La grande stanchezza

-di Marco Montanaro

[Questo post continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.

Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.

Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni Leggi il resto dell’articolo

Rossella la bimba bassina – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Nella grande città di Arcata Superiore viveva una bambina di nome Rossella. Era tenera e paffuta, ben voluta da tutti, ma con un grosso problema. Era bassa. Nonostante i suoi 5 anni, aveva l’altezza di una bambina e tutti la prendevano in giro per questo.
SEI UNA BAMBINA! SEI UNA BAMBINA!
E lei piangeva di questo, perché è dura per una bambina essere alta come una bambina Leggi il resto dell’articolo

Friday – #gunstreet

di Domenico Caringella

 

Il maggio di Manhattan, rosso tramonto, era entrato dalla finestra aperta e con una carezza le aveva chiuso gli occhi.
Tutto era pronto. La tavola, la cena in forno, i fiori. Questione di minuti e Howard sarebbe tornato. Si guardò allo specchio. Ok. Per essere perfetta le bastavano ancora lo sguardo e il vademecum per mogli che Burt Bacharach e Jack Jones dispensavano in “Wives and lovers”. Era felice e fonte di felicità. Come ogni venerdì. Sì, era stramaledettamente felice come ogni Leggi il resto dell’articolo

Un ronzio devastante

di Gianluca Garrapa

E il ronzio mortale del ciclopico condizionatore del bar dabbasso mi sta facendo impazzire.
Un attacco di panico: è stato qualche domenica fa, mai accaduto prima. Dopo pranzo, sono stravaccato davanti al televisore, inizio a sudare freddo, le dita delle mani formicolano, il cuore inizia a pompare manco stessi alla maratona di New York. Oddio! Sto morendo. Ma non è questo il punto, e nemmeno che al pronto soccorso mi danno da bere delle goccioline che mi fanno levitare e ne vorrei altre, e nemmeno che i giorni successivi tema angosciosamente un altro attacco. Il punto è che oggi hanno suonato alla porta, apro, la faccio accomodare, le faccio visitare la casa, il balcone sulla corte col condizionatore killer, il bagno spazioso da piscina olimpionica, la stanza grande che un aereo ci entra a meraviglia, la cucina che ci può stare una nave, è questo il monolocale, le dico, 400 euro, non è nulla, è ventilato, non è rumoroso.
Anzi!
Pare un ambiente anecoico.
La sto pigliando per i fondelli. Ma non sono un bravo imbonitore, e lei non sembra Leggi il resto dell’articolo

Obesità

di Simone Lisi

A volte mi domando come la gente passi le giornate. È un riflesso, di certo, del mio proiettare nell’universale problematiche particolari, che è come dire mie.
Mann lo direbbe tramite Settembrini, e lo direbbe meglio. Diana direbbe d’altronde che questo è semplicistico e io allora mi vedrei costretto a replicare parlando della semplicistica psicologia maschile, così per escluderla dall’ambito della discussione.
Ci sono questi miei nuovissimi compagni di corso, di cui non so niente, un po’ più giovani di me, poco in effetti, anche se a me sembra tanto, che leggono Nietzsche e non sanno una parola d’inglese, che ricalcano tutti gli stereotipi imputabili a uno spagnolo medio e affermativo, nel senso di ottimista, non è chiaro in cosa, nella loro bruttezza. Alcuni sembrano delle scimmie, su venti ce ne è uno che si salva, anche se a pensarci meglio non si salverà nessuno. Ma non è questo. Mi domando come passano le giornate, solo questo. Come passa le giornate l’obeso che legge Ecce homo e se la ride, inconsapevole che quel libro è scritto contro di lui, ridendo di se stesso. È una risata di risentimento, nervosa, anche se con la sua camicia larga e i pantaloni Leggi il resto dell’articolo

Maternity Rock

di Carmen Vella

Io odio le mamme. Tutte.
Soprattutto queste qui di provincia. Sciatte, già gravide a vent’anni. Vita che finisce prima ancora di iniziare.
Fin dall’asilo hanno stampato nella testa due foto: loro sull’altare di fianco a un uomo travestito da pinguino e sempre loro, qualche chilo più tardi, con un neonato fra le braccia.
Questo è tutto ciò che vogliono. Punto. Il resto è un esercizio di collage più o meno curato per trovare chi si adatta meglio alle sagome. E se si vede lo stacco poi ci pensa photoshop.
Io un figlio non lo voglio. Bisogna aver le idee chiare su come va il mondo per fare figli.
I bambini cagano e pisciano, vogliono sapere perché questo e perché quello. E glielo devi dire.
Ma io di questo e quello, per ora, non ci ho capito un cazzo.
Lo lascio a voi il mestiere di madre. Non ho bisogno di partorire per fare figli.
Io, i miei figli, li faccio con la creta.

Mi chiamo Viola, sono al quinto anno del liceo artistico e la prima lezione sulla creta, tempo fa, è stata la cosa più fica che mi sia mai capitata.
Intendiamoci, nulla a che vedere con la scena da diabete di Patrick Swayze e Demi Moore avvinghiati attorno al tornio, che con Ghost ci siamo giocati la reputazione.
La creta non è mica quella roba lì. Niente dita intrecciate o lingue umide. È una faccenda più cazzuta, roba forte. È puro Rock.
Con i quadri te ne stai buono ad aspettare il verdetto di una faccia indecisa tra l’estasi da capolavoro o la smorfia di sufficienza che Leggi il resto dell’articolo

Bella Mora si innamora – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Mora era una ragazza bellissima, con i capelli lunghi e lucenti, gli occhi azzurri così come le sue mani.
Tutti i ragazzi si perdevano continuamente nei suoi occhi, tant’è che la polizia doveva sempre fare gli straordinari per ritrovarli.
Un giorno non troppo lontano, si innamorò di Leggi il resto dell’articolo

La perenne attualità di Jim, cestista fattone

di Gabriele Merlini

Jim entra nel campo di basket
di Jim Carroll
minimum fax, pagine 208.

Giugno 2012.

Ho provato a dare fuoco al liceo tuttavia ignoro quali gioie possano regalare le vere azioni di rottura: sniffare detergente sopra un traghetto dunque vomitare in testa al passeggero sul ponte sottostante. Borseggiare signore chiedendo informazioni per la metropolitana. Assistere a cerimonie religiose ufficiate da anziane che invocano non protezione da Maria Vergine quanto un servizietto orale.
Ho fumato hashish tuttavia mai ho avuto lo stimolo di gettare dalla finestra una bambina. Non ho analizzato occhi di vetro appartenenti a compagni di squadra e troverei inopportuno (dannata morale: migliorerò) ridere del tizio in lacrime cui hanno appena incendiato la pizzeria.
È stata perciò la volontà di colmare queste lacune l’elemento principale che mi ha spinto a leggere Jim entra nel campo da basket. Come riferisce nella introduzione la curatrice Tiziana Lo Porto: «diari tenuti dai dodici ai sedici anni e pubblicati in America nel millenovecentosettantotto. Della sua adolescenza raccontano, appunto, la pallacanestro, la strada, il sesso, New York, l’eroina». Autore: Jim Carroll. Tendenzialmente uno tra i più ammirevoli fattoni del secolo scorso.

Giugno 1999.

Messo spalle al muro e costretto dalle evidenze lo ammetto: non avevo mai visto Jim Carroll in video. L’occasione si presenta stamani con il clip su Youtube di questo show nel quale un signore ingessato (tale Matt Lauer della NBC) torchia l’autore riguardo un fatto scomodo. Quattordici anni fa alcuni ragazzi avrebbero sparato a scuola ispirandosi al libro che sto recensendo. Sia messo agli atti che l’idea di aprire il fuoco in pubblico non stia sfiorandomi, e pure Carroll sembra ritenerla una forzatura. Patologie pregresse, senza dubbio. Fatto sta che di ciò dibattiamo animatamente.
Jim Carroll – poeta, musicista e narratore statunitense – ha il tono da oratore imbarazzato ma sicuro delle proprie argomentazioni, un taglio di capelli attualissimo (si colloca a metà tra Warhol e l’ultimo Win Butler degli Arcade Fire) e giacca nera che cade pesante sui fianchi come già il David Byrne del tour di Stop making sense. Si direbbe calmo al limite del catatonico sebbene quando disquisisce Leggi il resto dell’articolo