Amarcord – Lezioni di Bushido a Granada

Bushidodi Claudia Boscolo

Una volta, parecchi anni fa, mi sono ritrovata a Granada in occasione di un convegno internazionale di studi sull’epica medievale. Era estate, si cercava rifugio in ogni possibile riparo perché c’erano quarantacinque gradi all’ombra, cosa assolutamente normale in Andalusia a luglio, ma pazzesca per chiunque non sia a conoscenza di questa peculiarità meteorologica di quel territorio. Ero già stata a Granada in estate qualche anno prima, avevo la febbre a trentotto ma c’era una temperatura atmosferica così alta che mi pareva di stare benissimo. In occasione della conferenza, invece, ero in splendida forma e non temevo il caldo come lo temo ora. Nonostante ciò, passavo il tempo barricata dentro la struttura universitaria dove per fortuna c’era l’aria condizionata, e non scendevo in città prima delle sette di sera. Se qualcuno si chiedesse perché Sergio Leone abbia scelto il deserto di Tabernas ad Almeria per girare i suoi spaghetti western, la risposta è molto semplice: perché fa un caldo boia e non c’è in giro anima viva. Nel silenzio delle strade di Granada all’una del pomeriggio, se per caso una bava di vento solleva qualche granello di polvere, ti puoi aspettare che compaia Clint Eastwood in persona col mozzico di sigaro e il poncho.

Nessun luogo al mondo era più appropriato per una conferenza sull’epica medievale, così ricca di assedi a roccaforti moresche nel sud della Spagna, di eserciti che si spostano lentamente attraversando per giorni lande desertiche, di scene ambientate in corti riunite a Pentecoste in splendidi giardini o piane vicine a corsi d’acqua. Era prevista una serie di attività ricreative, tutte superbe, ad esempio una visita guidata alla fortezza della Alhambra col Generalife, che avevo già visitato durante la mia precedente permanenza, ma da sola. Girovagare per le stanze del palazzo in solitudine o in gruppo con una guida di eccezione come era la nostra, sono entrambe esperienze godibili, ma di natura molto differente. Da soli si è liberi di immergersi nell’atmosfera sognante del luogo, immaginarsi la vita come doveva essere nella Spagna moresca, soffermarsi presso le fonti e i porticati e ammirare gli affreschi con le Sure del Corano. Con una guida come quella a cui ci aveva affidati l’organizzazione della conferenza, tutto acquistava invece una dimensione storica, diventava una lezione di architettura, di storia, di storia dell’arte e nel nostro caso, con un esperto accademico che ci faceva da cicerone, era stata una lezione di impareggiabile godimento. Un’altra attività ricreativa fu una cena di rappresentanza presso una residenza privata dell’Albaicìn, il quartiere adiacente all’Alhambra, che il consolato aveva offerto ai convenuti. Era una tipica residenza del luogo, con il giardino a terrazzamento e una vista mozzafiato sul quartiere, un gioco di siepi, piante di pregio mischiate a limoni in frutto, e una preziosa fontana nella parte culminante che dava sulla fortezza moresca illuminata: uno spettacolo di puro, quintessenziale incanto. Ma non è il fattore estetico che mi ha lasciato il segno, per quanto importante.

Al convegno era presente una delegazione giapponese di esperti in epica medievale europea, il cui scopo era tracciare un paragone fra la tradizione continentale e la loro, soprattutto in termini di codice d’onore. Così i nostri amici giapponesi confrontavano il Bushido con l’opera di San Bernardo dedicata ai Templari, oppure ne cercavano elementi nelle enfances, cioè quelle opere o parti di poemi dedicate all’educazione dell’eroe. Nel mio cinismo tipicamente europeo, non ho mai visto altre ragioni per andare a convegni internazionali se non per farmi spesare i viaggi. Ma in quella occasione dovetti ricredermi, perché il livello di dedizione di quella delegazione giapponese era tale, che per una volta posso dire di avere visto con i miei occhi accademici genuinamente interessati al tema del convegno, e non solo al modulo di rimborso spese. L’università di provenienza della delegazione si era accollata gli oneri di trasferimento di un autentico kimono da Samurai, che venne esposto in una zona del convegno per un tempo limitato, comprensibilmente, visto il valore del pezzo. Inoltre, se non ricordo male, avevano con sé altri pezzi preziosi, ma soprattutto, e ciò fu per me un’esperienza indimenticabile, questi esperti di epica medioevale parlavano del Bushido, la qual cosa valeva tutta la conferenza. I giapponesi mettevano in pratica attitudini che ho poi scoperto essere normali in Giappone; per esempio, una giovane studiosa come me non poteva dargli la mano allegramente, come facciamo noi senza badare a età o rango, ma doveva tenersi a distanza e parlare solo se interpellata. Per me che non ho alcun rispetto della forma e parlo anche coi muri fu un piccolo trauma, in quanto mi ero gettata su di loro entusiasta del kimono e di tutto l’ambaradan epico e per quanto mi riguardava potevamo andare a berci una birra e parlare del Bushido per ore, come avrei fatto con qualsiasi accademico occidentale. Ma mi trovai davanti la personificazione di un codice di comportamento che credevo esistesse solo nei manga. Così, forse per la prima volta in vita mia, imparai una cosa molto giapponese e poco attuabile da noi, ma che invece dovremmo importare: imparai a mantenere le distanze. C’è una dignità colossale in quella postura, per quanto criticabile, e soprattutto c’è chiarezza sulla struttura gerarchica. I giapponesi non fanno gli amiconi, come i nostri baroni, per poi fotterti ai concorsi. I giapponesi ti riducono il sistema neurovegetativo a un colabrodo, ti spogliano di ogni superbia umiliandoti in ogni possibile modo finché non impari il rispetto, e quando l’hai imparato allora puoi pensare di competere sullo stesso livello con chi è più anziano di te. Noi che siamo impregnati di banalizzazione ideologica questo metodo lo chiameremmo fascista, ma c’è chi lo chiama buddhismo zen: io preferisco questo secondo termine. Che il Bushido nell’Occidente dell’eccesso libertario sia visto come un codice violento dipende dal fatto che abbiamo un’idea della violenza come di qualcosa di animale, di disumano, qualcosa che va sanzionato e arginato con norme di ispirazione democratica. Nulla da dire. Ma una forma più o meno sottile di violenza a ben vedere sta anche in un sistema normativo che impedisce all’individuo di rafforzarsi, ne fa un soggetto la cui coscienza viene plasmata a seconda delle necessità della società, e non delle sue. In altre parole, in Occidente l’individuo non impara nulla, se non il servilismo: verso il potere, verso lo Stato, verso il quadro superiore, un servilismo di stampo utilitaristico, che si chiama volgarmente “fare la gavetta”. Mentre il Bushido insegna qualcosa di più importante, fa accedere a una dimensione spirituale superiore, rafforza il corpo e lo spirito senza alcun obiettivo che non sia quello di liberarsi da ogni gabbia identitaria. Questo lo avevo studiato sui libri, ma prima di venire umiliata con molta grazia dalla delegazione giapponese per via della distanza interposta fra loro e me senza che vi fosse modo di accorciarla, non lo avevo mai provato sulla mia pelle. È una sensazione di strabiliante bruciore all’orgoglio, e non puoi fare nulla se non accettare che le cose stanno così. È prendere atto del fatto che siccome non sai nulla devi stare al tuo posto, e che se avessero desiderato lo scambio culturale, cosa che cercavano, lo avrebbero trovato negli accademici più anziani, per il solo fatto di essere anziani e non in base a delle certificate competenze (su cui comunque non c’era alcun dubbio). Insomma, il Bushido l’ho imparato così: da una delegazione di medievisti giapponesi che mi hanno messa al mio posto, e lo ricordo con piacere, e senza un filo di perplessità, che riservo invece alle pacche sulle spalle ricevute dai miei maestri.

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4 Responses to Amarcord – Lezioni di Bushido a Granada

  1. Canallegri says:

    Di questi Amarcord mi stanno piacendo le decontestualizzazioni.
    Dopo la capoeira a Dublino e il bushidō a Granada, sono proprio curioso…

  2. matteoplatone says:

    Judo a Parigi?

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