Il ricordo di Daniel

Quello che segue è un estratto dell’ultimo romanzo di Marco Candida, Il ricordo di Danielil-ricordo-di-daniel, pubblicato da Edizioni Anordest (2013), dove il protagonista, risvegliatosi dal lungo coma in cui è caduto dopo un incidente automobilistico, non riconosce più niente del mondo di cui fa parte. Il proprio lavoro, la propria famiglia, addirittura se stesso e i propri gusti gli sono estranei, al punto da sospettare di un piano ordito dai suoi genitori e dalla fidanzata alle proprie spalle. Un piano escogitato per trasformare Daniel in un uomo diverso, come gli altri hanno sempre sperato che potesse un giorno diventare.

Daniel prende la sua automobile e rincasa a Cuneo. E’ già scuro per il nuvolo che c’è stato tutto il giorno. Alle undici ha telefonato a Sara. Gli ha detto che andava dal parrucchiere alle due. Poi faceva spesa. Per cena gli prepara gnocchi con la fonduta e un’insalata. Qualcosa di leggero. Daniel ha messo su qualche buon chiletto stando in ospedale e anche al lavoro. Al ristorante ha imparato ad andarci piano, perché mettendo tutto quanto nella nota spese della ditta all’inizio tendeva a rimpinzarsi anche troppo, concedendosi un primo e un secondo o un secondo e un dolce. Arriva a Cuneo che sono le sette e dieci. Ha chiamato Sara per rassicurarla come fa sempre, ma lei non deve aver sentito il cellulare, non gli ha risposto. Va molto piano con la macchina. Questo per via dei suoi problemi alla vista. A volte le immagini si sovrappongono a quel che vede disturbandolo non poco. In effetti è molto rischioso quello che fa. Non dovrebbe guidare. Sara deve essersi accorta di qualcosa visto che vuole star lei dalla parte del volante quando tornano a Tortona nei fine settimana o quando compiono tragitti più lunghi del solito. Comunque ha imparato che se guarda la strada e non si lascia distrarre dalle insegne dei negozi o dai cartelloni delle pubblicità non gli viene nessuna allucinazione.
Mentre pensa anche a queste cose in mezzo ai pensieri del lavoro, alle parole che ha sentito per tutto il giorno (gli ritorna persistentemente nella testa la parola “piezometrico”) canticchiandosi una canzone che passa la radio di Randy Houser dal titolo Anything Goes, Daniel imbocca Corso Nizza e, parlando di dettagli che lo fanno distrarre dalla guida, vede qualcosa che per poco non lo fa sbattere contro una delle colonne dei portici di Corso Nizza in prossimità, nemmeno a farlo apposta, del negozio di abbigliamento BOTTA&B. Enrico. Vede Enrico uscire dal negozio e dietro di lui Sara. Non può sbagliarsi perché Enrico indossa una delle sue camicie messicane o hawaiane, comunque una delle sue camicie da gonzo. Le indossa anche con quel tempo schifoso. E’ incredibile. Daniel rallenta ancora. Sente vampe di calore sul collo. Il cuore prende a martellarlo. C’è un vigile davanti a lui. Daniel però parcheggia lo stesso in sosta vietata. Attiva il segnale di emergenza. Esce dall’auto. Sputacchi di pioggia lo raggiungono alle guance, sugli occhi. Daniel cammina velocemente sotto i portici. Ecco Sara. Ecco Enrico. Sono a venticinque, trenta metri. Enrico ha i capelli tagliati in modo diverso e no, non indossa camicie strane. Niente guayabera o waikiki – la camicia hawaiana del cavolo che Enrico aveva addosso la volta che, Daniel non ricorda nemmeno più quando, ha trascorso una serata con lui, Sara e sua moglie Elisa. Indossa invece un cappotto nero. Elegante. Non porta gli occhiali con la montatura di plastica rossa. Sara e Enrico stanno venendo verso di lui. Ha visto la loro esitazione quando lo hanno riconosciuto. Daniel si avvicina. Sara lo saluta. Lo saluta Enrico. Daniel non sa bene cosa dire. Enrico non gli sorride. Sembra piuttosto imbarazzato di averlo incontrato. Sembra non sapere cosa dire. E’ tutto diverso dall’Enrico con la battuta sempre pronta che ha conosciuto lui. Daniel osservandolo si accorge che è arrivato persino a schiarirsi la pelle per l’incontro con Sara. Si deve essere messo una di quelle lozioni che si mettono i tipi che indossano guayabere o waikiki – e cappotti eleganti per incontrarsi di nascosto con le donne degli altri. Senza le righe scure di barba sembra molto più giovane. Prima che uno dei due possa dire qualsiasi cosa, Daniel rompe gli indugi dicendo:
Ciao, Enrico”
Carica quel “ciao” con un tono di voce il più minaccioso possibile. Pronuncia la “a” molto larga e molto a lungo, aprendo la bocca e distorcendola. Vuole fargli capire che se potesse gli metterebbe le mani addosso anche lí, sotto i portici di Corso Nizza.
Seguono una ventina di secondi di silenzio. Sara e Enrico evidentemente non sanno cosa dirgli. E’ evidente che Enrico e Sara si vedono di nascosto da lui. Questo spiegherebbe molte cose. Sí. Spiegherebbe parecchie cose. In ogni caso Enrico dovrà avere una giutificazione molto convincente che non soltanto di essere venuto da Tortona a Cuneo per comprarsi una popeline, una oxford, una piquet o una shantung.
Poi incredibilmente Sara dice: “Enrico? Ma guarda che questo non è Enrico”
Daniel si mette a ridere. Poi diventa rosso. “Mi prendi in giro, Sara?
Sara si rivolge a Enrico gli dà un’occhiata. Si mette a ridere anche lei, ma assume più che altro l’atteggiamento di una persona che cerca di sdrammatizzare. “Sí, in effetti, Riccardo, un po’ ad Enrico ci assomigli” dice voltandosi da Enrico.
Daniel è confuso. “Ti va di scherzare…”
Enrico si avvicina. Adesso gli sorride. “Oh, lei è Daniel! Piacere – gli tende una mano; gli parla con un vocione baritonale – Io sono Riccardo Dalmasso”
Daniel è ancora confuso. Guarda l’uomo cercando di capire se non lo stanno prendendo per i fondelli. “No, ma non è possibile… – poi Daniel cambia repentinamente tono e modi – Guardi, scusi, l’avevo presa per… L’avevo proprio presa per un altro…”
“Sí, Enrico è un nostro amico a Tortona”
“La signora – e ha fatto un cenno verso Sara – mi ha raccontato del suo incidente. Mi spiace molto – dice l’uomo – Ma mi pare si sia ripreso bene”
Daniel è quasi tentato di chiedergli di mostrargli la carta d’identità. Dice a Sara cercando di nascondere i suoi pensieri col tono di voce: “Però ci assomiglia parecchio a Enrico”
Sara e l’uomo che sostiene di non essere Enrico si mettono entrambi a sghiagnazzargli in faccia.
“Be’ – dice l’uomo – A questo punto me lo dovete proprio presentare, questo Enrico”
Sara ride.
“Sí. Be’, una volta o l’altra perché no? – dice e poi frettolosamente – La saluto, dottore” e prende Daniel per un braccio trascinandolo via.
Lui non riesce a opporsi, ha anche il pensiero di aver lasciato la macchina in sosta vietata.
Quando sono abbastanza lontani Daniel le dice: “Ma chi è?”
“L’ho incontrato in negozio. Abbiamo solo scambiato quattro chiacchiere”
“Quattro chiacchiere? Scambi quattro chiacchiere con gli sconosciuti?”
“Be’, forse perché assomigliava ad Enrico”
“Lo hai chiamato dottore”
“Ci credo! Fa il commercialista!”
“Gli hai fatto un invito… Gli hai detto ‘Una volta o l’altra perché no?’ – dice Daniel increspando la voce in una imitazione improbabile della voce di Sara.
“Vabbè, ma l’ho detto lí per lí. Per modo di dire…”
“Ma tu vuoi prendermi per il culo. Quello era Enrico!”
Sara si ferma e gli dà un’occhiataccia. “Non dirmi che sei serio, perché giuro che domani scappo via e non mi vedi più”
Daniel si frena. Smette di delirare. L’idea che Sara possa fare quel che ha detto gli provoca subito una fitta al petto. Daniel guarda verso l’uomo che sostiene di non essere Enrico. Ormai è lontano ottanta, cento metri. Tiene in mano il suo sacchetto con dentro un capo d’abbigliamento acquistato da BOTTA&B.
“Cos’hai comprato?” cambia discorso lui tornando alla donna che sostiene di essere la sua fidanzata e che sostiene di essere chi dice di essere.
Sara gli sorride, adesso più distesa. “Ho comprato una camicia da notte!” gli dice e gli sghignazza sulla faccia.

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