Atomic Kiss 1/3

Oggi vi proponiamo la prima di tre parti del prologo di Atomic Kiss, di cui il giovane autore Iacopo Barison ci ha detto: “AK non so cosa sarà né quando finirà, so solo che si tratta di un mio romanzo”.
La prossima uscita editoriale di Barison è prevista per maggio 2014, quando sarà pubblicato, per la nuova collana di narrativa di Tunué diretta dal nostro amico e collaboratore Vanni Santoni, il romanzo dal titolo di lavorazione Stalin.
Intanto, dandovi appuntamento con la seconda parte a venerdì prossimo 11 ottobre, vi auguriamo una buona lettura. 

Aspetto in silenzio al tavolo, guardando la strada oppure controllando ossessivamente l’ora. Ammiro i movimenti dei camerieri, la loro coscienza delle traiettorie e delle ordinazioni da prendere. Il caposala resta immobile a fissare il vuoto. Rumori di posate d’argento. Un’automobile parcheggia fuori dal ristorante, ma non è la sua, e il cono luminoso dei fari si specchia nella vetrata su cui si affacciano alcuni tavoli.
Ripercorro brevemente la mia giornata. Poi ripenso agli ultimi mesi, alla relazione clandestina che troncherò stasera e al modo in cui lei mi guarderà quando, fra il primo e il secondo piatto, esordirò dicendole che c’è un problema. Fuori, un connubio di pioggia e smog riempie gli spazi vuoti.
Le darò il tempo di ambientarsi, di sedersi al tavolo e guardarmi e dirmi che ho una brutta cera. Mi chiederà quante ore ho dormito. Mi chiederà quando ho dormito, se di notte o di pomeriggio. Vorrà sapere le ultime novità. Fingerà di ascoltarle, quindi archivierà i convenevoli e si dilungherà a parlare del suo romanzo, delle recenti modifiche e di fulgide intuizioni avute quando meno se l’aspettava (sotto la doccia, in coda da Starbucks, durante una corsa al parco) finché non la interromperò e proverò a dirle che c’è un problema.
Controllo di nuovo l’ora. Un cameriere si avvicina e mi chiede se va tutto bene. In attesa della mia risposta, mantiene un sorriso di riverenza e inclina leggermente il capo.
Qualche minuto dopo, lei arriva e si scusa per il ritardo. Ha una sciarpa di lana avviluppata sul collo e un cappotto elegante che per ora decide di tenere addosso. Si guarda intorno. Prova a indovinare da quant’è che aspetto, dimostrando di non conoscere la routine delle mie giornate. Si tradisce, mi domanda com’è andato l’incontro con l’agente.
“L’appuntamento era ieri”, le dico. “Alle 16:00 nel suo ufficio”.
“Ah. Credevo l’aveste programmato per oggi. Scusa, ultimamente mi sfugge il tempo”.
“Era stato chiaro. Mi ha detto che sarebbe arrivato puntuale”.
“Com’è andata?”
“Lui non c’era. Ho aspettato un’ora e poi me ne sono andato. La segretaria mi ha consigliato quali riviste leggere”.
Appoggia i palmi sulla tovaglia bianca. Tamburella le dita e accarezza il tessuto e lo smalto rosso si intona coi principali colori presenti in sala.
“Hai una brutta cera. Da quant’è che non dormi?”
Un cameriere, lo stesso di prima, si affianca al tavolo e previene una risposta automatica, una frase che avrei detto per stemperare la seriosità del quesito. Non abbiamo appetito. Ordiniamo un piatto leggero a base di pesce e una bottiglia di acqua norvegese consigliata dal cameriere. Preferiamo evitare il vino. Evitiamo anche sguardi di intesa e romantiche conversazioni di coppia. Lei si accorge che qualcosa non va e sbottona il cappotto e si toglie la sciarpa. Appoggia il cappotto sullo schienale della sedia. Un cameriere di passaggio la invita a farselo custodire nel guardaroba, ma lei preferisce di no e sorride nervosamente. Vuole essere pronta ad andarsene, immagino, dunque ripenso alle ordinazioni e comprendo che il mio piano va riformulato all’istante. Intendevo espormi fra il primo e il secondo piatto, tuttavia ne abbiamo ordinato soltanto uno. Di conseguenza, la nostra mancanza di appetito mi impedisce di lanciare segnali e scolpire il fulcro del discorso, che avrei esternato al momento giusto.
Il suo viso è pallido e precisamente tondo, sembra la luna disegnata da un bambino privo di fantasia. I capelli incorniciano le guance e le scendono sulle spalle, cambiando tonalità a seconda della ciocca di riferimento. Il cameriere porta la bottiglia d’acqua e la versa nei bicchieri. Ne bevo un sorso e guardo il volto di lei distorcersi nell’armonia del vetro.
“Da quant’è che non dormi?”, ripete controllando un fremito. “Prendi ancora i sonniferi?”
“No, ho smesso di prenderli. Adesso riesco a farne a meno. Sto imparando a gestirmi, a organizzare le cose secondo un ritmo. Ieri ho dormito bene. Sai, pensavo che…”
“Per fortuna hai dormito”.
“Pensavo che forse ho bisogno di una vacanza”.
Lei valuta la notizia, pensa ad obblighi e conseguenze e fa per parlare.
“Una vacanza per riposarmi, per fare il punto della situazione”, le dico.
“Quale punto? Hai un lavoro da cominciare. Devi scrivere quel soggetto, quella storia di cui parlavi l’altra sera con…”
“Non lo so. Forse rifiuterò”.
“Rifiuterò? Cosa intendi dire?”
“Intendo che forse non voglio scriverla”.
“Ma è una storia bellissima, piena di…”
“Piena di esplosioni e battute a doppio senso. È una storia orribile, e lo sai anche tu. Ormai ho abbastanza soldi per poter scegliere cosa scrivere”.
Lei si blocca, si ferma a pensare. “Un momento, al corso ripeti sempre che qualunque storia ha un valore intrinseco. Dici che ogni tipo di narrazione ha una dignità, dei punti cardine universali, e poi rifiuti un’offerta come quella? Lasciatelo dire, sei proprio…”
“È solo un corso di storytelling. Mettiti nei miei panni. Devo insegnarvi le basi, il taglio giusto per raccontare. Non vi ho promesso nulla, non vi ho mai detto che sareste diventati…”
“Sei un incosciente”.
“Incosciente?”
“Sì, incosciente. Rifiuti quel lavoro, tutti quei soldi per cosa? Per andare in vacanza?”
“Non ho ancora deciso nulla”.
Beve dell’acqua, si calma e guarda il cameriere portare le ordinazioni. Abbozza un sorriso – forse rivolto a me, forse al cameriere – quindi inizia a parlare del suo romanzo e approfondisce gli snodi e mi spiega che vorrebbe cambiare prospettiva, dipingere la protagonista come una vittima delle convenzioni sociali, come l’antitesi a un sistema gretto e chiuso in se stesso.
“L’hai già detto a lezione. Sì, mi sembra una buona idea. Dovresti andare fino in fondo”.
Lei, però, vuole tornare indietro. “Scusa per prima”, mi dice. “Non devo essere io a dirti quali lavori scegliere. In un modo ideale, non dovrebbe farlo neanche il tuo agente. Ti chiedo scusa, davvero”.
“Già”, rispondo io, aprendo un crostaceo e infilzando il frutto, “ma non preoccuparti. Capisco la tua posizione. Sei giovane e devi trovare un modo per mantenerti. Anch’io, alla tua età, avrei voluto che…”
“Abbiamo dieci anni di differenza. Non sono tanti”.
“No, forse no”.
“Comunque?”
“Comunque cosa?”
“Stavi parlando. Dicevi che alla mia età…”

[Continua]

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