Amarcord – In laguna col nonno

ottagono ca' romandi Claudia Boscolo

Di mio nonno paterno non parla mai nessuno. In famiglia lo ricordano come un uomo autoritario, poco comprensivo, responsabile di una serie di disastri educativi. Quando parlano di lui, lo dipingono come il contrabbandiere di generi alimentari e di prima necessità con i croati nella Jugoslavia di Tito. I croati non godono di una fama specchiatissima da questa parte del mare, ma lui ci si trovava bene, si vede che sentiva una particolare affinità. In realtà mio nonno era un piccolo armatore, proprietario di un mercantile con cui faceva la spola da una riva all’altra dell’Adriatico, importando pietra d’Istria di cui all’epoca c’era gran bisogno per costruire dighe e per lastricare porzioni del litorale di terraferma. È quella pietra bianca, abbastanza friabile, di cui è rivestito il Ponte di Rialto o che si calpesta negli stretti e scivolosi vicoli di Rovigno. È una pietra morbida, elegante, meno resistente del marmo ma molto più piacevole al tatto. Se vi dovesse capitare di sedervi sulla riva di qualche canale a Venezia, accarezzate la pietra d’Istria di cui sono adornati i bordi: è molto consumata e sembra quasi soffice. Mio nonno ufficialmente attraccava in Jugoslavia per caricare la pietra, ma in pieno spirito dell’epoca, per non sprecare un viaggio scaricava merci che gli avevano chiesto i croati la volta prima. Io comunque l’ho conosciuto che era già un uomo anziano, aveva smesso i commerci per mare e aveva tenuto per sé un piccolo scafo a remi e motore, con cui andava a spasso per la laguna. Di lui ricordo che fischiettava e canticchiava, e soprattutto ricordo le sue trasferte in bicicletta al mercato del pesce da cui tornava carico. Cucinava il pesce su un caminetto esterno che aveva costruito da sé con dei mattoni rossi; impiegava intere mattinate a ottenere la brace giusta bruciando il legno ricavato dalle cassette di frutta. Aveva fama di essere il miglior cuoco di pesce della zona, ed essere invitati a pranzo o ricevere in dono del pesce cotto da lui sulla griglia era considerato qualcosa di speciale.

Sulla sua barca caricava noi nipoti, tutti molto piccoli, e ci portava in laguna, verso un’isola che oggi è un’oasi della Lipu. L’ambientalismo è cosa molto più recente di quanto si pensi. All’epoca, parlo della fine degli anni Settanta, una spiaggia era una spiaggia, che ci vivessero specie in estinzione non fregava nulla a nessuno. Io ricordo cespugli secchi in mezzo alle dune di sabbia, pieni di bacche spinosissime che ti si attaccavano alla pianta del piede, depositando delle minuscole schegge che al ritorno bisognava togliere con un ago scaldato sul fuoco. Ricordo la puzza di uova marce che ci accoglieva quando arrivavamo in prossimità dell’isola; ho poi scoperto in età adulta che si trattava di acido solfidrico, di cui è ricca la zona. Ricordo l’Ottagono, uno dei numerosi elementi distribuiti in acqua dai veneziani per difendersi dai turchi, ma me lo ricordo come una muraglia non ben definita, mentre si tratta di uno di uno degli scorci più suggestivi del sistema di fortificazioni della laguna.

Mio nonno la sapeva lunga. Appena toccavamo terra gettava la piccola ancora sul bagnasciuga e ci mollava in mare in piena libertà. Non c’era mai nessuno, all’epoca nessuno andava in vacanza lì, era un luogo così desolato che ci sentivamo dei piccoli Robinson. La spiaggia era tutta per noi. Lui ci metteva un secchio in riva piantato nella sabbia e ci spronava a raccogliere granchi. Noi ci divertivamo un sacco, ce n’era un’infinità e si doveva stare attenti che non ti pizzicassero i piedi. Ancora oggi quando cammino sui bagnasciuga delle spiagge adriatiche, così piatte e lunghe, sto attenta a non pestare granchi, ma devo dire che da tempo non ne vedo più. Quella fetentissima mucillaggine che ha infestato per anni la costa deve averli fatti scappare. A volte si beccava anche una grancevola, ma per domarla chiamavamo il nonno, perché il mostro marino era fuori dalla nostra portata. Con le chele lui poi ci faceva dei pendagli da collana: mio padre ultimamente me ne ha regalato uno per ricordarmi di quell’infanzia così libera. Il pendaglio si fa svuotando la chela e riempiendola di stagno fuso, piegando una graffetta a gancio e impiantandola nello stagno e aspettando che si freddi. Credo sia uno dei primissimi manufatti che ho imparato a fabbricare da me, con un piccolo saldatore innocuo che girava per casa. Non è escluso che un giorno ricominci a indossare la chela di granchio appesa a una cordicella di cuoio, come facevo da bimba, e comunque conservo per mio figlio quella che mi ha fatto mio padre, perché qualsiasi strada imboccherà nella vita, non voglio che dimentichi da dove viene.

Mettevamo i granchi nel secchio e lo caricavamo in barca pieno di acqua di modo che le bestie arrivassero a casa vive. Questo era fondamentale, e per tutto il viaggio di ritorno si faceva la guardia al secchio perché i crostacei non uscissero. Quando sbarcavamo in riva mio nonno ci lasciava liberi a giocarci sul selciato della calle privata della sua casa, potevamo tirarli fuori e lasciarli scorrazzare, mentre mia nonna in cucina aveva messo sul fuoco un pentolone enorme di acqua che ci impiegava un bel po’ a bollire. Dopo una mezzoretta usciva e ci faceva rimettere i granchi nel secchio, poi se ne tornava in cucina col carico e non la vedevamo più fino all’ora di cena. Allora ritrovavamo i crostacei aperti in un gran vassoio col sugo e la polenta. Mi faceva un po’ impressione e alla lunga ho capito che quelle spedizioni sull’isola deserta avevano un obiettivo preciso che si mischiava al gioco.

Da giugno e a settembre si viveva così, in una modalità di stare al mondo che ora non esiste più, bruciati dal sole senza che nessuno ti inseguisse con le creme solari, ingerendo una quantità di germi che oggi ammazzerebbero un bimbo di città. Non so, a dire il vero, a quanto serva ricordare da dove si viene, perché la vita cambia sempre ed è un bene vivere nel presente. Ma certi anticorpi della coscienza rimangono, rimane un piccolo focolaio di forza nel sapere che è esistita un’epoca in cui si era felici correndo dietro alla proprio cena.

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2 Responses to Amarcord – In laguna col nonno

  1. Pendolante scrive:

    Ricordi preziosi. Grazie di averli condivisi

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