Le porte della dispercezione

-di Gianluca Garrapa

Questa cosa non gliela dirò mai

Non mi scoccia stare da solo, certo che no. Mia moglie è con i bambini e tornerà presto. Intanto occupo il tempo con il mio passatempo preferito. Che poi è anche un lavoro, se vuoi. Pure la fonte di mezza sopravvivenza. Coltivo un orto. Un orto, e allevo animali. Latte, verdura e frutta non mi mancano. Scendo in paese a comprare quello che mi serve e che l’orto non mi può dare. Una volta la settimana. Il lunedì. Ieri ci sono stato, per esempio. Mi ha chiesto come sto e non so mai cosa rispondere. È un amico, oltre che il mio bottegaio. In paese non ce ne sono di supermercati. Nella città vicina ce ne sono, invece. Ci vado con mia moglie, lei è più brava a organizzare la spesa nel supermercato. Quando tornerà, ci andremo. Il bottegaio è un uomo dagli occhi grandi, sempre dietro la cassa, ne fuoriesce solo quando le persone, quelle anziane, non riescono a trovare oggetti che poi stanno sotto i loro occhi, oppure prodotti collocati troppo in alto, oppure per lavare il pavimento e sistemare gli scaffali. Il bottegaio non è così alto da arrivarci, per questo sistema lo scaleo sotto lo scaffale. Mi chiede come va mentre insacchetto il prosciutto, la mozzarella, il pane, il sugo, cose che compro spesso quando non c’è mia moglie. Il piano della spesa è più articolato quando c’è mia moglie e i bambini, quei tesori ne inventano una più del diavolo; papà comprami questo, papà comprami quello. E io non so mai dire di no. Mia moglie riesce a trattenere il mio buon cuore e allo stesso tempo a frenare con parole convincenti le smanie dei piccoli senza farli piangere. Amo mia moglie anche per come riesce a gestire le situazioni familiari. E il bottegaio potrebbe essere mio padre eppure ha un viso limpido e sereno. Io ho quasi cinquantanni. Lui sembra molto più giovane di me.
Sono molto invecchiato negli ultimi tre anni. I suoi occhi sono vivi, promanano un flusso che sembrano due soli fare capolino dietro montagne. Le braccia sono muscolose, certo, ma coccolerebbero un neonato con la dolcezza di una madre. Non so come rispondere. Le sue labbra sono carnose, boccioli teneri. Sorridenti, sempre. Riesce a scovare il dolore che ti tieni dentro e senza che glielo chiedi, lui tende una mano invisibile, come un papà affettuoso, mio padre non mi picchiava, non mi accarezzava, non c’era, eppure era ingombrante di parole devastanti. Il bottegaio strappa lo scontrino ed io prendo tempo, alla fine ho il coraggio di mentire quando mi chiede come va: Va bene, gli dico. Fingo. Mi sentirei in colpa. Immagino che voglia sentirsi dire che va tutto bene. Lo deluderei, forse, se dicessi il contrario. Va tutto bene, e sorrido e questo lo rende felice, Alla prossima settimana! E lui di risposta annuisce comprensivo: Alla prossima settimana Diego! Sa bene il dolore devastante che fingo di non provare da qualche anno a questa parte, e mi figuro che passerà questo dolore, anzi che non esiste proprio questo dolore. La prossima settimana tornerò con mia moglie e i miei bambini. Quando salgo sul fuoristrada per tornarmene in campagna è quasi il tramonto. In questi giorni d’autunno mi sento ancora più solo. Passerà. C’è un bambino dentro di me, sapete come sono i bambini, no? Mia moglie riesce a usare le parole giuste per far accadere cose che non accadranno mai, i bambini si convincono che un giorno quella determinata cosa accadrà e poi se ne dimenticano, e passano gli anni e alla fine crescono e vallo a sapere quale cosa impossibile volevano far accadere a furia di piagnucolare. Adesso, il bambino dentro di me, piange perché sa che tornerà a casa, cenerà da solo, vedrà un po’ di televisione, leggerà e poi andrà a dormire, e si sveglierà, da solo. Il bambino dentro di me piange e dovrò convincerlo che loro torneranno.
Sono a casa, poso la spesa, ho ancora le lacrime agli occhi, accarezzo la foto di mia moglie e dei miei figli, e dico al bambino dentro di me: Torneranno, così andremo al supermercato. Il bambino dentro di me smette di piangere. Poi vado a letto, anche stasera a stomaco vuoto, e cerco d’addormentarmi.
In questi ultimi tre anni sono molto invecchiato e dimagrito, non vado più al supermercato, in città mi reco solo per portare i fiori a mia moglie e ai miei figli, che non ci sono più. Al bambino dentro di me, questa cosa non gliela dirò mai.

3 Responses to Le porte della dispercezione

  1. “e senza che glielo chiedi” nello stile colloquialissimo del protagonista… grazie per le letture e l’ospitalità.

  2. giovanni gheri scrive:

    il tema della perdita. L’elaborazione del lutto segue percorsi tenebrosi, spesso sfocia in rabbia, Il protagonista di questa storia sembra, invece, che abbia lasciato andare la sua barca verso un mare di latte da cui non c’è ritorno. Storia doppiamente struggente di un declino.

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