Pipì à Paris

di Carmen Vella

Di questi tempi i ricchi mi danno l’orticaria.
Se ne stanno con la Louis Vuitton appesa sulla spalla o il Rolex che scintilla intorno al polso e si lamentano perché quest’anno la crisi si sente per davvero. Cavalli di razza con i paraocchi di Dior.

Faccio la wedding planner. Apprendista wedding planner, per la precisione. Organizzo matrimoni per gente che ha soldi a sufficienza per non dover farselo da sé.
Come questa qua: Luisella Berrini Della Porta. Cappottino beige con maniche a tre quarti e generoso fondotinta dello stesso colore.
“Marta, che ne dice di proseguire per i Jardin des Tuileries? Li ho sempre trovati strepitosi e vorrei usarli come sfondo per il servizio fotografico”, mi chiede mentre sistema diligente le mèches bionde dietro le orecchie.
Ci troviamo nella Ville Lumière, dove tra qualche mese si unirà nel sacro vincolo del matrimonio con Gianfranco Magri, suo storico fidanzato da quasi un decennio. L’andirivieni tra i negozi degli Champs-Élysées deve averle messo caldo, perché il labbro superiore è imperlato di sudore.
“Ottima idea, così possiamo scegliere gli angoli più suggestivi da suggerire al fotografo”.
È metà pomeriggio e siamo in piedi da questa mattina all’alba. Dopo aver portato i bagagli nell’albergo, abbiamo girato mezza città alla ricerca di un abito con il corpetto lavorato a mano. Ne avrà provati sì e no una ventina, ma dato che nessuno le ha fatto perdere la testa, proseguirà le ricerche una volta rientrata a Milano.
Non so come, ma non me la vedo a perdere la testa per qualcosa.
Si sposa perché ne ha abbastanza delle scappatelle di Gianfranco. Me lo disse la prima volta che la vidi. Non volendo procurarsi altre rughe per le scenate di adulterio, lo mise alle strette. O me, o le altre. Lui ci pensò sopra qualche giorno, poi la accontentò.
Presto arrivò l’anello. Un diciotto carati che sembra conferire a quelle dita una gestualità del tutto differente dall’altra mano. E la scelta di Parigi come coronamento della loro unione.
“Non sarei riuscita a immaginare un luogo più magico della città dell’amore, se il mio cucciolone non me lo avesse proposto per primo”, mi disse stucchevole Luisella quando li incontrai insieme, mentre il cucciolone sorrideva compiaciuto buttando un occhio nella scollatura del mio top.
Così eccoci qua. Io e lei a Parigi.

“Stavo riflettendo sugli inviti che abbiamo visto la scorsa settimana”, dice mentre aspettiamo al semaforo di Place de la Concorde. “Non riesco a decidere se farli stampare con lo stesso oro del motivo floreale della busta, o scegliere quello splendido alfabeto calligrafico a penna stilografica. Ci penso e ci ripenso e non ne vengo a capo”.
Si passa un dito sopra il labbro per tamponare il sudore e il rossetto esce dai contorni. Uno sbaffo color fuoco sfuma verso il basso, disegnandole una smorfia triste.
“Entrambe le soluzioni mi sembrano di grande effetto, a dire il vero. Ma trovo che la scritta a mano sia un dettaglio molto raffinato”.
“Dice sul serio?”.
Il semaforo diventa verde e riprendiamo a camminare. Sono indecisa se dirle o meno della sbavatura.
“Senza dubbio”.
Attraversiamo la piazza ed entriamo nei giardini. Lo stiletto delle sue Louboutin scricchiola sopra i sassi chiari.
“Non so, non vorrei facesse un po’ troppo cheap…”.
“Questo lo escluderei, Luisella. Al contrario, le verrebbe a costare di più”.
“Tecnicamente è così, in effetti. Ma se gli invitati pensassero che voglio risparmiare proprio il giorno più importante della mia vita? Cioè, qualcuno potrebbe arrivare a credere che li ho scritti io stessa. No, no. Meglio non rischiare”.
“Certamente, come preferisce”.
Mi guardo intorno. I giardini sono meravigliosi, e questo sole di fine marzo ne moltiplica l’effetto.
“È una splendida idea quella di ambientare le foto in questo luogo delizioso”.
Da quando faccio questo lavoro dico sempre delizioso. Ho imparato a stare sopra ai tacchi e a dire delizioso. Dirò si e no dieci delizioso in tutto il giorno.

Sono finita a fare la wedding planner perché non me ne importa niente.
Nel nostro campo è fondamentale concentrarsi su dettagli che nella vita vera non hanno la minima importanza: fare in modo che la tonalità dei petali di rosa non stoni con quella della tovaglia, perché una rosa rivela aspetti della futura moglie meglio di mille parole. Assicurarsi che il bicchiere per l’aperitivo abbia le dimensioni giuste e che tutto sia esattamente come richiesto dalla sposa.
La mia titolare è una di quelle persone che se la partita di sedie arriva bianco ghiaccio al posto di bianco avorio rischia l’arresto cardiaco. Credo che sia per questo che ha scelto me come assistente personale. Riesco a rimanere calma in ogni situazione.
È da quasi un anno che lavoro tra nuvole di tulle e distese di confetti. Da quando lasciai lo studio, lo scorso giugno. Non avrei mai pensato di riuscire a far qualcosa di diverso dalla fotografia.
Dovetti ricredermi, però. Quando trovai gli scatti di Marco sul lungomare di Sanremo. Stavano lì in bella mostra, appesi nella camera oscura.

Sarei dovuta partire il giorno dopo per Pechino.
La valigia era già pronta sopra il letto, lui mi avrebbe raggiunta qualche settimana dopo. Avrei buttato in piedi il servizio che sognavo fin da quando presi in mano la mia prima Reflex, sarei andata in cerca di facce. I cinesi oggi. Così lontani e così vicini.
Tutto era pronto. I biglietti aerei al sicuro nella borsa. E poi il pigiama, lo shampoo, le salviettine per le mani. Solo il caricatore di riserva non voleva saperne di saltare fuori. Così passai allo studio, sicura che l’avrei trovato lì.
Lo riconobbi anche da lontano, appeso con le mollette al filo per l’asciugatura. Mi avvicinai a quelle foto. Stavano tutte in fila sotto i miei occhi come fotogrammi. Decorazioni di una festa a cui mi ero imbucata per caso. Tolsi la molletta e ne presi una tra le mani. Guardai quella carta lucida, sentii il liscio sotto il pollice. E capii che il popolo dagli occhi a mandorla mi era meno sconosciuto di quello che chiamavo mio marito.
Dietro c’era il mare. Davanti c’era lui. Bello come il sole nella camicia coreana di lino bianco. Ma attorno alla vita, al posto della cintura, il braccio di Francesca. La nostra contabile.

“Appena torniamo a Milano voglio andare a quell’asta benefica di cui le ho parlato, così vedo se ci scappa un regalino per la nuova casa. Perché non viene anche lei, Marta?”.
“Non saprei, dovrei controllare di essere libera”.
Il baffo di rossetto è sempre lì, ma è tardi per dirle qualche cosa.
Passeggiamo un’ora avanti e indietro per i giardini. Valutiamo gli angoli più suggestivi, abbozziamo alcune inquadrature.
Dopo aver setacciato ogni metro quadro di superficie con i nostri tacchi ormai del tutto impolverati, iniziamo entrambe ad accusare la stanchezza del risveglio. Io vorrei solo poter tornare in albergo per darmi alle gioie del frigobar e della tv francese. Ma è Luisella che cede per prima.
“Marta, non so lei, ma io dovrei fare un salto alle toilettes”.
Allora è umana. Mi ha fatto passare l’intera giornata a far la spola tra i negozi senza mettere niente sotto i denti. Solo acqua. Entravo in un bistrot sognando un pain au chocolat con il cappuccio, e lei chiedeva una Perrier. Quando si è fatta l’ora di una bella crèpe con formaggio lei ha chiesto ancora una Perrier. Per non essere da meno, ho ricacciato i morsi della fame ordinando solo un’aranciata.
“Vuole che entriamo in un caffè, così mangiamo qualche cosa?”, provo sperando sia la volta buona.
Vedo che fa dei piccoli saltelli da un piede all’altro. Le ginocchia strette sotto la longuette di raso color notte.
“A dir la verità, non so se riesco ad aspettare ancora molto”.
Si guarda intorno con urgente compostezza, lo sguardo finisce in un punto ben preciso. Oltrepasso con gli occhi la sua figura e leggo la scritta Toilettes.
Non ci credo. Luisella Berrini in un bagno pubblico.
“Non c’è problema, la accompagno volentieri”.
In fondo, anche a me fa comodo una sosta al gabinetto.

Arranchiamo verso l’entrata e ci accorgiamo che c’è da fare un po’ di fila.
È uno di quei bagni dove bisogna pagare per fare pipì. C’è un uomo, seduto dietro a un tavolo.
Chiede le monete per poter lasciar passare alla stanza successiva.
È un’immagine estranea, distante dal contesto. Se ne sta seduto su una sedia come un impiegato. Come fossimo lì per una dichiarazione dei redditi.
La fila si accorcia e noi ci avviciniamo. Siamo una a fianco all’altra, e finisce che ci troviamo davanti all’uomo insieme.
“Bonjour, ça fait combien?”, mi decido a dire.
“Quatre-vingt centimes, madame”.
C’è un attimo di imbarazzo. Col pensiero ci chiediamo se una delle due deve pagare anche per l’altra. È cortese o scortese offrire una pipì?
Né io né lei sembriamo avere una risposta, così mettiamo entrambe mano al portafoglio e finisce che ognuna paga il suo. L’uomo ringrazia e alza l’indice sinistro: “Attendez là-bas, s’il vous plaît”.
Così, finalmente, siamo alle toilettes.

La cosa che più di tutte mi colpisce è l’odore. Un sentore di urina in sottofondo, coperto da un profumo sintetico molto più pungente. Sembra detersivo agli agrumi.
Luisella deve avere almeno un litro buono di Perrier dentro la pancia, ma riesce a simulare un contegno più che dignitoso.
Mancano solo tre persone prima di noi, ormai è fatta.
Guardo i gabinetti in fila, tutti con il talloncino rosso di occupato. Tranne uno.
La serratura non è chiusa dall’interno, solo accostata. Appena i miei occhi registrano la differenza, la porta si spalanca. È in quel momento che la vedo.
Una donna. Ha un grembiule azzurro a righe verticali e guanti in lattice alle mani. È nera. Il contrasto tra lo scuro della pelle e il chiaro della stoffa sembra disegnato col righello.
Devi imparare a scegliere tonalità neutre in questo lavoro. Ricorda: nel matrimonio perfetto, i contrasti non esistono.
Mi sento un po’ a disagio quando trovo una donna delle pulizie in un bagno pubblico. Prima di entrare mi assicuro di avere monete a sufficienza da posare nel piattino. Se mi ritrovo con una somma buona nemmeno per la spesa di un caffè, all’uscita cerco di rimediare con dei gran sorrisi di ringraziamento.

La donna oltrepassa la porta. Quando è fuori, vedo che tiene una spugna nella mano destra e un detersivo di quelli a spruzzo nella sinistra.
Luisella è in fila prima di me. Davanti ci sono altre tre signore.
È un attimo. La donna fa un cenno col capo alla prima della fila.
“C’est bon, madame”, le dice mentre la spugna scivola inavvertitamente dal guanto.
Si china per raccoglierla mentre l’altra ha già chiuso il suo “Merçi” dietro la porta.
Sul pavimento il segno dell’impronta umida, un timbro lucido con un po’ di schiuma sopra.
Avranno avuto un problema con quel bagno, mi dico. Sarà stato impraticabile per qualche motivo e dato che c’è fila l’ha rimesso in ordine per ottimizzare i tempi.
Ora aprirà la porta dello sgabuzzino. Poserà spugna e detersivo e magari passerà lo straccio a terra. O forse ha finito il turno e andrà a casa dai suoi figli, se ne ha.
Invece non fa nessuna delle cose che ho pensato. Rimane qualche secondo ferma ad aspettare, come tutte noi. Finché si apre un’altra porta.
Una scarpa da ginnastica in miniatura calpesta l’impronta sul pavimento. Una bimba con i capelli per metà sfuggiti a una treccia procede verso il lavandino. Allora la donna col grembiule entra in quello stesso bagno e socchiude di nuovo la porta dietro di sé.
La bimba si alza sulle punte per arrivare meglio al rubinetto. Fa l’occhiolino a una signora fuori dalla stanza e si insapona le mani per bene.
La donna intanto è ancora dentro al bagno. Riesco a distinguere il rumore di due spruzzi di detersivo. L’odore chimico che ho sentito appena entrata si fa più acuto.
La bimba prende una salvietta di carta dal contenitore appeso al muro e corre incontro alla sua mamma, asciugandosi le mani.
Le righe del grembiule ritornano davanti alla porta. Una goccia di detersivo scivola sull’etichetta un po’ sbiadita. La donna fa un altro cenno della testa alla prima della fila: “C’est bon, madame”.
Non credo a ciò che vedo. Non è possibile.
Una donna delle pulizie non deve fare questo. Una donna delle pulizie si assicura che sia tutto in ordine, più volte nella giornata. Ma non a ogni nuovo cliente.
Non so se mi sento più in colpa per il fatto che pulisce i gabinetti o perché è costretta a farlo sotto i nostri occhi. Sono parte di un cliché vecchio quanto il mondo: la schiava nera che riverisce i nostri desideri bianchi. È razzismo o coincidenza?
Luisella sembra aver colto una nota insolita nella scena. C’è una persona ancora, prima del suo turno. Così si gira verso me e dice: “Certo che il destino di ognuno è proprio diverso. Voglio dire: noi siamo qui, nella breve pausa di un’organizzazione estenuante. Io devo organizzare Diosolosacosa per questo matrimonio che mi farà uscire pazza. E lei non è da meno, con tutto quello che deve programmare. Invece ci sono persone che hanno ben pochi compiti da assolvere nella loro giornata. Non crede anche lei, Marta?”.
Resto inebetita. Il mento si blocca a mezz’aria in una smorfia idiota.
Eddai, ribatti. Trova le parole, dì qualcosa. Qualsiasi cosa.
E invece niente. Non riesco a dire nulla.
La donna prima di Luisella ha finito, ora tocca a lei. Mi fa un cenno come a cedermi il suo turno, ma la mia assenza di reazioni la spinge a farsi avanti.
Dietro quella porta la immagino riversare la sua cascata di Perrier, il sedere tonico sulla tavoletta linda.
Penso ai lavori che ho fatto in questi anni. Cameriera all’università, poi cassiera e postina. Prima della fotografia. Ah, la fotografia… è più di un anno che non guardo in un mirino.
E poi questo lavoro qua.

La futura sposa esce e va verso lo specchio. Un lampo di disappunto negli occhi e capisco che ha notato la sbavatura di rossetto. Rimedia subito grazie al beauty di Chanel che tira fuori dalla borsa. Si pulisce il labbro con l’angolo di un fazzoletto di carta e ne ridisegna i contorni. Poi si lava le mani con due dosi di sapone e getta la salvietta in un cesto di vimini laccato di rosa.
Ora tocca a me.
La donna col grembiule sta ancora pulendo, nascosta dalla porta.
Sono secondi interminabili. Preferirei tenermi la pipì pur di non assistere alla scena. Non ho il coraggio di vederla farmi un cenno col capo per dirmi che è ok. Che il bagno è alla mia altezza.
Preferirei accucciarmi dietro uno dei cespugli qua fuori. E farla come la fanno i cani.
Preferirei, sì.
Invece, quando arriva il mio turno, lei mi guarda. I miei occhi dentro i suoi, due animali che si riconoscono. Vedo il gesto del capo: “C’est bon, madame”.
Ma non sono io la signora, in questo momento.
Abbasso lo sguardo, provo vergogna. Poi ringrazio, chiudo la porta appoggiando la borsa alla maniglia, e orino educatamente.
Qualche secondo più tardi esco. Mi lavo le mani con una mousse più morbida della crema chantilly e poso la salvietta in quel cesto così ostentatamente signorile.

Ora so che esistono delle persone pulite, intatte, non corrotte. Delle persone dignitose.
E che io non sono una di loro.

4 Responses to Pipì à Paris

  1. Incredibile che quest’ottimo racconto non abbia preso nemmeno un commento…
    Lo definirei delizioso, ma non vorrei suonasse come una presa in giro🙂
    Mi ricordo di averti già letta e devo dire che scrivi veramente molto bene: una scrittura pulita e incisiva al servizio di storie importanti, che hanno qualcosa di non banale da dire.
    In questo caso magari è anche il tema che mi “stuzzica”, per così dire; perché io sono profondamente convinto che il “peccato originale” della nostra società, il male ultimo, quello da cui si originano tutte le storture (tante) dei tempi moderni, sia la ricchezza.
    La ricchezza come piaga sociale, causa prima e in fondo unica di quell’altra che viene riconosciuta da tutti come piaga sociale vera e propria: la povertà.
    Solo che mentre tutti concordano sulla povertà come piaga sociale, ben pochi riconoscono la ricchezza come tale, e quindi ce la teniamo ben stretta, e anzi ce la coccoliamo sperando che in qualche modo aiuti a risolvere l’altra piaga col ben noto luogo comune, tanto conosciuto quanto falsissimo, del “capitale (ovvero ricchezza) che crea impresa e quindi posti di lavoro”.
    Che balla epocale! Se non fosse un dramma ci sarebbe da sbellicarsi dalle risa!
    Ecco, allora il tuo racconto arriva a trattare con leggerezza questo tema, e fa riflettere (chi VUOLE riflettere, naturalmente).
    Brava, un altro centro, complimenti!

  2. Carmen Vella scrive:

    Grazie Roberto, per questo tuo bellissimo commento…

  3. Mattia Rutilensi scrive:

    Complimenti, bellissimo racconto questo, come anche gli altri due che hai pubblicato qui. Concordo con quello che dice roberto.

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