Intervista a Michele Mari

Foto: Giuseppe Nicoloro

di Olga Campofreda

Preludio

Un giorno di fine settembre su Roma si era rovesciato finalmente il secchio ricco di pioggia che il cielo aveva covato per tutta la stagione estiva. All’uscita della metro i venditori di ombrelli continuavano a saltare fuori da ogni angolo, come funghi al primo umido.
Ho passato tutta la durata del temporale a leggere avidamente il libriccino bianco che da un po’ di giorni mi portavo dietro.
Nessuno riusciva a distogliermi dal mio rifugio di carta, con quel titolo – Cento poesie d’amore a Ladyhawke – che parlava direttamente al cuore, con una voce così limpida e al tempo stesso così antica da rivelarmi l’immagine del loro autore come quella di uno stilnovista fuori tempo massimo.
Fuori dal tempo, come direbbe Borges, potrebbe voler dire essere presente in tutti i tempi, attraverso i tempi. Doveva esserci qualcosa di magico in quella voce. C’ era un mistero, un arcano. C’era il segreto di uno stregone, e io lo volevo scoprire.

*

Michele Mari mi ha dato appuntamento a casa sua. L’intervista è il mio piede di porco per forzare la cassaforte nella quale- ne sono sicura!- potrebbe celarsi il segreto della sua scrittura. Quando ho segnato l’indirizzo su un pezzo di carta, non mi ha stupito il fatto che in quella stessa zona, anni fa, ci avevo conosciuto un cartomante.
Non cigola, la porta, quando viene ad aprirmi, ma i miei occhi sono catturati dagli oggetti appesi –impiccati ai chiodi- sulle pareti d’ingresso. Una testa con il ghigno di un pirata e un pappagallo sulla spalla, una stampa con impresso in nero il numero 5, una mano che mostra cinque dita, un fiore da cinque petali.  – Ah, quella! – ha detto Michele Mari, – è una vecchia stampa che si usava per insegnare a contare ai bambini. Accomodati pure.
Non ne sono così sicura, ma mi accomodo lo stesso al tavolo da lavoro e posiziono il computer e il registratore. Mi sento osservata dai sedici occhi degli otto scrittori che Mari tiene come numi tutelari sulla scrivania: Melville, Stevenson, London, Salgari, Conrad, Poe, Verne Defoe. Tacciono, ma potrei giurare di aver visto Stevenson intimare agli altri di starsene buoni, ritornando poi a immobilizzarsi nell’atto dello scrivere, così come avrebbe voluto l’immagine.
E allora incomincia questa impresa fatta di parole, alla scoperta del segreto della scrittura di un autore che ha imparato ad addomesticare il Tempo.

Michele Mari nasce prima scrittore o lettore?

Nasco come lettore, mi sembra evidente, anzi quando mi chiedono perché ho scelto di fare lo scrittore la risposta è questa: io leggevo tantissimo, in modo anche onnivoro, morboso, investendo tutto nella lettura, e quindi mi sono sentito a un certo punto saturo come una specie di pila. Sono diventato radioattivo, saturo, talmente impregnato delle storie, ma non solo: dei rituali formali, della retorica, degli incipit, delle convenzioni di genere, poi ho sentito un bisogno quasi fisiologico di restituzione, di espulsione di tutte queste sollecitazioni che mi è venuta voglia poi di variare, masticare, proseguire a modo mio. Mi capitava spesso di leggere, la sera, e poi mentre cercavo di addormentarmi continuavo a rimuginare quella storia, me la integravo a modo mio, la continuavo… che è già un modo di essere scrittori. Interagivo con i personaggi della narrativa e questo è anche un po’ il motivo per cui io quarant’anni dopo ho scritto molto di letteratura fantastica, narrativa gotica sette-ottocentesca, avventure, pirati, Salgari, Stevenson, Melville, Dracula, Lovecraft. Erano gli autori che mi impressionavano, che mi tenevano compagnia, che mi esaltavano, che mi euforizzavano, che mi davano un senso magico e più interessante della vita. Per cui quando ho voluto scrivere qualcosa di alto, di solenne, di drammatico, ho spesso dialogato a distanza con questi autori, al punto da farne, come in caso di Otto scrittori, personaggi di una storia.

Qual è il tuo primo ricordo legato a un libro?

Collana turchese Bompiani, Il piccolo principe, che subito lessi con un senso di angoscia, devo dire. Non come una fiaba rosea e aurea. Tant’è che quando ne ho scritto in I Demoni e la pasta sfoglia ho parlato degli aspetti che di solito vengono rimossi da questa storia, che appartiene alla coscienza collettiva; lo stesso fatto che il bambino protagonista sia potenzialmente un suicida, abbia una tensione all’abisso, all’autodistruzione e che il pilota sia una sorta di incarnazione del senso di colpa lo qualifica come libro pieno di angoscia.
Posso dire invece che il mio primo libro scritto si chiama L’incubo nel treno, risale a quando avevo otto anni e mezzo perché non sapevo cosa regalare a mio padre quell’anno e mi è venuto in mente di scrivere una storia nera, che ho rilegato da me sotto forma di librettino; avevo già un senso molto istituzionale della letteratura per cui la riconoscevo come un sistema di segni oggettivi, libri, rilegature. Lo regalai a mio padre nel 1964; quando poi ho compiuto quarant’anni, quindi nel 1995, mio padre mi ha ricambiato il favore facendo fare da un grafico di sua fiducia una rilegatura speciale in fac simile di ottanta copie.
[lo mostra] [collana libri neri]
Era una storia che ho sognato spesso. Un signore rimane chiuso in un treno e scopre che il treno va e lui è il solo viaggiatore, neanche il conducente, il treno è una sorta di macchina autonoma e poi c’è anche uno sviluppo romanzesco perché dentro questo treno il protagonista percepisce dei rumori e capisce di avere un misterioso compagno di viaggio. È tutto legato alla suspence della scoperta.

Quale libro avresti voluto scrivere?

O Moby Dick o Il richiamo della foresta.
Non mi è mai capitato desiderare di essere un personaggio letterario. Ho avuto proiezioni sempre verso gli scrittori, per una sorta di ambizione. In qualche caso però avvengono corti circuiti, nei quali non si può distinguere tra autore e personaggio. Un esempio: Bardamu e Celine in Viaggio al termine della notte; o Gadda, impossibile da distinguere da Gonzalo della Cognizione del Dolore.

Come scrivi?

Io scrivo a letto, scrivo in treno… non devo essere in mezzo alla gente. Non riesco a seguire la mitologia dello scrittore che si mette al lavoro nei caffè parigini. Devo essere solo, in silenzio, ma senza orari né luoghi. Quando ho eccessi di estro devo assecondarli, per cui quando mi viene un’idea la devo seguire finchè funziona. Poi ho dei raffreddamenti. Sono piuttosto discontinuo. La massima discontinuità è tra libro e libro: mi sembra di essermi sgravato, come nel parto; in quell’interregno non mi sento nemmeno più scrittore, leggo, recupero, mi rigenero. Magari passa un anno in cui faccio tutto fuorchè scrivere. Quando poi mi viene un’idea, se è quella buona, s’impone. Sono veloce quando scrivo, ma magari per sei mesi ho rimuginato l’idea, l’ho rimasticata dentro di me. Non mi preoccupo, sono fatalista, ma per questo sono un po’ viziato. Visto che campo del lavoro universitario posso permettermi di scrivere solo quando ne ho voglia e soprattutto cose che piacciono a me. So che se mi mettessi lì con spirito burocratico, quelle pagine sarebbero decorose per mestiere, ma non le amerei.
[sospira-distoglie lo sguardo]
So che non bisognerebbe parlarne, la parola ispirazione è impronunciabile e datata di questi tempi, ma io ci credo fortemente, anche se appartiene a un’altra epoca…
Guardo con diffidenza alle scuole di scrittura. Mi sono sempre rifiutato di insegnare lì, solo una volta ho portato una testimonianza, ma senza ambizioni di dogmaticità. In genere nelle scuole di scrittura hanno questi pallini che sono Carver, Salinger… io invece anche negli anni Ottanta ho sempre trovato Il Giovane Holden un mistero, io mi sono sempre annoiato leggendolo. I miei libri di riferimento sono altri: Borges, Maupassant, Kafka, Canetti… essendo io una persona piuttosto ossessiva scrivo in modo ossessivo. L’argomento lo lavoro e lo spolpo fino all’osso ricavandone tutta una serie di ricami mentali e verbali che nascono da un esasperato lavoro variantistico. Questo è accaduto per esempio in Tu, sanguinosa infanzia. Per uno scrittore come me lo sviluppo ossessivo è come l’ossigeno.

Se avessi possibilità di incontrarti con alcuni scrittori del passato, dargli appuntamento per esempio al pub, chi chiameresti?

Il problema sarebbe farli andare d’accordo tra di loro: mi viene in mente Celine che non poteva soffrire Proust o Gadda che non poteva sopportare Foscolo. Sicuramente poiché non lo abbiamo mai visto e non abbiamo autografi né altro, sceglierei Dante Alighieri. Come pure Shakespeare. Approfitterei dell’occasione per fare un po’ di luce su questi personaggi.
Come nei confronti della tradizione ho sempre avuto un sentimento quasi religioso di adorazione, tendo a monumentalizzare alcuni personaggi… ecco perché sono un pessimo lettore di contemporanei. E’ che sento comunque che da parte di un certo mondo passato c’è un richiamo, una seduzione, una musica, che uno scrittore di oggi deve riuscire in qualche modo a produrre. Questo fascino, questo richiamo, oggi sono sostituiti dal caso letterario. Sarà il mio forse un atteggiamento di disdegno aristocratico, ma quello che mi prende è una sorta di rifiuto: li leggerò a suo tempo. La Storia della Morante l’ho letta negli anni Novanta. Ho scritto Rosso Floyd nel 2010 a 55 anni e tutti lo hanno interpretato come un omaggio tardivo ad una vecchia passione di gioventù. Si tratta tuttavia di una lettura sbagliata: i Pink Floyd negli anni in cui andavano sentiti io non li ascoltavo, non sapevo chi fossero. A quei tempi io ero lo sfigato tipo Rain man, silenzioso, bloccato, impacciatissimo. Ero stato allevato in un modo meritocratico per cui mio padre mi diceva: il fatto che tutti facciano una cosa li qualifica per deficienti, tu devi essere diverso, se tutti fumano tu non devi farlo, se tutti hanno una cosa firmata tu non devi averla… io per conto mio ascoltavo Bach e Vivaldi. Ho cominciato mettere su Springsteen, Dylan, Pink Floyd a partire dagli anni Novanta, soprattutto guidando e i Pink Floyd – in particolare – li ho sentiti quando erano già sciolti. Il libro l’ho scritto sull’onda emotiva della morte di Barrett e ho deciso di farlo proprio perché parla di cose che non avevo fatto. Se io le avessi fatte, quelle cose, non sarebbero state avvolte dalla leggenda, aureolate da questo strato magico.
A pensarci bene, la stessa genesi appartiene al libro Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Ho scritto un libro di poesie con un ritardo di trentatrè anni rispetto alla nascita del sentimento di cui si racconta. La ragazza in questione non aveva mai sospettato di questa mia passione medievale… io l’ho adorata per trent’anni, quando poi ci siamo trovati a una cena di classe, trent’anni dopo, io ero cresciuto, non ero più astemio, impedito, avevo avuto donne, mogli, divorzi… chiacchierando del più e del meno ho alluso al mio sentimento segreto e lei è cascata dalle nuvole. Dopo quella sera ci siamo scritti delle mail e io ho iniziato a un certo punto a caratterizzare questa specie di amore clandestino, usando il linguaggio della poesia per non entrare in conflitto con la sua vita reale, con il suo matrimonio. Non ho mai creato situazioni adulterine nei confronti del marito: mi consideravo il suo fidanzato in un altro mondo, il mondo dei sogni e della letteratura, lei pure, per cui a un certo punto i primi tempi aggiungevo delle poesie alle mail, poi solo poesie. Quando anche questo è finito perché lei non ce la faceva a sopportare neppure un rapporto del genere, ho messo insieme tutte le poesie e rileggendole ho notato che raccontavano una storia. Da una parte c’è un divorzio: la vita comune non è una vita sognata. Tuttavia, paradossalmente, questo libro di poesie è la mia opera più autobiografica, ecco perché resterà un unicum.

Dall’angolo della scrivania ancora mi sento osservata, percepisco un colpo di tosse, mi volto di scatto, ma niente: gli otto scrittori sono immobili al loro posto. Ma li chiamo in causa.
Da dove nasce invece il tuo amore per le storie di pirati?

I pirati mi hanno sempre affascinato, come motivo letterario. A partire dall’ Isola del Tesoro di Stevenson, che ho avuto la recente fortuna di tradurre per la Rizzoli. L’anno scorso avevo tradotto il sequel, giocato tutto sulle riprese di battute dell’originale, così per questo gioco intertestuale ho ritradotto per la BUR anche il classico da cui tutto ha avuto inizio. Stevenson disse che scrivere L’Isola del Tesoro è stata una meravigliosa occasione di regressione. C’è una famosa discussione con il suo amico Henry James, James gli dice ‘Io non capisco come il mio amico Stevenson- che ha una penna magica e un talento divino- perda tempo con queste bambocciate puerili. Stevenson risponde che era l’unico modo per riattivare le pulsioni di chi da bambino ha giocato ai pirati. Henry James ribatte dicendo: ‘io per esempio da bambino non ho mai giocato ai pirati, si tratta di un’immagine convenzionale’. Stevenson chiude la cosa molto elegantemente affermando: ‘se il signor James dichiara di non aver mai giocato ai pirati da piccolo, si può stabilire con certezza che il signor James non è mai stato bambino, ma è nato adulto’. Io questo lo sento molto, questo aspetto regressivo nella letteratura, inoltre i pirati sono un po’ il corrispettivo delle botole, dei mostri, dei castelli, di tutto ciò che è avventuroso in un senso cupo. Sono sempre stato innamorato dei personaggi cupi e al tempo stesso non dico simpatici, ma attraenti. Ho sempre colto un aspetto seduttivo, a volte quasi erotico nel vampiro, nello scienziato pazzo…il mister Hyde.
Dal punto di vista letterario ho dedicato un libro in particolare ai pirati, La stiva e l’abisso, uscito per Bompiani nel 1992. Ripubblicato da Einaudi nel 2004. Prima di scrivere otto scrittori è stato il mio più esplicito omaggio al mondo della pirateria.

Quindi preferisci i cattivi?

A volte non si tratta di cattivi assoluti, per quanto truci e sanguinari: il capitano Achab, è vittima della balena e per questo è roso dal desiderio di vendetta; il capitano Nemo è un giustiziere vendicatore, ma è uno che avendo subito un torto terribile odia le comunità, è un misantropo. Anche Dracula. Dracula è anche un grande esteta perché ha disprezzo per la borghesia, per la piccineria, questa sua inattualità mi affascina. Poi ci sono il Corsaro Nero, Sandokan, Achille, gli eroi greci, loro sono dei sanguinari… questa componente mi conquista perché è primitiva e arcaica, lo stesso motivo per cui mi affascina Zanna Bianca o Il Richiamo della Foresta.
L’ aspetto un po’ stralunato, notturno, gotico, è quello che amo dei personaggi letterari. E’ una sfumatura che permea tante fiabe, per esempio. Un po’ come Pierino Porcospino, uno dei libri più spaventosi che esistano. E’ un testo dell’Ottocento con delle incisioni acquarellate, nato con intenti pedagocici. Ci sono bambini cattivi che fanno tutta una serie di cose che non vanno fatte e hanno puntualmente la loro terrificante punizione. Quanto di più scorretto oggi si possa immaginare in termini pedagogici e politici. C’è la storia del piccolo Corrado che si ciuccia sempre i pollici, si vede questo bambino con i due pollici in bocca e la mamma gli dice di stare attento all’arrivo del Gran Sartore, il grande Sarto. Lui una sera è solo in casa si ciuccia i pollici e dalla tenda entra una specie di demone verde che con un forbicione gli recide i pollici. L’ultima vignetta mostra il piccolo Corrado con i moncherini mentre la filastrocca in rima baciata racconta che il bambino ha avuto quel che meritava. Questo libro è stato un regalo di mio padre.

Adesso, Michele Mari, a te il doloroso compito di scegliere tra gli Eroi.
Ettore VS Achille

Ho scritto in Fantasmagonia un pezzo su di loro. Per quasi tutta la vita sono stato dalla parte di Ettore, perché è il vinto, non è arrogante né smargiasso, non ha protezione degli Dei, sa di andare in contro alla morte. Ma ultimamente mi sono spostato dalla parte di Achille, l’idea di questo guerriero che è il più grande sulla faccia della terra, che per sdegno si ritira dalla guerra, è la storia di uno psicotico. Ma è anche protagonista di quella scena meravigliosa in cui piange con Priamo sul corpo del nemico morto e ordina che la guerra sia sospesa. Sono comunque due personaggi mai completamente scindibili, anzi, sono complementari, un po’ come Achab e la Balena, non esisterebbe l’uno senza l’altra.
Amo gli scrittori che seguono la strada ossessiva della ricerca di qualcosa a tutti costi. Più questo, rispetto al romanzo di formazione in cui c’è un giovincello a cui succedono un sacco di cose, amori e amorazzi, esperienze di lavoro… rimango freddo di fronte alle costruzioni letterarie che tendono a riprodurre mimeticamente la nostra esperienza. Quando ho letto un romanzo di formazione di settecento pagine mi viene da concludere: io già so come ci si forma, se Melville non avesse raccontato invece Moby Dick, non ne avrei mai saputo nulla della Balena. Ecco il motivo per cui non leggo troppa letteratura postmoderna americana, gli unici due autori che riesco a leggere sono Cormac McCarthy -che parla di mostri e scrive praticamente western- e Stephen King.

Ulisse VS Enea

No, oddio, questi due personaggi mi sono tutti e due molto antipatici. Ulisse perché, essendo io un Foscoliano, ho in mente l’immagine che Foscolo ne dà nell’Aiace, come colui che defrauda l’eroe nel diritto ad avere in eredità le armi di Achille e, grazie anche a un bieco sotterfugio, fa cadere Aiace nel ridicolo e lo induce al suicidio. Che poi questo Ulisse fraudolento è anche quello della prima parte del Canto ventiseiesimo di Dante. C’è anche l’Ulisse sognatore che per amore della conoscenza si rimette in mare… ma Ulisse è un personaggio che non mi ha mai molto affascinato, tant’è vero che tra Iliade e Odissea ho sempre preferito mille volte la prima. E poi questo compiacimento un po’ guascone per l’inganno, il modo in cui viene raggirato Polifemo… io ho sempre parteggiato per Polifemo. Ulisse ne combina di tutti i colori, vive tutte le avventure erotiche possibili, però deve tornare dalla moglie, il letto matrimoniale, il figlio; mi sembra una cosa troppo manzoniana, un po’ da benpensanti. Di Enea poi non ne parliamo: uno che ha come sogno la fondazione della romanità non è un eroe è un nazista.

Circe VS Penelope

Circe. Sarà che per me la famiglia non è un valore. A me la parola famiglia evoca comunque punizioni, piatti che volano, disarmonia… quindi mi piacciono le storie in cui la famiglia è un covo di tarati e depravati come fratelli Karamazov, che hanno una specie di DNA corrotto.
A questo punto Michele Mari mi mostra la sua libreria, l’ha costruita lui con le sue mani, mensola su mensola, e dopo l’ha riempita di volumi.

Sono per lo più raccolte, antologie, opere complete in edizioni Meridiani. Il prontuario di letteratura che lo scrittore ha portato al suo presidio romano, da Milano. Una cassetta del pronto soccorso letterario oserei dire.
– Ma il mio libro più prezioso non è qui: si tratta di una prima edizione dei Canti Orfici di Dino Campana, ottenuta in premio da un’amica di mia madre il giorno in cui mi prestai per ripulirle la cantina. Non avevo idea, a quel tempo, di quanto prezioso potesse essere quel testo. Ero solo un ragazzo… in quegli anni mi dividevo tra la scrittura e il disegno, ancora.
Lo scrittore si avvicina a un altro scaffale, tira fuori il fascicolo di un giornale di parecchi anni fa.
– Avevo solo diciassette anni quando presi a illustrare il Visconte dimezzato di Calvino. Mia madre era un’illustratrice, senza informarmi di nulla un giorno fece in modo che quelle tavole venissero pubblicate. Calvino stesso, dopo averle viste, mi scrisse una lettera.
Poi la scrittura ha avuto la meglio sul disegno.
Alla fine dell’intervista lo scrittore mi saluta, è gentile, e ci diciamo a presto, con tutti i convenevoli. Solamente una volta chiusa la porta dietro le mie spalle, aspettando l’ascensore, sento qualche bisbiglio provenire dall’appartamento. Sono voci di uomini che tornano a parlare scoppiando all’unisono, come se il tacere gli fosse costato una troppa lunga apnea. Alcuni di questi hanno un marcato accento inglese. Qualcuno sta parlando di salpare, c’è tanto da scrivere, bisogna andare.

[Intervista pubblicata in forma ridotta sul numero 1 di Orlando esplorazioni]

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4 Responses to Intervista a Michele Mari

  1. Simone says:

    Bellissima intervista, complimenti davvero. Credo che Michele Mari sia uno dei nostri migliori scrittori viventi; è un privilegio averlo conosciuto.
    Per curiosità, quale sua opera ti ha stregato di più?
    Complimenti ancora e alla prossima.

  2. Intervista bella “polposa”. Ottimo, ci voleva proprio. Mari è uno scrittore di grandissimo valore per l’espansione, la concentrazione, l’osmosi con cui elabora e sviluppa il proprio linguaggio letterario. E per la disinvoltura con cui tratta la materia narrativa e il fantastico. Si avverte che scrive quel che gli piace, senza pensare a altro. Ad avercene di scrittori così.

  3. Raul Bucciarelli says:

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

  4. Eloisa Morra says:

    Brava Olga, bellissima intervista! 🙂

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