La bolla

Foto: Courtney Potter

Foto: Courtney Potter

di Domenico Caringella

La notte fu improvvisa e gelida. E azzurra, dopo che Quiroga ebbe acceso la lampada a gas mettendola al centro del piccolo cerchio formato da lui e dai due ragazzi.
Il vecchio indossava dei semplici pantaloni di tela e una maglia infeltrita da anni di sudate e di bucati estemporanei, e Lobo dei jeans e una camicia a quadri che adesso teneva abbottonata fino al collo, come gli aveva detto Quiroga. Sole stava messa ancora peggio e affrontava il gelo con le gambe mezzo scoperte e la t-shirt chiara incollata alla schiena e al petto stretto e piatto.
Quiroga li aveva avvertiti che lì al buio e al freddo le cose sarebbero andate bene per poco, giusto il tempo di quella strana sensazione di sollievo che adesso provavano. Tutti e tre, insieme, avvicinarono le mani alla lampada cercando di farsi scaldare dalla fiammella bluastra, che era l’unica fonte di luce in quel momento. Squarciava una tenebra densa, senza stelle.
Lobo taceva finalmente. Trovarsi lì lo aveva quietato. La sorella sapeva che il suo non era timore, era poco più che un bambino ma non aveva paura di niente. Solo degli uomini che sorridevano troppo e a sproposito. Era da uno di questi che stavano scappando dopotutto. Quello di Lobo allora era stupore, era scoperta, cose che Sole per quella manciata di anni in più, sentiva di aver già perso senza rimedio. Anche lei, comunque se ne stava zitta. E tacevano gli animali che la luce fievole della lampada aveva evocato intorno a loro. Se ne stavano immobili, raggelati o forse in agguato, e nemmeno la condensa del fiato ne tradiva in qualche modo la presenza. Carne e tendini, eppure semplici spettatori, statue di ghiaccio.
Quiroga teneva gli occhi chiusi, le labbra serrate e sarebbe rimasto così tutto il tempo se non avesse conservato intatta la sua curiosità, che forse era ancora il motivo principale per cui era ancora in cammino, in cerca, nonostante la stanchezza dei suoi giorni; e se non si fosse sentito quasi obbligato a riempire quegli istanti con la sua voce.
– Qui potete dirmelo. Non vi ho chiesto nulla prima, quando vi ho preso con me. E niente vi chiederò dopo, tra poco, quando riprenderemo la strada. Credeteci, è una promessa solenne. Ho imparato che in luoghi come quello che stiamo attraversando, le intenzioni, i tentativi, i desideri, devono essere rispettati come si fa con un giuramento. Non è una questione d’onore. Non ci serve a niente quello. È sopravvivenza. Perciò, dite.
Lobo che dei tre era quello che più si era avvicinato alla fiamma e che in quel momento ci stava giocando facendo passare le dita tra le lingue azzurrognole, ritraendole solo quando il calore diventava insopportabile, si voltò direttamente verso sua sorella e la guardò. Sole sapeva – e anche Quiroga lo immaginò – che con quello sguardo suo fratello le stava spiegando di come per lui continuare a scappare sarebbe stato più semplice scandendo le parole, chiamando le cose con il loro nome, così dargli una forma e una posizione. Le stava chiedendo il permesso di aprire bocca o almeno che parlasse lei al suo posto. Sole si limitò a scuotere la testa piano e l’unica cosa che uscì dalla sua bocca fu il “vieni qui” che pronunziò prendendo a sé il ragazzino. Lo abbracciò e facendolo si fece indietro, sino a sfiorare con la schiena una delle creature, dei testimoni senza voce della scena. Ebbe un sussulto, che durò appena il tempo di rendersi conto di cos’è che l’aveva toccata. Quando tornò calma, strinse ancora di più il fratello e guardando Quiroga scosse ancora la testa e disse solo “no, ti prego”.
Quiroga non insistette. Rinunciò ad aprire ferite. Lui aveva già deciso di aiutarli il giorno prima, quando li aveva raccolti all’ultima stazione di servizio prima del nulla; quindi non cambiava niente se gli avessero spiegato chi fossero, da cosa fuggissero e dove andassero. Avevano ancora pochissimo tempo. Il silenzio, dopo il no di Sole, aveva acquistato peso e forma. Così il vecchio iniziò a narrare la leggenda mapuche delle due vipere, quella dell’acqua e quella del fuoco e di come la seconda, Ten Ten, avesse fatto salire sul proprio dorso tutti, uomini e animali, salvandoli dalla grande inondazione causata dall’altro serpente; l’ennesima storia di un diluvio, una parola che la terra dove si trovavano adesso non conosceva e non riconosceva. Mentre raccontava, Quiroga si muoveva e gesticolava. E volgeva lo sguardo non solo verso i ragazzi ma tutt’intorno, come se la storia la dovessero ascoltare anche loro, gli animali addormentati, assiderati, che li circondavano. Non era arrivato al termine, mancavano dei tasselli alla storia, gli ultimi, tuttavia si interruppe.
– Dovevo sceglierne una più breve. O tacere anche io. Non ci possiamo permettere storie così lunghe. Per lo meno qui – concluse il vecchio.
Proprio in quel momento Sole rabbrividì.
– Visto? – disse Quiroga indicando con la testa la ragazza. Quindi allungò il polso sinistro verso la fiammella per controllare il quadrante dell’orologio e continuò.
– Cinque minuti esatti. Era quello il tempo del sollievo di cui vi parlavo prima. Appena oltre si trasformerebbe in un’altra cosa.
Si alzò tenendo la lampada davanti a sé. Fece due passi. Si fermò davanti ad una delle pareti, girò la rotellina che regolava il gas prima di posare il lume al suolo. Per un attimo calarono tenebre più spesse di quelle della notte. Spinse i due portelloni per spalancarli. Lame affilate di luce. Poi fu il sole, insieme al caldo infuocato, ad illuminare tutto. Quiroga diede un’occhiata dietro di sé, ai due ragazzi, poi scese usando il predellino come una scaletta. Quando fu a terra si girò di nuovo. Prese in braccio Lobo che si era affacciato e lo fece atterrare sulla terra gialla accanto a lui. Poi porse una mano a Sole e aiutò anche lei a scendere.
L’aria sembrò meno secca e rovente di prima, così come la cella frigorifera all’inizio era parsa semplicemente fresca e non una bara di ghiaccio. Prima di serrare di nuovo gli sportelli d’acciaio, Quiroga diede un’ultima guardata ai quarti di bue che penzolavano dai binari installati lungo le pareti del vano di carico e che avrebbe dovuto consegnare in città. Si assicurò che la chiusura fosse ermetica e raggiunse i due ragazzi che si erano già issati in cima alla cabina di guida. Lobo prima di lasciargli il posto, diede un colpo di clacson e fu come se l’eco propagasse lo squillo sino alla fine del mondo.
Il vecchio mise in moto il camion, riguadagnò l’asfalto e riprese la strada che alla fine del deserto di Atacama conduceva al passo e oltre la montagna al mare.
– Ancora un paio d’ore per Antofagasta – disse ai ragazzi.

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One Response to La bolla

  1. anna scrive:

    sempre bello leggere le scintille narrative di Caringella

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