La prova

di Ennio Canallegri

We train young men to drop fire on people. But their commanders won’t allow them to write ‘fuck’ on their airplanes because it’s obscene!
(col. Walter E. Kurtz, Apocalypse Now)

Thời cơ thuận lợi
[(è) Il momento favorevole]
(gen. Võ Nguyên Giáp)

Colonna sonora: White Bird, It’s a beautiful day

Il tenente Colley le sigarette le accendeva con uno zippo che era un paradosso. Un insulto. La prima volta che a Tommy era capitato per le mani – direttamente dalle mani di Colley – era stata anche la prima in cui la sua condizione attuale, ciò in cui si era trasformata la sua vita da quando era arrivato in quella terra di pioggia, fango e piombo, gli si era svelato in tutto il suo fulgore, nel suo fuoco rutilante e distruttore.
Il tenente prima di iniziare a parlare con qualcuno, aveva l’abitudine di offrirgli una sigaretta; se ne accendeva prima una lui, poi ne passava un’altra insieme allo zippo a chi gli stava di fronte. Tom aveva letto le parole incise sull’accendino al momento di restituirlo al tenente, che intanto aveva già tirato le prime due boccate e stava per attaccare a parlare. “Fighting for peace is like screwing for virginity” recitava la frase. Tommy che laggiù, quasi senza accorgersene, si era improvvisamente trovato a dover uccidere più persone che insetti, e che conosceva a memoria le voci che assicuravano che William Colley fosse nel selezionato club dei doppi veterani, i soldati che nei villaggi violentavano le donne poco prima di ammazzarle, pensò che il mondo che credeva di conoscere procedesse al contrario.
– Che c’è soldatino, non vuoi rendermelo? – gli chiese Colley, porgendogli una mano e sollevando il labbro superiore di sbieco, in una smorfia che voleva essere un sorriso senza riuscirci.
Tommy Glenn a quel punto si era leggermente ritratto con il corpo, di riflesso, e aveva compensato l’aumento della distanza che si era prodotta tra lui e l’ufficiale allungando nello stesso istante la mano in cui stringeva l’oggetto verso il tenente. Colley se lo era rimesso in tasca, con un gesto frettoloso più che rapido, come se avesse voluto mettere della mercanzia al sicuro.
Jay, il ragazzino nero che era appena arrivato alla base di Bien Hoa insieme a Tommy per aggregarsi all’undicesima, aveva ricevuto la sua brava sigaretta prima di Tommy e se ne stava in piedi con le spalle contro le lamiere della baracca, quasi immobile, impegnando solo i muscoli della faccia strettamente necessari ad aspirare e soffiare via fuori il fumo della senza filtro che aveva lasciato appesa a un angolo della bocca carnosa, forse per limitare i movimenti al minimo. Jay veniva da Hamlet, North Carolina e a sentire lui a casa sua aveva era stato già in sella a tutti i cavalli della disperazione e perciò non aveva paura di niente. Nella sua breve vita non era mai uscito dal quadrato di terra avara della fattoria dove lavorava la sua famiglia e considerava l’arruolamento una fuga allegra e cattiva. Se se ne stava paralizzato davanti a Colley, forse allora non era per lo spavento ma per curiosità.
Oltre al tenente e ai due nuovi arrivati, c’erano un’altra mezza dozzina di uomini, cinque soldati e un caporale. A loro Colley non aveva offerto da fumare e nemmeno lo facevano di loro iniziativa, come se la scena non lo prevedesse. A Tommy sembravano degli strani testimoni; non un pubblico, un coro piuttosto
– Sull’ordine che mi è arrivato dal Comando c’è scritto che adesso siete nella 11°, nella Brigata macellai – cominciò Colley sventolandosi un foglio spiegazzato davanti alla faccia. Lo usò per fare un po’ di teatro, ma anche per disperdere le volute di fumo della sua sigaretta e di quelle di Tommy e Jay, che per uno scherzo del vento prendevano la sua direzione avvolgendo lo spazio davanti a lui
– Più precisamente siete assegnati alla compagnia del capitano Medina – continuò Colley – Medina è in licenza e ne avrà per un bel po’. Ha una cazzo di scheggia nella schiena. Una gran fortuna se la vedi da un certo punto di vista. Quindi il vostro culo è tutto mio, insieme a tutto quello che gli sta sopra e sotto”.
I sei della compagnia risero, ognuno in un modo proprio, ma all’unisono e spontaneamente, senza piaggeria. Anche il caporale, che aveva una vistosa bendatura al braccio sinistro; mentre lo faceva si era stretto forte la ferita con l’altra mano, ma la sua smorfia di dolore non cambiò in alcun modo le tinte della scena. Tommy Glenn concluse che con i suoi Colley avesse un rapporto decisamente non paragonabile a quello canonico che si instaura tra ufficiale e sottoposti. Aveva dagli uomini della compagnia “Charlie” un rispetto diverso da quello che gli derivava dal grado; probabilmente perché era un mustang, uno di quelli che arrivavano in Vietnam insieme alla truppa, da semplici soldati e che le stellette finivano per guadagnarsele sul campo. E così quei sette, il tenente più gli altri sei, anche se accettavano tutti le regole necessarie della gerarchia, da un altro canto erano alla pari, procedevano in fila ma uniti da una fratellanza capace delle stesse azioni, con le mani sporche dello stesso sangue e la melma fino al collo. Tommy non aveva ragione di pensare che il medesimo filo d’acciaio non legasse anche tutti gli altri soldati della compagnia e che presto o tardi sarebbe toccato anche a lui.
Colley intanto aveva gettato per terra la sigaretta consumata neppure per metà e si era messo in disparte ad accendersene un’altra. Doveva trattarsi di un gesto preordinato, che servì al caporale con la fasciatura al braccio a intervenire.
– Quello che il tenente Colley vuol dire è che per starcene tutti insieme tranquilli non sono sufficienti le cagate del comando. C’è altro, c’è la Prova.
Tommy Glenn, incredulo, pensò subito a come l’America fosse riuscita a trasferirsi, ipocrita e senza vergogna, tutta intera e senza differenze apprezzabili anche laggiù a diecimila miglia di distanza; a come ogni volta le venisse naturale ovunque andasse. La prova di cui parlava il caporale Juarez lo aveva rimandato indietro a casa, ai due anni di college, al rito iniziatico a cui aveva dovuto sottoporsi per essere ammesso nell’associazione di cui avevano fatto parte tutti e due i suoi fratelli maggiori nei loro anni universitari. Allora, lo avevano chiuso in una bara, nella cantina della sede dell’associazione per una o due ore. Uscirne era stato come resuscitare. Poi erano state solo promesse non mantenute, il college interrotto a metà strada e la guerra che in alcuni giorni, quelli più cattivi, gli era parsa proprio la bara dell’associazione, con la differenza che l’epilogo non era noto e che alla resurrezione non c’era da credere neanche per un minuto.
– Oggi poi è la giornata ideale. Siamo a capodanno – annunciò il caporale Juarez.
– Capodanno? Ma è il 1968 da un mese – sbottò Jay, il ragazzino che era con Tommy e che per la prima volta faceva sentire la sua voce, acuta e pedante.
– Sta parlando del fottuto capodanno Vietnamita, negro. Del Tết – disse un altro dei soldati, un ragazzo di vent’anni magrissimo, con le lentiggini e gli occhi azzurri.
– Quindi? – chiese a questo punto Tommy, con una voce piatta, senza inflessioni, senza sarcasmo, ma semplicemente con l’impazienza di chi vuole arrivare alla fine della discesa.
Colley allora si avvicinò al suo nuovo soldato, come se fosse stato chiamato in causa.
– È il Tết. È il loro di capodanno. Oggi per i gooks, per i gialli, è giorno di festa grande. A capodanno anche i viet se ne stanno quieti e non escono dai buchi. Così noi prima dell’alba planiamo in città, perché è in arrivo una bella licenza puntaci pure tutti i dollari che hai in tasca, e laggiù tu e il negretto entrate davvero nella compagnia.
Non ci fu molto altro da dire e tutto terminò insieme alle sigarette, che anche loro all’unisono, si scioglievano in cenere.
Un’insolita frescura scese sulla base insieme all’ennesimo tramonto rosso come il sangue e giallo come l’oro.

-

Le due jeep si fermarono insieme in uno spiazzo ingombro di macerie, davanti a una palazzina di due piani.
La casa aveva due volti distinti. Un lato era integro e candido, quasi fosse stato ridipinto di fresco; l’altro esibiva una buona parte della muratura sventrata e proiettava sulla strada, in bella mostra, il misero arredamento di due stanze abbandonate al primo piano. Erano a due passi dall’ambasciata americana e dal centro di Saigon, dove la festa era nel pieno, eppure lì erano altrove. L’eco del capodanno non sembrava essere arrivata sin là. In un angolo, attorno a un fuoco perennemente acceso degli uomini giocavano a carte e bevevano come in un giorno qualunque, in una sequenza di mosse e di gesti che apparivano codificati, sedimentati. Chi festeggiava forse il nuovo anno, invece, erano un paio di galline che anche se era buio, battevano il cortile alla ricerca di cibo o di uno scopo. Erano bianchissime e rilucevano nell’oscurità.
Su una sedia di vimini, davanti al portoncino d’ingresso della palazzina, se ne stava seduta una donna anziana. Senza alzarsi, si era girata verso l’interno della casa e aveva gridato qualcosa, un avvertimento o un ordine forse.
Scesero tutti dalle jeep. Tommy notò che ai piedi degli uomini intorno al falò, c’erano delle armi. Dei fucili automatici americani, a prima vista. Lanciò uno sguardo interrogativo a Juarez, che gli rispose annuendo, come a dirgli che era tutto a posto.
– Siamo fortunati. Sembra che non ci sia folla stanotte – disse Colley, accendendosi la centesima sigaretta.
Fece un cenno, una specie di saluto alla vecchia seduta, e quella aveva gridato un’altra cosa nel portone. Poi l’ufficiale si rivolse ai soldati, che oltre a Jay e Tommy erano gli stessi sei di poco prima alla base.
– Se siamo qui è solo per i nostri due nuovi amichetti, il negro e il ragazzo taciturno. Perciò non fatevi prendere da pruriti strani. Per voi sarà per un’altra volta – disse senza guardarli in faccia, ma fissando un punto imprecisato davanti a lui. Poi si avvicinò a Tommy e a Jay, che attendevano uno accanto all’altro di fianco a una delle due macchine.
– Lì dentro – disse accennando alla casa mezzo diroccata – c’è la puttana più bella, più brava e più furba di tutta Saigon.
– Auguri. Tutta qui la Prova, andare a puttane? – lo interruppe Jay con la sua voce stridula.
– Sì. Se vuoi vederla così. E no. Se mi ascolti e la finisci di fare il coglione. Quello che non ti è ancora chiaro, negro, è che tra entrare nella compagnia su semplice invito del beneamato comando e farlo perché ti accogliamo noi a braccia aperte, c’è una differenza non da poco. Solo nel secondo caso qualcuno ti salverà il culo quando sarai là fuori, all’inferno. Quindi taci e ascolta. Sigaretta? – disse Colley consegnando in mano a Jay una cicca e il solito zippo.
Il caporale Juarez rise fragorosamente, e mentre lo faceva assestò al ragazzino del North Carolina uno schiaffo sulla nuca, facendolo carambolare di lato su una delle Jeep. Jay non disse nulla.
– Cerco di terminare il discorso – fece di nuovo Colley – Ko ha i suoi bravi metodi. Quando dico che è scaltra ed è brava a fare il suo mestiere, non intendo dire che succhia e scopa meglio delle altre. Solo che ha un suo personalissimo modo per guadagnare il più possibile con il minimo sforzo. Ma anche che sa rispettare un contratto. Noi sappiamo che tipo è e cosa ti aspetta su da lei, ma qui capitano sempre soldati nuovi da fregare…
– Ko si fa sempre pagare in anticipo. Un po’ meno delle altre, ma sempre prima di entrare nella sua stanza – fece uno dei sei soldati.
– E quattro volte su cinque almeno, riesce a prendere la grana senza fare nulla. Quelli entrano e vanno via subito – riprese Juarez.
– Penso di non aver capito, caporale – disse Tommy
– Hai mai scopato con un ragazzino davanti, Glenn? Eh? Dimmi… – gli chiese Colley parlandogli a non più di 10 pollici dalla faccia – Perché è quello che succede lassù. Tu paghi Ko la meravigliosa. Entri nella sua stanza. E in un angolo o davanti alla finestra immancabilmente trovi il ragazzo, poco più di un bambino, che se ne sta a leggere, o a fumare o a fare un cazzo di niente. Non si sa bene chi sia per lei, il figlio, il fratellino o che ne so. Ed è inutile che protesti. Se te la vuoi scopare, in tutti i modi possibili e immaginabili, puoi farlo, ma il ragazzo resta lì.- Altrimenti amen. Addio ai soldi e vai a ficcarlo da un’altra parte, magari in una delle stanze accanto. È così che fa la maggior parte dei clienti. Poi ci sono i gran pezzi di merda che ci passano sopra e decidono di andare avanti.
– E mai nessuno che le ha piantato una pallottola nella schiena o l’ha sfregiata? Io farei esattamente questo – disse Jay. La sua voce era sempre più acuta, alterata. Tommy stentava a sopportarla.
– Nessuno può toccare Ko – rispose invece calmo Colley – Ci sono i tipi armati laggiù. E poi ci siamo noi. Questa è zona nostra. È zona mia.
Il tenente a quel punto gettò l’ultimo mozzicone per terra, si avvicinò ai due ultimi arrivati e mise a ciascuno una mano su una spalla.
– Io ho bisogno che voi due andiate da Ko e dal ragazzino e facciate quello che dovete. A me serve sapere se siete o no due persone pronte a pisciare sopra la propria coscienza. Sono le uniche a cui guardo le spalle e da cui me la faccio guardare. E servirà anche a voi anche quando dovrete sparare su una donna o su un bambino. Sarà tutto più facile. Fate conto che questa stronzata sia un aspetto dell’addestramento che a Schoffield Barracks o a Fort Benning o dove cazzo vi hanno formato prima di spedirvi qui con la posta aerea non potevano darvi. Una specie di bizzarro privilegio.
Colley, ancora con le mani sulle spalle dei due li accompagnò alla porta. Salutò la vecchia. Le offrì una sigaretta e quella rise in silenzio, scoprendo i suoi denti guasti anneriti dal tabacco. Anche il tenente rise. Dentro, ai piedi delle scale un uomo con un M16 a tracolla si spostò per lasciarli passare. Tommy e Jay salirono due rampe con Colley dietro che fischiettava un pezzo di Johnny Cash. Si fermarono davanti a una porta. Colley busso una volta sola.
Aspettarono due minuti buoni. Venne ad aprire una ragazza. Era molto giovane e dalla cintola in su era nuda. I capelli scuri erano lunghissimi e fluenti e le coprivano le spalle e la schiena e il seno piccolo e perfetto. Colley le sussurrò una parola in un orecchio e le mise in mano alcune banconote. Subito dopo spinse Jay e Tommy dentro e chiuse la porta.
La stanza era misera, ma sembrava pulita. Un letto, un armadio. In un angolo un lavandino, la ceramica era bianca e linda. Davanti all’unica finestra, che si affacciava sullo spiazzo dove si erano arrestate le jeep, c’era il ragazzino. Poteva avere undici anni al massimo. Quando erano entrati guardava fuori, mentre adesso si era girato e li squadrava. Muoveva gli occhi da uno all’altro dei presenti, senza interruzione. Li controllava forse. Tutti e tre, Tommy, Jay e la ragazza che chiamavano Ko. Tommy si convinse che il ragazzino in una maniera che non riusciva a spiegarsi gli stesse entrando dentro, e che quegli occhi puntati su di loro servissero più a dire che a cercare o chiedere.
Ko si sfilò la gonnellina rossa che la copriva, andò da Jay e lo prese per mano per condurlo verso il letto. Jay non fece un passo. La donna, lo tirò appena dalla sua parte, insistendo ma senza troppa convinzione. Il ragazzo dalla voce querula non si mosse e non disse una parola. Non riusciva a distogliere gli occhi dalla finestra e dal ragazzino. Poi volse lo sguardo indietro e uscì piano dalla stanza.
Che Jay era un morto che camminava, questo si trovò a pensare Tommy Glenn senza volerlo. E che lui invece dalla bara in cui l’avevano chiuso, come al college, sarebbe uscito in un modo o nell’altro. Incontrò per l’ultima volta gli occhi del ragazzo alla finestra, si tolse tutto quanto aveva addosso tranne la catenina con le piastrine, prese la mano di Ko e la portò a letto. Non risparmiò un centimetro della sua pelle, che se non emanava proprio un buon odore ne aveva almeno uno del tutto diverso da quelli che lui respirava da molto tempo a quella parte. Si prese tutto il tempo necessario a farne una scopata decente, senza assecondare i movimenti della giovane donna che tentava di accelerare la fine e senza pensare a null’altro che a lei e a quel letto e cacciando con tutte le sue forze la disperazione che montava da ogni parte.
Non c’era più nulla da fare e dire e pensare, quando Tommy si accorse che nella camera erano rimasti solo in due. Lui e Ko.
Glenn si stava ancora rivestendo quando giunse il boato di un’esplosione e il raschiare di raffiche di mitra ravvicinate. Pochi attimi dopo la porta si spalancò. Il caporale Juarez infilò la testa nella stanza e gli gridò di fare presto e qualcos’altro a proposito dell’Ambasciata. Tommy scese le scale di corsa con gli stivali anfibi mezzo slacciati e la camicia della divisa in mano.
Le jeep erano già cariche degli uomini. Mancava solo Colley. Tommy lo vide sulla soglia della palazzina. Aveva dato al ragazzino di Ko un pacchetto nuovo di sigarette e gliene stava accendendo una di persona. Sorrideva. Accanto a loro c’era la vecchia. Partirono non appena Colley li raggiunse. Mentre sgommavano via, Tommy riuscì a vedere la donna che dava al ragazzino una piccola busta rossa, il regalo per il suo Tet.

Titoli di coda: Hope to meet you

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: