Kaa-Khem

di Domenico Caringella


Kaa-Khem sapeva di essere un privilegiato rispetto a chiunque altro; anche di fronte agli uomini che lo battevano quando il padrone del mondo era voltato dall’altra parte. Accoglieva le scudisciate come il contrappasso della sua posizione.
Lui solo tra tutti poteva permettersi di non obbedire al signore. A volte arrivava al punto di gettarlo per terra, ricevendo in cambio una risata piena e uno sguardo lungo e carico di ammirazione e gratitudine. Ma sapeva che il pezzo di stoffa color sangue era il segnale; significava che gli ordini non solo andavano eseguiti ma anticipati, interpretati.
Suo fratello Sansar subiva lo stesso trattamento con la frusta ma lamentandosi; mai contravveniva a un comando che gli venisse impartito; teneva alla sua vita. Eppure era con Kaa-Khem che il padrone conquistava la terra.
Quell’alba il Khan accarezzò la seta del fazzoletto rosso che si era annodato al polso sinistro e quella del manto dell’unico dei suoi cavalli che montava in battaglia, l’unico di cui sentiva di potersi fidare. E partì.

cavalli

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