L’entropia esistenziale

di Matteo Moscarda

 Moscarda_Böcklin_grande

Questo non è un racconto. Non è mosso da narcisismo o velleità scrittorie. Il mio io non ha nulla a che vedere con l’impellenza di spiegare a quante più persone possibili una delle verità da me conseguite in questi anni. È auspicabile e rivoluzionario che entri a far parte della coscienza collettiva un fatto, ovvero che la maglia relazionale sussiste in virtù dei propri legami interni e a prescindere dalla loro identità.
Tutto il resto, al mondo, è indifferente.
Per esempio, tanto è indifferente chi occupi un ruolo all’interno di una gerarchia, tanto è indifferente essere quel chi o un altro chi: in ogni caso, ogni incarico verrà rivestito, ogni mansione svolta, ogni vantaggio goduto o sfavore patito. Sapere chi dovrà godere i vantaggi o patire gli sfavori è una curiosità di interesse soggettivo, e quindi volgarmente egoistico. Per tanto, conoscere l’identità intima di chi deve occupare un determinato ruolo non riguarda la Realtà ma il Mondo Percepito.
Il Mondo Percepito è la sommatoria ponderata degli innumerevoli Mondi Percepiti, uno per ogni essere vivente, ognuno infinitamente piccolo e irrilevante in sé. Quindi, così come un corpo composto di innumerevoli parti senza peso non avrà peso esso stesso, allo stesso modo il Mondo Percepito, che è l’unico a cui qualunque enunciante fa riferimento, non esiste. Ciò di cui parla chiunque sia dotato di capacità espressiva (se non addirittura comunicativa) è un patchwork di nulla differenti ed egualmente dignitosi ma egualmente omettibili. Se ne deduce che il Mondo Percepito non esiste empiricamente e che della Realtà, che non si può conoscere, non si può nemmeno parlare. Se ne deduce, in secondo luogo, che parlare è sostanzialmente inutile, se non per scopi di diletto o arrivismo sociale (leggi: necessità di riconoscimento), entrambi piaghe appartenenti al Mondo Percepito e soltanto ad esso. La Realtà esiste a prescindere da noi che la rappresentiamo ed Essa si disinteressa dello struggimento umano di essere sé stessi e non qualcun altro: per la Realtà ognuno è qualcuno e non importa chi.
Per Dostoevskij l’uomo d’azione è uno stupido invidiabile, mentre l’uomo dalla consapevolezza potenziata, l’uomo dotato di discernimento, ha come inevitabile prospettiva l’inerzia e vive una vita da topo, una vita in cui l’azione manca e con lei la vendetta e la volontà in genere.
Per Pessoa l’uomo che meno fa più potrebbe fare. Quest’uomo custodisce un bagaglio esperienziale potenziale superiore all’uomo che viaggia e conquista. L’uomo inerme può sognare di essere il Re; il Re, tutt’al più, può sognare altro oro, ma si tratta di un desiderio inestinguibile e pertanto effimero.
Per Borges, che in certi passi è l’esasperazione algebrica di certe tematiche pessoane, ogni uomo è ogni altro uomo. Chiunque legga Shakespeare è, in quell’istante, Shakespeare, non meno di quanto lo stesso Shakespeare sia stato Shakespeare per il lasso di tempo in cui è stato identificato con questo nominativo.
Ragionando in questo modo, essere stato Hitler o un deportato ebreo è la medesima cosa (in sé): se Hitler fosse stato un deportato ebreo e quel deportato ebreo fosse stato Hitler, uno avrebbe conosciuto la disumanità e l’altro l’avrebbe praticata, senza però modificare l’entropia storica. Perché la storia è fatta di ruoli che qualcuno, comunque, interpreterà. Ragionando in questo modo, essere Presidente del Consiglio o operaio è la medesima cosa, non perché i due ruoli godano degli stessi agi, ma perché qualcuno sarà comunque Presidente del Consiglio e qualcuno sarà comunque operaio. Le lotte di classe sono passatempi non de-strutturanti ma di pura riorganizzazione, motivati dall’umana invidia e dal desiderio – inutile in sé – di essere altro da ciò che si è.
Faccio un esempio spiccio. Molti, quasi tutti, sono sia automobilisti che pedoni; molti, quasi tutti, quando si trovano alla guida ritengono che i pedoni siano imbranati e quando stanno attraversando sulle strisce pedonali ritengono gli automobilisti siano aggressivi. Molti, quasi tutti, ritengono insomma che il difetto sia congenitamente e indubbiamente altrui.
L’utente medio che chiede sconti all’esercente per un determinato prodotto, e annusa l’avidità dell’antagonista, non considera che, in quell’istante, egli stesso è un esercente e che il bottegaio in quell’istante è il proprio cliente. Così chi è debole lamenta gli abusi dei forti ma ostenta forza con chi è più debole; così chi non è amato da chi vorrebbe non ama chi lo desidera; così chi si muove è fermo e chi si ferma è fermo anche lui.
Essere Vanessa Beecroft o Maurizio Cattelan, essere un’ex-pornodiva che fa la soubrette o viceversa, essere Silvio Berlusconi o Romano Prodi è indifferente: se nessuno di questi fosse quello che è, lo sarebbe qualcun altro al posto loro e nessuno noterebbe la differenza. Esisterebbero comunque critici e aficionados, detrattori e sostenitori, bracci destri e menti sovversive. Essere talentosi, saper scrivere, dipingere o suonare è irrilevante, perché qualcuno lo farà al posto nostro (e probabilmente meglio di noi).
Essere Dostoevskji o Coelho è indifferente, perché qualcuno scriverà comunque un bel libro, e qualcun altro ne scriverà uno brutto così che si possa dire che l’altro è bello, e viceversa: le categorie antitetiche sono elementi imprescindibili di qualsiasi argomentazione. Disprezzare può essere inutile quanto lodare, poiché entrambi sono atti prestabiliti, prescindono dall’individuo ed esistono unicamente in quanto opposti di altro. Criticare un atteggiamento altrui è un passatempo e non un desiderio di giustizia relazionale: se il biasimato in questione non si comportasse male, non sapremmo cos’è il male e, se non sapessimo cos’è il male, non potremmo conoscere il bene, né potremmo star bene.
Lamentarsi è inutile. Soffrire è inutile. Sognare, sperare e desiderare sono attività inutili, meschine distrazioni. Bramare e invidiare sono voluttà perfide, dettate dal sadico tentativo di destabilizzare ciò che stabile non potrà comunque essere. Volere ciò che non si ha è ovvio, perché l’oggetto del desiderio è inevitabilmente un oggetto non proprio; annoiarsi di ciò che si ha è altrettanto ovvio, perché ciò che si conquista non può essere desiderato. Romanzare, poetizzare e nobilitare un desiderio esaudito sono necrofilia. Desiderare una donna che non si può avere è necessario e quindi non esperibile: non è un proponimento che appartiene alla volontà ma al fato o, più concretamente, a certe costrizioni sociali e culturali.
Niente potrebbe essere diversamente da com’è. Dicendo questo non intendo lodare il fatalismo, ma la diversificazione dell’approccio delegatizio. Una società perfetta è una società in cui le decisioni di ognuno sono prese da qualcun altro e quelle di quel qualcun altro da qualcun altro ancora, nessuno escluso.

Conclusioni

Il sistema perfetto è una dittatura onnigarchica, deresponsabilizzante ed entropica, in cui ognuno è chi è perché qualcuno lo ha scelto per lui. In questa società i rimorsi non esistono e nemmeno il desiderio, perché niente è lasciato al caso e niente cela insidie che l’individuo agente avrebbe potuto evitare.
Una Dittatura Onnigarchica non ha niente da spartire con l’anarchia, che produce il caos. L’anarchia, eliminando il concetto di autorità e delegando a chiunque il potere per sé stesso, crea una tabula rasaingestibile, terreno fertile per micro-soprusi interni e per tacite gerarchie. La Dittatura Onnigarchica, invece, in quanto Sistema Perfetto, ammette l’ineluttabilità dell’autorità e la conferisce a tutti, in egual modo: ognuno sceglie chi sceglierà per lui; ognuno sceglie per qualcuno che l’ha scelto.
Ovviamente, se tale sistema si realizzasse, crollerebbe qualsiasi valore parentale. Si potrebbero scegliere i genitori (verrebbero scelti aleatoriamente da altri per noi), il che sarebbe forse il vantaggio più indiscutibile di tale sistema.
In qualche modo, il Mondo Percepito è simile al Sistema Perfetto, poiché anche in esso niente potrebbe andare diversamente da come va. Ma non bisogna dimenticare che il Mondo Percepito non ha nulla a che vedere con la Realtà.

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7 Responses to L’entropia esistenziale

  1. scrittoriprecari says:

    Grazie a te per il contributo!

  2. Interessante, una prospettiva filosofica originale con argomenti ben sviluppati.
    Fatalismo, nichilismo, soggettivismo, relativismo?
    Non essendo un esperto di filosofia preferisco non tentare una categorizzazione di questa tua “visione del mondo”.
    Non posso però non dire che dissento totalmente dall’analisi e soprattutto dalle consclusioni.
    Amo l’umanità piena, persino rischiosa, ed un uomo per cui non ha più nessun senso fare o pensare nulla, un uomo ridotto in qualche modo ad una vita larvale simile a quelli degli uomini nel film Matrix, non mi piace neanche un po’.
    Il sistema perfetto è democratico, assai responsabilizzante, ed in perenne ed inesausta lotta contro il degrado entropico…

    • Gentile Roberto Mariotti, grazie per il bel commento. Confermo ciò che sottolinea Ghelli, ovvero che la visione del mondo dell’io narrante del testo qui pubblicato non corrisponde alla mia. Considero suddetto testo una pantomima, o una parodia alla Swift. L’intento è quello di raccontare un personaggio (un proto-filosofo) attraverso l’esposizione in prima persona del suo pensiero, nella speranza di crearne uno coerente a se stesso, credibile (per quanto improbabilmente auspicabile o condivisibile).

      Grazie ancora!

  3. SimoneGhelli says:

    @Roberto: a me sembra che l’ultima frase capovolga però il senso di tutto il racconto, rendendo evidente la distanza tra l’autore e il narratore della storia.

  4. ilmarinajo says:

    Bel racconto, scritto molto bene e basato su interessanti riferimenti.
    Condivido l’idea che la realtà in sé non esista (e quindi, un racconto scritto in prima persona o comunque con forte focalizzazione sul narratore sarà necessariamente più “vero” di uno scritto in terza persona).
    Condivido l’idea che spesso siano i posti, la gabbia, la struttura, e non le persone quelle che contano. Lo strutturalismo aveva visto giusto. In un gruppo di amici dodicenni c’è sempre un leader, un bullo, uno spiritoso, una vittima, un complessato, etc. Non ci sono gruppi di tutti spiritosi o di tutte vittime. Se la vittima morisse in un incidente d’auto e prendesse il suo posto nel gruppo di amici un ragazzo da poco trasferitosi, che nella sua città era un leader, lì molto probabilmente diventerebbe una vittima.
    La tua conclusione, se ho ben capito, è un paradosso. Presa coscienza che le strutture ci ingabbiano in modo arbitrario, dobbiamo fare di tutto per evidenziare la loro assurdità e forzare le sbarre. O no?

    • Gentile ilmarinajo, grazie per i complimenti. Hai colto esattamente ciò che sostiene l’io narrante. Riguardo alla conclusione: il paradosso della delega della Volontà si può tradurre con “Se non puoi frenare, accelera”. Nella visione del narratore l’unica vera libertà si può ottenere attraverso il rifiuto del libero arbitrio, che è fittizio perché non egualitario: gli individui di una società non possono vivere in una condizione di democrazia se partono da presupposti socio-economico-culturali diversi (il che è in verità inevitabile): tanto vale rinnegare la pantomima della democrazia a favore di un sistema apparentemente costrittivo ma in realtà deresponsabilizzante e, di conseguenza, concretamente libertario. Ma, di nuovo, si tratta di un gioco, di ciò che sostiene un personaggio finzionale.

      Grazie ancora!

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