Susan & Liberty Jones


di Domenico Caringella

And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave
(M.J. – K.R.)

Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria.
Liberty non seppe dirsi allora se erano stati i ricordi a plasmare la visione o se non era stata la visione invece, a fargli ricordare
Il sole era ancora basso sull’orizzonte e la sabbia era umida. Rabbrividì una, due, tre volte. Prese un lembo della coperta e lo sistemò meglio sulle spalle della donna. Quando la stagione si faceva più calda, accadeva spesso che lasciassero il seminterrato di La Jolla e finissero per farsi sulla spiaggia davanti.
Prima di muoversi, attese che si svegliasse anche lei e che riuscisse a mettersi seduta e a focalizzare lo sguardo su di lui.
– Sue, tu sei un fiore appassito. Questo sei – le disse.
– E tu un fottuto giardiniere distratto.
– Sembra a te. Di acqua non me ne hai mai chiesta.
– Forse è vero. Ma non mi ricordo tante di quelle cose ormai… Allora sei stato un giardiniere senza troppa fantasia. Se non ti ho chiesto acqua è perché avevo bisogno di altro. E comunque anche tu in un bel mazzolino non faresti una gran figura. Guardati, cazzo… fai schifo
– Divorziamo a questo punto.
– Siamo arrivati a quel punto Liberty? Pensi sia così? Sei sicuro?
– Sì. Non ci sono altre strade. Per oggi almeno, amore. Possiamo resistere però, o tentarci. Non so se ce la faccio però. Non so so se ce la fai tu.
– No, io non ce la faccio.
E dicendolo Susan allungò la sinistra a Liberty che intanto si era alzato di scatto, si era scrollato la sabbia dalla camicia e dai pantaloni – che portava arrotolati sopra le caviglie – ed era rimasto in piedi accanto a lei, dando le spalle all’oceano. Lui le prese la mano, le sfilò piano l’anello e se lo mise in tasca.
– Vai tu. Io voglio restare a guardare il mare. E poi il sole ha appena iniziato a scaldarmi – disse Susan fissandolo dal basso verso l’alto.
– Tra un po’ sarà pieno di gente qui. Passerà anche la pattuglia – rispose senza convinzione Liberty.
– Correrò il rischio. E poi ci conoscono ormai. Tutti. Soprattutto loro.
Lui le passò una mano tra i capelli come si fa ad un figlio che non è più un bambino. Susan fece un gesto, come di disappunto, di fastidio, per cacciare la mano che l’accarezzava. Ma Liberty era già distante. Lo sentì canticchiare come al solito “Take me down little Susie, take me down, I know you think you’re the queen of the underground”, mentre avanzava a fatica traballando sulla sabbia. Mise la spiaggia tra lui e le case di la Jolla e i grattacieli ancora più lontano sullo sfondo, e poi sparì.

Quando arrivò sulla strada Liberty piegò verso l’interno dell’abitato. Prima di arrivare al parcheggio del centro sportivo si fermò davanti alla vetrina di un negozio di animali. La sua immagine riflessa si sovrapponeva a quella di un grosso cane di una razza di cui non rammentava il nome, da aggiungere all’elenco senza fine di ricordi, dettagli, disegni, volti e desideri finiti nel cesso in cui si stava trasformando la sua memoria. Usò la vetrina come avrebbe fatto con uno specchio. Ogni giorno gli sembrava di riconoscersi meno; ogni giorno spariva un pezzo e ne trovava un altro al suo posto. Ma cresceva anche il sospetto che mano a mano che cambiavano le linee di confine e le strade della sua faccia, diventasse più chiaro e spaventoso come e di cosa fosse fatto dentro. Iniziava ad apparirgli la propria struttura interiore e l’inequivocabile fragilità e miseria del tutto.
Alla fine, come al solito, semplicemente si diede un’aggiustata ai pantaloni e alla camicia, e prima di riprendere il cammino si inventò l’ennesimo sorriso che quella merda di California gli chiedeva con inopportuna gentilezza.

Il centro sportivo a quell’ora era ancora chiuso, così nell’area antistante non si trovavano le auto dei clienti; ma il parcheggio comunque era pieno di quelle degli abitanti della zona. Liberty adesso era ormai tornato nel pieno controllo di sé; attese che l’unica persona in vista, una donna anziana che camminava a passo spedito con un gatto in braccio, gli passasse davanti e si allontanasse direzione Pacifico, quindi puntò una Sebring bianca, la macchina che tra quelle posteggiate si candidava più delle altre a passare inosservata. Si inginocchiò accanto all’auto, all’altezza della fiancata sinistra. Dalla borsa di cuoio calcinato dal sole che portava a tracolla tirò fuori un grosso sasso; si tolse la camicia, l’avvolse intorno alla pietra e con un colpo secco e silenzioso frantumò il vetro del finestrino, quanto gli bastava per infilare una mano all’interno e far scattare la serratura della portiera. A fare il resto ci mise molto meno di un minuto.
L’aria che entrava dal finestrino mentre correva sull’interstate con l’azzurro della San Diego Bay a destra e i grattacieli lontani del centro a sinistra era calda già a quell’ora, eppure Liberty sudava freddo e tremava; soltanto il pensiero di quanto fosse vicino il prossimo buco lo manteneva calmo e concentrato sulla strada e sul percorso che lo avrebbe dovuto riportare alla fine sulla spiaggia e da Susan. “Starà tremando anche lei a questo punto” pensò Liberty mentre piegava a sinistra per Mission Bay Drive tra il Pacifico e la laguna, puntando a sud est verso le verticali di cemento dello skyline.
Prima di andare a fare la spesa dallo “Spagnolo” a Balboa Park, fermò la Sebring in Redwood Street e a piedi raggiunse il “Caliph” sulla Quinta.
Dentro era buio come al solito. Due uomini sui cinquanta ballavano piano, stretti stretti, probabilmente seguendo una musica che riuscivano ad immaginare soltanto loro. Si sentivano distintamente lo strisciare dei loro stivali sul pavimento e il fruscio della scopa con cui invece danzava la donna delle pulizie per cancellare le tracce che la notte si era lasciata dietro prima di andare via.
Liberty salutò il barman e si sedette al banco. Prese l’ultimo George Washington stropicciato che gli rimaneva in tasca e chiese una birra. La Bud e Jimmy “il Fungo” arrivarono quasi insieme. Liberty guardò Jimmy, che aveva preso uno sgabello e lo aveva spinto accanto al suo, e poi la birra. Poi di nuovo Jimmy. Alla fine decise per la Bud. Diede un sorso lungo quanto la metà del boccale. Poi mise la mano in tasca. Tirò fuori l’anello che aveva sfilato dall’anulare sinistra di Susan sulla spiaggia solo mezzora prima, e fece lo stesso con la sua fede d’oro. Le dita gli si erano assottigliate, asciugate, come il resto del corpo, e il cerchietto venne via senza alcuna fatica. Strinse le due fedi nella destra e le rovesciò sul banco accanto a quello che restava della birra e davanti a Jimmy.
– Fedi – disse come se fosse un invito, e con un’aria che voleva forse essere solenne.
– Vedo – rispose l’altro.
– Quanto si meritano queste, Fungo? – gli chiese.
Jimmy, dopo aver piegato la testa verso il banco per esaminare quello che gli veniva offerto come una specie di tesoro, da una tasca interna della sua giacca lacera tirò fuori un rotolo di dollari di vari tagli tenuti insieme da un elastico. Ne prese alcuni, li contò e li posò sugli anelli.
– Sono la mia e quella di Susie, Jim – disse a quel punto Liberty, fissandolo, e la sua voce era già diversa: aveva qualcosa di commovente e allo stesso tempo meschino – E poi lo sai che consumiamo solo eroina rosa, di quella che arriva dalla Birmania. Che ci faccio con quelli?
– Mi ricordo che mio padre usava una crema da barba fichissima che si chiamava Burma Shave. Però non so se venisse dalla Birmania, dalla Thailandia…o da Disneyland – disse il Fungo e mentre lo diceva rideva, scoprendo una fila di denti guasti che facevano sembrare quelli di Liberty delle perle. Smise di colpo, come aveva iniziato, e subito dopo prelevò dal rotolo altre due banconote, le sbatté sopra le altre, ritirò gli anelli come un croupier, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita.
Liberty, i pezzi di carta con le facce dei presidenti in mano, si alzò anche lui e gli gridò dietro.
– Fungo aspetta… Un’ultima cosa.
– Fa presto cazzo. I soldi sono quelli e non ho altro tempo da perdere. Che c’è allora? – rispose Jimmy che si era fermato e voltato verso di lui
– Gli anelli.
– Gli anelli? Quindi?
– Secondo te… li fonderanno insieme..? O no?

Titoli di coda
 

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2 Responses to Susan & Liberty Jones

  1. Bravo, bella storia.
    Mentre leggevo mi chiedevo come avresti fatto a non scrivere un finale non banale per una storia che, in fondo, è una classica “on the road”.
    Ci sei riuscito con quell’espediente della fusione delle fedi: mi è molto piaciuto.

  2. Canallegri says:

    grazie Roberto.
    [in realtà il finale è quello che ho scritto prima ;-)) ]

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