Filamenti

di Zeno Cavalla

Anche oggi piove. Calde grosse gocce di pioggia cadono dal cielo, formando pozzanghere sui marciapiedi dissestati. C’è la signora affacciata al balcone di fronte, indifferente ai vestiti fradici e alla sofferenza delle sue piante, soffocate dall’acqua. Stende i panni sotto il diluvio incessante.
Solida, densa, così coerente. Tutta questa pioggia. Pioggia a dirotto anche dentro casa. Prendo un libro in mano e i goccioloni impattano sulla pagina, la coprono di macchie marroni, la deformano, sciolgono l’inchiostro, incollano un foglio all’altro. La carta diventa pesante, si rompe, sembra sul punto di diventare poltiglia.
I muri coperti di macchie, la patina verde sul pavimento, il frigo arrugginito. È tutto inutilizzabile. Il cibo si impiastriccia prima che abbia finito di prepararlo e quando lo mangio non sa di niente. Residui di pane, tonno e verdure, sospesi nell’acqua, tracimano dal piatto e scorrono via lungo il tavolo. Lascio cadere il panino per terra e torno in camera mia. Il letto non mi è di conforto, impregnato com’è di acqua salmastra e muffa. Sdraiarmici sopra è come spremere una spugna. Il dolore mi entra nelle ossa e scoppio a piangere.
Dopo tanto piovere, anche la luce è diversa. Sembra provenire da una uniforme grigia esalazione gassosa.
Inizialmente mi cambiavo i vestiti in continuazione, ma ora ho smesso. A che servirebbe? Appena fuori dall’armadio comincerebbero a inzupparsi. Presto mi starebbero attaccati al corpo, pesanti, come quelli che ho addosso. Non mi tolgo questa maglietta da quattro giorni.
Non c’è via di fuga, se aprissi l’ombrello pioverebbe da sotto l’ombrello. Una volta, frustrato, mi è capitato di piangere per otto ore di seguito. Alla fine i muscoli addominali erano così contratti che dovetti correre in bagno a vomitare, anche se non avevo ingerito quasi niente.
Sto peggio quando penso a gente felice, lontana, che si accoppia su spiagge caraibiche. Ho conosciuto persone così, ma non mi piace parlarne.
Ho conosciuto persone che ricevono coltellate, ma non restano ferite per sempre. Dicono che la prossima volta accoltelleranno.
Mi sforzo di uscire, oggi. Ho promesso di farlo.
Infilo le infradito di plastica. Mi fermo a un distributore di merendine: vendono anche dei tramezzini ancora confezionati nel polietilene. Le dita sono rese scivolose dall’acqua, faccio fatica ad aprire l’involucro. Poi, però, posso trangugiare un tramezzino prima che diventi pappetta. Con qualche sforzo riesco ad ammansire un leggero tremore delle mani che non mi ero mai accorto di avere.
Mi vedo riflesso sul vetro del supermercato. Ciocche di capelli aderiscono alla pelle. La mia barba sembra quella di uno strano dio marino. Stupisco che nessuno mi presti attenzione. Nessuno mi indica. Nessuno pare accorgersi che cammino diversamente da loro, che sono pallido, che sono fatto quasi molle dalla pioggia.
Quello che mostrano, di non avere per me alcuna speciale considerazione, già lo sapevo. Eppure, in qualche modo tremendamente inefficace, credo io di cercare loro e che loro cerchino me.
Forse più che me dovrebbero vedere la mia stanza. Con le due dita d’acqua a terra, le pareti scivolose, l’odore di fiori ammuffiti, la sottile patina verde su tutto, come un pozzo stantìo in un antico giardino.
Se vedessero, capirebbero il valore di ciò che è oscuro, profondo e silenzioso.
Il mio dottore dice che questo è ciò che mi impedisce di vedere il sole.

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7 Responses to Filamenti

  1. Eraclito says:

    con una intensità contenuta, e perciò più efficace, viene esibita un’anima addolorata. geniale

  2. Moreno Burattini says:

    Sicuramente intenso e inquietante. Una riuscita metafora del mal di vivere. Qualche ripetizione di vocaboli di troppo, qualche parola da sostituire con termini più puntuali.

  3. Martina says:

    Credo che il racconto dipinga molto bene una sensazione di permeante tristezza (anche se questo termine risulta un po’ debole) qualcosa di così forte da far sembrare impossibile al protagonista che non sia materialmente visibile a prima vista da chiunque lo guardi anche solo di sfuggita.L’immagine della pioggia ovunque è molto bella soprattutto nei punti in cui diventa surreale come quando parla della pioggia che continuerebbe a scendere anche da sotto l’ombrello e del cibo che si sfalda che sembra indicare la fame che viene a mancare quando si è davvero depressi. Viene resa molto bene la sensazione di distacco dagli altri, il bisogno di trovare qualcuno che sia davvero interessato ad ascoltare un nostro sfogo e la percezione che sia in realtà una ricerca inutile. Grazie per averlo pubblicato

  4. zcavalla says:

    Grazie per i commenti. Tutti mi hanno spinto a rileggerlo, a prendere maggiormente coscienza di ciò che avevo scritto e mi incoraggiano ad andare avanti cercando di migliorare.

  5. ChiaroScuro says:

    Una ricerca non dovrebbe mai essere inutile, perché alimentata dalla speranza. Cos’è la realtà se non un insieme di piccoli universi relativi che viaggiano in parrallelo tra loro? Niente è assoluto, ma molto è fatto di sfumature. Forse il protagonista qualcuno interessato ad ascoltare lo aveva trovato, ma i rapporti non sono semplici, avvolte alimentano sentimenti contrastanti e bisogna avere la voglia, il coraggio e la forza di continuare a scoprire e a lasciarsi scoprire, a capire e a lasciarsi capire. E purtroppo questa forza non sempre la si trova, oppure sì, ma non nel modo più indicato… “in qualche modo tremendamente inefficace, credo io di cercare loro e che loro cerchino me”.

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