Preparare una tesi in filosofia

di Simone Lisi

Tutto, nel libro di Girard, mi parla, tranne il libro stesso.
La scheda di prestito di Claudia, compilata un anno fa, con la sua scrittura che posso riconoscere. Posso quasi intuire il momento esatto della sua vita in cui compilava quella scheda del prestito bibliotecario, e la sua storia personale, e quella sua storia personale in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze e a tutto ciò che a Firenze è relazionato. Posso anche riflettere sul perché di quella scheda abbandonata dentro al libro, sul perché quella scheda, rosa, che adesso hanno fatto, dopo decenni di schede rosa, di un bianco impersonale, asettico, sia lì, nel libro di Girard, dal momento che non ha senso che sia lì, ché la scheda di prestito esclude il libro, ché quando si prende un libro in prestito quella scheda rosa (o bianca) si dà e resta alla biblioteca, ai bibliotecari e ai loro archivi, e non resta dentro al libro. Si potrebbe pensare che forse, Claudia, questo libro non lo prese mai in prestito, ma solo si limitò a pensare di prenderlo, e quindi di leggerlo, per quella sua tesi in filosofia che poi non avrebbe scritto. Eppure, anche se questa è certamente la risposta più probabile, sospetto che Claudia quel libro in prestito lo prese, e forse in parte lo lesse anche, ma certamente non tutto, vista la sua storia personale, e quella in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze, e al suo scrivere e soprattutto non scrivere la tesi. Io sospetto che lo prese, quel libro, e che poi passò giorni interi a sfogliarlo e a dirsi, a ripetersi di leggerlo, e infine a non leggerlo. E quella scheda lì dentro, abbandonata, rappresenti piuttosto una volontà, sempre differita, spuria, di rinnovare quel prestito, per quel libro che non aveva letto e che non avrebbe letto e non avrebbe usato mai per quella sua tesi in filosofia, quella non tesi. Oppure posso al contrario pensare che l’abbia letto e abbia infine fatto una copia ulteriore della richiesta di prestito per lasciare una prova tangibile, anche se di una tangibilità fragile, del suo passaggio da Firenze, da quel momento, da quella vita, una prova della sua relazione con quel libro e con le altre cose già dette. Basterebbe chiamarla e chiedere, ma non lo farò.
Ad ogni modo, nel libro di Girard si parla, se poi ho capito bene e se ricordo bene, dal momento che sono giorni che evito di aprirlo ma continuo a portarlo in giro e fare altro, tipo leggere romanzi (Sotto il vulcano). oppure opere di teatro (Amleto) che mi sono reso conto improvvisamente che sia urgente e doveroso leggere e che non posso aspettare ancora, insomma, dicevo che nel libro di Girard si parla, nel capitolo primo, del duplice valore del sangue, del valore sacrale e al contempo impuro e contaminante. Il sacro, ci ricorda René Girard, è la violenza. Ma se, ancora, il libro mi parla, è solo perché quelle pagine sono macchiate di rosso: si direbbe che siano proprio gocce di sangue, quello stesso sangue di cui sopra, e io allora mi chiedo di chi sia quel sangue, se sia o meno una casualità, una taglio in un dito, o sangue dal naso, o sia piuttosto un qualche messaggio per me, per Claudia o per chiunque altro tenti di scrivere la sua tesi in filosofia su Girard e che invece si arena per svariati motivi di cui adesso non ha senso discutere.

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