta facendo impazzire.
Un attacco di panico: è stato qualche domenica fa, mai accaduto prima. Dopo pranzo, sono stravaccato davanti al televisore, inizio a sudare freddo, le dita delle mani formicolano, il cuore inizia a pompare manco stessi alla maratona di New York. Oddio! Sto morendo. Ma non è questo il punto, e nemmeno che al pronto soccorso mi danno da bere delle goccioline che mi fanno levitare e ne vorrei altre, e nemmeno che i giorni successivi tema angosciosamente un altro attacco. Il punto è che oggi hanno suonato alla porta, apro, la faccio accomodare, le faccio visitare la casa, il balcone sulla corte col condizionatore killer, il bagno spazioso da piscina olimpionica, la stanza grande che un aereo ci entra a meraviglia, la cucina che ci può stare una nave, è questo il monolocale, le dico, 400 euro, non è nulla, è ventilato, non è rumoroso.
Anzi!
Pare un ambiente anecoico.
La sto pigliando per i fondelli. Ma non sono un bravo imbonitore, e lei non sembra lasciarsi abbindolare, svolazza per i locali senza darmi ascolto.
Ci fermiamo sul balcone che dà sulla rumorosissima corte e la ragazza, occhiali uguali ai miei, alta quasi come me, capelli neri, ma i pantaloni blu non le stanno bene, la tipica cellulite di chi sta seduta per troppe ore al giorno, in ufficio, mi smonta come una torre Jenga: Non è per me il monolocale, sono la collaboratrice di Carla (la mia quasi ex padrona di casa), un imprevisto l’ha bloccata in ufficio.
Ah, dico, e penso: ecco perché non sembrava darmi ascolto.
Aspetto la ragazza che viene a vederlo, lavora in banca, fa lei, arriverà a minuti.
Ah! Allora aspettiamo, rispondo.
Me lo ricordavo diverso ‘sto monolocale, fa lei portandosi l’indice alle labbra. Poi punta lo sguardo in basso, non capisco se ai miei sandali di plastica forati, al mio quasi climaterico pacco, all’accenno di pancetta, o solo per distogliere il suo sguardo dal mio. L’idea di aspettare la agita? A me sì, dannatamente. Non ho nulla da fare, se è per questo. Ma il punto è che aspettare mi mette ansia, specie dopo quell’attacco di panico, tanto che la sua sotterranea insofferenza inizia ad agitarmi. Devo trovare un modo, smetto di almanaccare e le chiedo: La ragazza della banca conosce il campanello? E lei risponde: Perché? Non c’è il nome?
E io dico: No, non c’è.
Ah, no? Allora scendo ad aspettarla giù in strada, dice lei. La mia vicina ha fatto lo stesso con l’ambulanza la domenica dell’attacco di panico.
Ecco sì, vai! Traggo un sospiro di sollievo. Va ad accogliere il mio soccorso. Se prende casa, posso andare via subito.
C’è molta luce. Resto da solo per alcuni minuti, in compagnia di questo ronzio che è ormai una presenza viva, divora il cervello. Non è come il buio che le pupille dopo un po’ si adattano.
La ragazza della banca si presenta, capelli corti a ciuffo, ci sorridiamo tutto il tempo come se ci conoscessimo da una vita. Il mio soccorso si chiama Elena, ha occhi bellissimi.

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