#7Sette: Thug

thug
di Ennio Canallegri William Kessel Pacinotti

1. Thug: Rumal

Oltre alle proprietà miorilassanti, la tizanidina esercita anche
un moderato effetto analgesico centrale.
(Sirdalud)

Al sorgere della tredicesima luna dopo l’eclisse, pensò che la profezia non si sarebbe mai più avverata; sollevato deviò dal sentiero passando per la boscaglia. Il cielo, notturno e profondo, insieme alla verticalità della foresta impedivano la vista, ma il passo era comunque veloce e audace. Ogni uomo del delta impara dai propri morti e dai propri sogni a temere di notte la foresta e il sonno nascosto del cobra, ma non lui e non per questa volta. Il peggio era passato. Invincibile con quella luna ormai alta sulla sua testa poteva tornare dalle sue donne.
Appena entrato in casa, una capanna di giunchi tenuti insieme da fibre di canapa cementate dal fango del sacro fiume, Behram scansò di un soffio il lume che pendeva basso dal soffitto. La fiamma ondeggiò insieme alla corda, in una specie di saluto beffardo che gli si piantò con dolore all’altezza del collo. Con i muscoli dolenti guardò verso l’alto, giusto in tempo per comprendere il senso della profezia.
“Il tetto” si disse a mezza voce.
Pensieri, cupi come le nuvole del monsone, soffocarono con un senso di nausea quel grido di gioia selvaggia con il quale avrebbe svegliato, senza timore, i neri pericoli della giungla. Il dolore alla base del collo invase tutti i suoi chakra, come una piena, di acque ancora più nere d’odio verso gli inglesi che, con il loro solitario e distante dio, erano affrancati dal subire i voleri inspiegabili, delle moltitudini divine sempre presenti tra la sua gente. Odiava quegli oppressori anche per quella libertà.La voce di Soma lo richiamò a un angolo, sotto una delle due finestre. – Non dormi ancora luce dei miei occhi? – le chiese Behram chinandosi rigido sul giaciglio.
– Ti aspettavo – rispose la bambina, e l’azzurro dei suoi occhi aveva incontrato per caso la luce della lampada che oscillava ancora giocando con le sue ombre e la contrattura.
– Raccontami – aveva continuato Soma.
Berham si era accovacciato a fatica per terra accanto a lei e le aveva messo in una mano il rumal azzurro che portava legato alla vita. Iniziò nel solito modo.
– Quanti tipi di dolore ci sono Soma, te lo ricordi?
– Tre.
– Tre, sì. Quello dell’altro. Quello del corpo. Quello del cuore. Tu hai conosciuto solo il primo per ora – continuò piano Berham – perché la sofferenza è ovunque, e non ci viene risparmiata. Mai. È negli occhi delle persone, nelle voci, nell’agonia silenziosa di un cane che muore. Presto, purtroppo, conoscerai il secondo. Il terzo è privilegio e abominio allo stesso tempo, e non so se augurarmi che ti venga concesso o sperare che tu ne rimanga indenne.
– Raccontami ancora della strada e del convoglio.
– Quella mattina la strada e il metodo sono stati quelli usuali. Sono apparso sulla via maestra. Ho modi falsi e amabili e hanno accettato di essere guidati dalla tigre, aggregandomi alla carovana. Erano inglesi, ma questa volta non erano mercanti o pellegrini, erano civili, diretti a Delhi. Nei due giorni successivi li ho contati, analizzati, catalogati uno a uno. Ho calcolato la circonferenza e la potenza dei colli, l’altezza, la forza apparente, l’indole. Per ciascuno di loro, nella mente, ho assegnato al mio rumal la forza necessaria per compiere lo strozzamento nel tempo giusto. Il tempo giusto è sintesi. Un Thug sa bene che è la sintesi che occorre per giungere allo strangolamento perfetto; bisogna far sì che durante l’atto la vittima, il prescelto, non perda la speranza di potersi salvare con le sue forze, che lotti e nella lotta concentri tutte le sue energie senza che le sprechi per dimenare le gambe, per urlare, farfugliare. Perché non c’è, figlia mia, godimento più alto del vedere scivolare la speranza di quella gente nelle profonde acque dell’oblio, sentire che mentre annaspano muore con loro il loro Dio e il verde della loro terra che nessuno mai è riuscito a usurpare. Eppure sento che non è solo questo, ma anche gratitudine e ringraziamento perché da quando ci sono loro, gli inglesi,questa vocazione alla morte inferta si è trasformata nella mia personale via per ribellarmi, e mi convinco di essere non solo un assassino, un ladro, ma un guerriero, un guerriero ribelle.
– Dimmi degli occhi adesso – disse Soma, la voce un sussurro, le pupille dilatate, che sembravano allontanarsi dal sonno più che inseguirlo.
– Chi muore deve farlo con gli occhi aperti, occhi che tu però potrai solamente intuire, perché si uccide alle spalle per volere di Bhavani, la vera regina, che distrugge per generare altrove. Per questo motivo io non guardo mai negli occhi, mai. Mai prima, perché potrebbero vedere nei miei ciò che li attende inesorabile, e mai durante, perché non mi è concesso. Gli inglesi che amano asservire per sentirsi serviti confondono tutto questo con la deferenza della nostra gente, simile a noi per le fattezze, ma non per la risolutezza verso l’annientamento. Ma in quel convoglio, mi imbattei in quegli occhi chiari,acquosi e realizzai dopo, al calar del sole, che restavano solo quelli e non la misura del suo collo, non la sua statura o la sua forza. Ebbi una vertigine e capii che forse stava finendo tutto. Elizabeth Davenport fu l’ultima di quei 14 sventurati che strangolai quella notte, l’ultima a cui strinsi il mio rumal azzurro intorno al collo. La sola che ho risparmiato, insieme a ciò che portava in grembo. L’unica che ho guardato negli occhi mentre uccidevo, in tutta la mia vita. L’unica che abbia mai amato. E che mi abbia amato. Restammo a guardarci, per ore. Quando i sepoys scesero, noi due non c’eravamo più.
– Un giorno mi tramanderai il ramasi? Lo farai anche se sono una ragazza, vero? Giura.
– Giuro.
– Vorrei una gattina, la chiamerò Kalì. Che ne pensi?
– Penso che con quel nome non ti lascerà dormire.
– Ma potrò averla?
– Ora dormi.
– Domani notte mi racconterai di quando eri pirata e tra le isole su quel praho tutti ti chiamavano Ragno di Mare?
– Ora dormi.
– Padre, Io non mi innamorerò mai, però.

– Si è addormentata.
La voce della donna che un giorno lontano si faceva chiamare Elizabeth Davenport e che adesso, nella seconda vita che le era stata accordata, tutti conoscevano semplicemente come Lili, gli soffiò sul collo alleviandogli per un istante il dolore che ora era tornato.
– Le hai raccontato la solita storia – disse Lili dopo averlo abbracciato.
– Sì.
– E la solita favola.
– Sì anche quella. Dove finisce la nostra realtà, Lili? Dove inizia la favola?
Ripensò mentre si tuffava per la milionesima volta nella tempesta dei suoi occhi, uguali in tutto e per tutto a quelli della loro Soma, alle parole che aveva ascoltato da un bramino che vagava per le coltivazioni di the dove lavorava: “una benedizione, una sola benedizione riesce a cancellare tutte le maledizioni dalla nostra vita.” Si sentì fortunato più di ogni altro uomo, perché ne aveva due, e se non fosse stato per quel dolore che gli fiaccava le terga, avrebbe ringraziato la sua donna con l’amore del corpo.
– Vedo che soffri. Va da lui. E poi da loro. Ti stanno aspettando e io aspetterò – disse comprensiva Lili.
Il suono malvagio del ramsinga, che lo chiamava al tuponee, al banchetto rituale, e l’impazienza di sentire sulla lingua il sapore dolciastro del gur, gli fece alzare il passo. Camminò rapido sotto una luna invisibile. Alla fine del villaggio, dove la giungla marciva nel fiume, c’era la capanna di Dalud. Anche lui come Lili era un due-vite, e era appartenuto agli inglesi. Così tutti, per rispetto alla sua arte medica e per disprezzo dei suoi natali, facevano precedere il suo nome dal titolo di Sir. Behram entrò, si liberò della casacca bianca, si distese sulla stuoia al centro della stanza, un’isola nella polvere umida del pavimento.
– La tredicesima luna è ancora alta, ti stavo aspettando.
– La profezia mi attendeva dentro casa, proprio mentre pensavo di avercela fatta.
– Tanti lo pensano e si dibattono come una tigre ferita o come il cobra che avvolge le spire attorno all’ispida protezione della mangusta, questo è ciò che i nostri dei esigono veramente da noi, non certo le preghiere o le devozioni e neppure il rispetto delle mille prescrizioni delle loro leggi utili solo a ricordarci la nostra finitezza. Nulla li inebria più del sentire che ci dibattiamo conservando la speranza, è questo ciò che lega noi a loro e loro a noi, come per le vittime nei tuoi racconti dove il laccio si stringe attorno al loro respiro quanto più esse continuano a lottare. Senza la speranza l’uomo lotta per ciò che è giusto, ma in virtù di essa offre sè come spettacolo e sacrificio a ciò in cui crede, a loro che sono quel laccio.
– In ogni caso, quanti ne avresti ammazzati stanotte? – gli chiese poi Sir Dalud mentre gli massaggiava energicamente il collo e la schiena.
– Tanti. Poi il lume, a casa, mi ha dato il colpo di grazia. L’ho sempre detto a Lili che pende troppo basso. Ma forse è il soffitto. Va sempre a finire che i pericoli peggiori si nascondono in casa. Ho il collo a pezzi.
– Ci sto pensando io a quello. Rilassati.
– Per Kalì! Oooouh, vai dolce dolce Sirdalud…Vuoi strozzarmi?! – gridò nella notte nera Behram.

Titoli di coda

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