Acido desossiribonucleico

In anteprima esclusiva vi presentiamo questo racconto, dal nuovo libro di Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani (Neo edizioni), da domani nelle librerie. Buona lettura.

Era rimasta incinta nel modo più classico e stupido: il preservativo, tirato fuori dalla confezione, si era lacerato, permettendo così al seme del suo compagno di raggiungere la tuba di Falloppio. Là dentro uno spermatozoo aveva raggiunto l’ovulo e ne aveva perforato la parete, dando così inizio alla mitosi di una nuova cellula. Erano bastati pochi minuti per definire il progetto di un nuovo individuo: lei aveva messo ventitré cromosomi, lui gli altri ventitré, e quindi era iniziata la lotta tra geni dominanti e geni recessivi. In palio, c’erano i contorni degli organi interni, le circonvoluzioni del cervello, il colore degli occhi, il grado di propensione alla depressione e al gioco d’azzardo, la base di partenza sulla quale costruire i futuri gusti sessuali, la lunghezza dell’alluce rispetto all’indice dei piedi, i talenti, i denti e la mandibola, il tono della voce, il sesso. E il viso.
Il suo compagno si era mostrato molto sereno, come fosse ingenuamente convinto che la procreazione richiedesse una volontà consapevole, assente nel momento di quel preciso orgasmo. Mesi prima, mentre erano in vacanza a Malta – un regalo di alcuni amici – avevano parlato della possibilità di avere figli, e sebbene a lui non sarebbe dispiaciuto averne uno, perché aveva trentacinque anni, e conservava bei ricordi della propria infanzia, il no categorico di lei aveva reso inutile qualsiasi ulteriore considerazione.
Ma lei era preoccupata. Quando si era resa conto di quello che era successo, aveva subito calcolato quanti giorni erano passati dall’ultima mestruazione, usando come punto di riferimento la domenica in cui era andata in una piscina termale con la sorella del suo compagno, e il marito di lei. Nello spogliatoio, mentre si metteva il costume, si era accorta, con un certo disappunto (il biglietto di ingresso era costato sedici euro, e non aveva nessun Tampax a portata di mano), che le erano appena venute. Aveva passato il pomeriggio distesa su una sdraio di plastica bianca, a bordo vasca, leggendo il noir svedese che il marito della sorella del suo compagno aveva portato con sé, o buttando occhiate annoiate e un po’ risentite verso la piscina. Da quella noiosissima giornata erano passati quattordici giorni. Era a metà del ciclo. E poiché lo avevano fatto in macchina – un’idea del suo compagno, che riteneva fosse molto vintage farlo in una stradina male illuminata quando entrambi (non convivevano) avevano un appartamento libero a disposizione – non aveva neppure potuto infilarsi in doccia e pulirsi: lo sperma era rimasto almeno un’ora dentro di lei, facendo tutto quello che la natura prevedeva facesse.
Tre settimane dopo, nei bagni del Tribunale di Venezia dove lavorava, urinò su un tester per la gravidanza che aveva comprato all’Auchan. Le tremavano le mani, e le sembrava che lo stomaco pesasse una tonnellata. Nel gabinetto accanto, una collega continuava a tirare l’acqua per coprire i rumori di una evacuazione piuttosto difficoltosa. Seduta sul cesso, con le mutande abbassate, chiuse gli occhi e contò fino a sessanta, e per tutti i sessanta secondi volle credere che da qualche parte esistesse un Dio capace di ascoltare la sua umile preghiera. Li riaprì. Guardò il tester. C’erano due linee, ben evidenti, una accanto all’altra, la curiosa firma che, nel ventunesimo secolo, la vita aveva scelto per comunicare la propria insistenza.
La giornata continuò con la consistenza dei sogni: voci attutite e lontane, ondeggiare di muri, fastidiosi squilli di telefono. In giro per il Tribunale c’erano le telecamere di Canale 5, che cercavano informazioni su un processo la cui prima udienza era stata fissata per quel giorno – un uomo era accusato di aver ucciso la moglie e di averne fatto sparire il corpo. Fermavano tutti, con la speranza di trovare qualcuno disposto a raccontare qualche retroscena capace di rovesciare un verdetto che, a detta di molti, sembrava già scritto.
Un giudice delle udienze preliminari la incrociò in un corridoio e le offrì un caffè; davanti alla macchinetta, lui abbozzò un blando tentativo di corteggiamento, quasi pro forma. Prima di mezzogiorno una della cancelleria, che spesso incontrava in treno, la invitò a uscire per fumare insieme: il cielo era azzurro, e l’estate stava ritirando il suo manto afoso, lasciando il posto a un autunno limpido e fresco.
Pranzò da sola – una piadina e una coca cola in un bar dall’altra parte di Rialto. Alle pareti c’erano vecchi proverbi veneti sul vino, e sui suoi benefici effetti. Il suo compagno la chiamò alle due – era dalle parti di Trento, dove aveva avuto una riunione, e il termometro della macchina segnava sette gradi – ma non le chiese niente delle mestruazioni che non erano ancora arrivate e lei non disse nulla del tester sul quale aveva pisciato qualche ora prima. Lui, tra l’altro, non si accorse della voce che le tremava, e questo la rincuorò. Nel pomeriggio, cercò su Google il modo per calcolare la data prevista del parto – metà giugno –, le dimensioni dell’embrione a tre settimane dal concepimento, le strutture alle quali si sarebbe potuta rivolgere per un supporto, e il termine ultimo entro il quale era possibile abortire. Dopo due conti, seppe che suo figlio, o quel grumo di cellule in rapida espansione (punti di vista) non sarebbe arrivato a Natale.
Per anni era passata davanti al consultorio di Padova, senza sapere cosa fosse, cosa facessero lì dentro, a cosa servisse. Telefonò per fissare una visita. Due giorni dopo prese un giorno di ferie, e si presentò all’appuntamento con un vestito scuro. Nella piccola sala d’aspetto – una stanza dimessa con dei quadri astratti alle pareti, e un tavolino pieno di opuscoli pubblicitari nel centro – c’era una ragazza rumena, o ucraina, che parlava sottovoce al telefono. Aveva il naso piccolo, a punta, gli occhi azzurri incassati sotto una fronte bianca e dritta, e l’aria impaurita. Dalla finestra entrava la luce improbabile delle mattine in cui si stava a casa da scuola, una tonalità da influenza, vomito e tosse. Dalla strada sotto arrivavano i clacson delle macchine in colonna al semaforo, e un rombo basso e costante di motori stanchi. Poco più in là si vedevano i binari bagnati che entravano in stazione, e quando il vento girava per il verso giusto si sentivano gli annunci dei treni in ritardo, e l’instancabile, premuroso invito ad allontanarsi dalla linea gialla. Per un attimo le sembrò inspiegabile l’accanimento col quale la gente voleva rimanere in vita: il mondo, e ogni singola giornata, offrivano poche attrazioni degne di nota. Poi guardò il proprio riflesso nel vetro di un quadro. Quanti anni erano passati dal primo intervento? C’era stato un errore durante la progettazione del suo corpo, simile a quello che colpisce quegli uomini che sentono, fin dalla tenera età, di aver ricevuto il sesso sbagliato: a lei, avevano dato la faccia di un’altra persona. Per questo, aveva iniziato a lavorare appena finite le scuole, e coi primi feroci risparmi s’era fatta sistemare il naso; un anno dopo aveva ridotto il mento, e sollevato gli zigomi, e quindi era intervenuta sulle orecchie. A ventitré anni, un vecchio parente incrociato in centro, a Padova, non l’aveva riconosciuta. Fu il giorno più bello della sua vita. La brutta ragazza che era stata, quell’anatroccolo che non veniva mai notato alle feste, la ruota di scorta di ogni compagnia, aveva lasciato il posto a una donna diversa: a una donna i cui lineamenti corrispondevano in modo inequivocabile a ciò che stava dentro. La lunga, dolorosa, e costosa procedura per rettificare l’involucro aveva funzionato, e quando si specchiava nelle vetrine, nello specchio del bagno, nelle lenti degli occhiali da sole di chi la guardava, finalmente si riconosceva.
I suoi non avevano accettato la trasformazione. L’accusavano di superficialità, e tiravano in ballo le veline, il Grande Fratello, la televisione, il consumismo. Litigarono, e smisero di parlarsi. Anni dopo, una domenica aveva visto sua madre uscire da una pasticceria; anche se le si strinse il cuore, non ebbe il coraggio di avvicinarla. Soffriva, per quella distanza, ma sapeva con certezza che la vera superficialità era considerare il corpo come un mero accidente, un dato di fatto che non aveva nulla a che fare con la propria esistenza. Ma il viso era tutto ciò che gli altri possedevano di lei: nei ricordi degli amici e delle persone che amava, nei loro sogni, nell’idea che avevano di lei, c’erano sempre la faccia, gli occhi, il naso… Non voleva essere pensata in un modo diverso da quello che era.
Venne il suo turno, ed ebbe un attimo di smarrimento – non era sicura di voler sostenere un dialogo sulla sua intenzione di abortire. La dottoressa, però, fu avara di domande; sembrava dispiaciuta, ma non per lei – dispiaciuta in generale, dispiaciuta di essere in quel consultorio a fare quel lavoro, o di essere alla soglia dei quaranta senza una fede al dito. La visitò velocemente – come un meccanico esperto che si concentra sulle cose essenziali. Poi, con tono neutro e distante, le spiegò le alternative che lo Stato offriva per evitare l’aborto; le diede anche un opuscolo sui metodi contraccettivi, perché, disse, non ci si dovrebbe mai trovare nelle condizioni di dover prendere una decisione così difficile. Quindi, sbrigate le formalità, fissarono la data dell’intervento.
La sera andò a cena con il compagno, in un bellissimo agriturismo in mezzo ai campi. Avrebbe voluto continuare a nascondersi, ma sentiva che una bugia di quelle dimensioni avrebbe creato un solco irreversibile; tra il primo (tortellini con le pere) e il secondo (tagliata all’aceto balsamico con contorno di patate) gli disse che era rimasta incinta, e che non aveva intenzione di partorire.
Lui la fissò per qualche istante. Con le dita aveva appena finito di fare una pallina di mollica, che faceva rotolare lentamente lungo il corpo liscio della forchetta; l’altra mano, invece, stava appoggiata al tavolo, aperta e immobile. Con lo sguardo fisso su un ornamento floreale del piatto, le disse: «È una decisione che dovremmo prendere insieme, no?»
«No».
«I figli… riguardano il futuro di entrambi».
«Io non voglio avere figli. Se tu non li volessi, non avrei modo di obbligarti. E tu non devi obbligare me».
«È perché non siamo sposati?»
Il cameriere portò via i piatti, in silenzio.
«Non c’entra nulla».
«Possiamo sposarci. Io potrei cercare un lavoro più stanziale, che non mi faccia andare sempre in giro. So che a Padova cercano persone con il mio profilo. Potrei mandare dei curriculum».
«Non cambierebbe nulla. Guarda, davvero, non ho voglia di parlarne. Ho già fissato il giorno».
«Sai già se è maschio o femmina?»
«Che razza di domanda è? Non lo voglio sapere».
«Preferirei una femmina. Ti somiglierebbe».
Fu allora che le venne da piangere. In quei giorni aveva provato in tutti i modi a zittire la ragazza con il naso camuso, le orecchie a sventola e il mento sporgente che si portava dentro – quella che non poteva permettersi il lusso del compromesso – e aveva cercato di trovare motivi accettabili, qualcosa in grado di spiegare il rifiuto di partorire; ma il centro del suo no, la sorgente inesauribile della sua opposizione, aveva un nome impronunciabile. Gli interventi maxillofacciali, le ossa che avevano dovuto rompere, la pelle cucita secondo precisi canoni estetici, non erano stati in grado di piegare o trasformare i suoi cromosomi: la creatura che stava crescendo nella sua pancia avrebbe avuto la faccia che lei, con tanta fatica, aveva abbandonato.

Durante il tragitto verso una delle loro case – non avevano ancora deciso quale –, rimasero quasi sempre in silenzio. Lui era più dispiaciuto che arrabbiato. Aveva provato a convincerla che valeva la pena provare a tenere il bambino, ma si era arreso, con una smorfia di amarezza. Lei, che non avrebbe mai potuto spiegare i motivi di quella decisione, si era chiesta se il rimpianto per quell’occasione perduta si sarebbe stemperato con il tempo, o avrebbe aperto una voragine di recriminazioni nella quale sarebbero sprofondati.
La campagna che stavano abbandonando era immersa nel buio, e pareva sconfinata. Sopra i fossi che separavano i campi si intravedeva il respiro bianco dell’acqua. Una calotta di luce gialla, appoggiata sulla città che si avvicinava lentamente, copriva le stelle. Lei, appoggiata al finestrino, un po’ guardava fuori e un po’ fissava il proprio viso riflesso sul parabrezza. Quando si erano messi insieme, il suo compagno le aveva confessato che si era innamorato di lei per lo charme francese dei suoi lineamenti; le aveva fatto piacere, ma accettando quel complimento, accettando che fosse proprio quello l’elemento fondante del loro amore, aveva compromesso il futuro dei suoi possibili figli. Anni prima aveva distrutto le poche foto di quando era ragazza – ricordava il falò azzurrino in un parco umido di pioggia, il crepitio secco, il mucchietto di cenere nera – e la cancellazione del passato le era sembrato un gesto legittimo, e possibile; ma le forme di quel passato che attraverso i sottili filamenti di acido desossiribonucleico si erano tramandate di madre in figlio per milioni di anni, ora stavano tornando alla luce come una prova nascosta in modo maldestro. Il frutto del suo ventre sarebbe stato un testimone inconsapevole di quell’inganno, un’incontrovertibile prova a suo carico, come il luminol dei RIS che smaschera le tracce organiche in una stanza all’apparenza immacolata. Aveva pochi giorni, suo figlio, ed era già contro di lei. Un mafioso pentito. Come avrebbe potuto spiegare questo al suo compagno? Come poteva dirgli quello che sentiva? Lei non poteva parlare, e lui non poteva capire.
Lui si girò di scatto, la guardò, e con un filo di voce le disse che era bella, come per farle capire che non c’erano problemi, che l’avrebbe perdonata; e lei provò a sorridere, ma quando tornò a specchiarsi nel parabrezza le parve di intravedere, oltre i suoi lineamenti, un buco nero e freddissimo di sconfinato dolore.

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5 Responses to Acido desossiribonucleico

  1. Paolo Zardi scrive:

    Grazie per l’ospitalità! 🙂

  2. morena fanti scrive:

    Molto bello. Molto Paolo Zardi. Grazie.

  3. Gran bel racconto. Lacerante, freddo e, al tempo stesso, rovente. Vado in libreria, testé.

  4. matteoplatone scrive:

    Quando vuoi 😀

  5. Elle scrive:

    Mi piace quando leggo qualcosa su un tema che non mi sarei mai aspettata, e mi piace quando il finale si ricollega all’inizio, spiegandolo, e mi piace quando dettagli apparentemente inutili non solo si amalgamano ad una storia dall’apparenza quotidiana senza strappi fastidiosi, ma si rivelano affatto inutili, e la storia per niente quotidiana, e mi piace quando senza accorgermene arrivo alla fine, e mi piace quando trovo la mia frase preferita (“La campagna che stavano abbandonando era immersa nel buio, e pareva sconfinata”). Sono sempre più curiosa di tutto il libro!

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