Amarcord – Il gigante buono

capoeira
[Da oggi iniziamo a ospitare gli Amarcord di Claudia Boscolo, precedentemente pubblicati sul suo blog, Clobosfera. Claudia li scriverà con la stessa cadenza con cui Keanu Reeves accetta i copioni: quando ha voglia. Potete leggere qui i precedenti Amarcord.]

di Claudia Boscolo

Durante il mio periodo dublinese cercavo un’attività fisica da praticare. Volevo iscrivermi a un corso di arti marziali, mi interessava il Kung Fu, ma dovevo anche coniugare il corso con altri fattori, primo fra tutti la distanza della palestra da casa. A Dublino piove sempre e io non avevo la macchina. Dipendere dai mezzi sotto la pioggia dopo un’ora e mezzo di allenamento è una delle ragioni per cui finisci per startene sul divano a mangiare barrette di Mars guardando Sex and the City, ragion per cui cercai una palestra che potessi raggiungere a piedi in non più di un quarto d’ora di cammino. La trovai, ma non vi si praticava il Kung Fu né alcuna altra arte marziale. Era una palestra di Capoeira. Nulla più lontano da me, a dire il vero, ma mi ci trascinò una mia amica nonostante le mie perplessità.

Entrare in una palestra di Capoeira è di gran lunga l’esperienza più straniante che ti possa capitare. Sono stata in palestre di Karate, di Judo, di Tai Chi, di Yoga, di ginnastica a corpo libero, di Step, di Aerobica. Palestre in cui domina la disciplina, in cui impari a respirare, in cui un maestro compie evoluzioni che ti lasciano nella più completa ammirazione, oppure dove una tipa con la tutina rosa shocking ti assorda con comandi incomprensibili al ritmo di musica orripilante. Ora che ci penso sono stata pure a un corso di Aquagym, la cosa più noiosa che abbia mai fatto, infatti ci sono andata tre volte, sufficienti a far crollare la mia motivazione ai minimi storici.

Ma la palestra di Capoeira è un’altra cosa. O forse lo era quella palestra, non saprei, perché è l’unica che abbia mai visto. Innanzitutto, i maestri erano tre, dei quali due giovanissimi, e un terzo molto più esperto e più anziano. I due giovanissimi erano talmente belli che sembravano disegnati. Li guardavi e ti pareva di stare a Copacabana all’ora dell’aperitivo a ballare la Samba. Li guardavi e ti scattavano tutti i peggiori stereotipi sul giovanotto brasiliano, che poi si rivelarono tutti verissimi. Erano tutti e tre di pelle scura, anzi scurissima, e non erano affatto di Rio, ma dello stato del Minas Gerais.

Mi veniva istintivamente da prenderli per il culo, non so perché e non voglio saperlo, ma non riuscivo a prendere sul serio né la loro assurda bellezza fisica, né l’eleganza dei movimenti, né il loro comportarsi come se stessero in spiaggia, cose totalmente fuori luogo in una città come Dublino, con il freddo cane che faceva e la gente pallidissima, pure io. Chiunque come sbarca a Dublino diventa pallido, mentre quelli lì se ne stavano scuri, muscolosi e allegroni, come se fossero a Rio de Janeiro. Era surreale, e anche un po’ ingiusto. Inoltre ci provavano con tutte le donne presenti, e in maniera plateale. Ma quando mai, dico io, in un corso di arti marziali il maestro ci prova, è una cosa fuori dal mondo, non esiste. Eppure lì dentro andava così, erano molto ammiccanti e faciloni, anche divertenti da vedere. Funzionava così: si correva un sacco. Mi pareva che non si facesse altro che correre, comunque mi andava benissimo perché ero lì per fare fatica fisica, per cui mi prestavo senza farmi troppe domande. Quando ti avevano ammazzato con un’ora di corsa e saltelli vari, senza nessun preavviso ti ritrovavi per terra a fare duecento addominali. Se ti fermavi ti prendevano in giro, se questo non bastava ti si piazzavano davanti con le braccia incrociate, non c’era verso, eri lì e dovevi morire. Poi finalmente ti facevano provare un po’ di mosse. Dopo averti massacrato ti buttavano in mezzo a questa “roda”, una esibizione in piena regola dove dovevi entrare e mostrare cosa sapevi fare. Va da sé che inizialmente mi rifiutavo, non avendo idea di che fare. Mi lasciarono in pace un paio di volte, poi fui costretta a entrare e sottomettermi a questa tortura, con una paura folle, mi veniva la tachicardia. Il capo supremo se ne era accorto. Si era accorto che tutta quella storia non era nelle mie corde, che non ero tagliata per quella roba così acrobatica e spettacolare. Il capo supremo era un uomo sui trent’anni, ma ne dimostrava molti di più. Dire che era enorme non rende l’idea. Non credo in vita mia di avere mai visto un uomo di quelle dimensioni. Era nero, alto, con dei muscoli così torniti che sembravano finti. Sembrava uscito dalla penna di un disegnatore di fumetti, qualcuno che lo aveva disegnato cattivo, quando al contrario era molto gentile e sensibile. Aveva un carattere così mite che mi lasciava avvicinarlo e toccargli i muscoli per vedere se erano veri. Fra me e lui c’era uno scarto di mezzo metro di altezza. Ogni tanto gli piazzavo un indice sul bicipite e lui rideva. Non parlava una parola di inglese quindi era impossibile comunicare, chiedergli qualcosa della sua vita, di come fosse finito in quella capitale così fredda dal suo villaggio in Minas Gerais. Ero molto curiosa, ma quella barriera linguistica era invalicabile. Pur avendo studiacchiato il portoghese nella noia infinita dei pomeriggi londinesi, il mio vocabolario era minimo, quasi nullo, e quindi non c’era verso di sapere niente di lui. Ma al corso c’erano un paio di persone che erano state in Brasile e parlavano il portoghese, o una brasiliana che parlava benissimo l’inglese, e queste persone avevano la funzione di mediatori linguistici fra loro e noi. Così si seppe che i ragazzi erano nati e cresciuti nella povertà più assoluta, che grazie a questo sport avevano trovato una via per costruirsi un vita migliore, viaggiare e lavorare come allenatori. Erano semianalfabeti la cui unica scuola era stata la vita e la quella loro disciplina sportiva, a cui si dedicavano fin da bambini. La loro inarrivabile prestanza fisica non era altro che una diretta conseguenza di un tentativo di affrancarsi da un mondo dove era questione di un attimo, una distrazione, e si cadeva nella criminalità. Tutto questo aveva creato intorno a loro un’aura di eroismo, che su di me per qualche ragione non aveva alcuna presa. Invece mi interessava sapere come facesse il capo supremo a intuire da uno sguardo cosa stessi pensando, come faceva a capire come mi sentivo quando mi toccava per forza entrare nella “roda”, e perché avesse preso a mettere in atto piccole strategie, quasi insignificanti, per proteggermi. Ad esempio quando ero costretta ad entrare, entrava pure lui e combatteva con me, creando una situazione diplomatica un po’ imbarazzante, visto che gli esperti facevano la fila per combattere con lui, quindi la cosa era molto fuori luogo. Oppure mi lasciava avvicinarlo e anche se non potevamo dirci niente, mi faceva dei gran sorrisi, quasi paterni. Era molto commovente. Alla fine grazie a questa benevolenza frequentai la palestra per sei mesi, senza imparare tuttavia assolutamente nulla. Partecipavo all’allenamento, ma piano piano anche quello mi risultò faticoso, iniziò a farmi male un menisco e infatti finii per non andarci più, perché zoppicavo e perché comunque non mi sentivo all’altezza. Ma di quella esperienza conservo la sensazione di avere partecipato a qualcosa di molto più di uno sport, una specie di religione, di rito, con un potere evocativo e simbolico molto forti. Quella del gigante buono e povero che grazie a una disciplina ferrea era riuscito a fare della sua vita un esempio per tutti, grazie alla sua generosità era molto amato, e grazie alla sua corporatura era temuto e ammirato, è una storia che mi è rimasta impressa, e sapere che non è affatto finzione ma una realtà distante anni luce dal mio mondo, eppure così concreta, mi conforta delle piccolezze del quotidiano. Avere visto da vicino che è possibile una forma di dedizione assoluta a qualcosa che ti salva la vita, non importa quanto male sia iniziata o quanto male possa andare a un certo punto, è qualcosa che rende forte anche me. Così ogni tanto mi ricordo di quel gigante buono e sono felice di averlo incontrato nel mio percorso. Gli auguro che sia diventato ricco con la sua palestra, perché so che mai ricchezza è stata tanto meritata.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: