Il consulto di Granada


di Domenico Caringella

Un medico ignorante è l’aiutante di campo della morte.
Abū l-Qāsim Khalaf ibn Abbās al-Zahrāwī (Abulcasis)

Al di là delle idee, al di là da ciò che è giusto e ingiusto, c’è un luogo. Noi ci incontreremo là.
Jalal al-din Rumi

“Dolcezza. Ma che sia rispetto per l’infermo, non semplice e vuoto sorriso. Attendi e spera che sia il paziente a farlo. Sia il suo sorriso la mercede più ambita per la tua opera e accoglilo con compostezza. Un medico non sorride. Interferisce con il destino. E salva”.

Era stato il primo insegnamento che gli avevano impartito alla Scuola di Cordova. Seguire quel canone per Abdulrahman, cresciuto con la risata contagiosa del padre, era stato complicato, doloroso forse. Il prezzo era stato quello di far scomparire il sorriso, per sempre. Ma solo dalle labbra, nulla aveva potuto con gli occhi, due rivoltosi che continuavano a ridere tutte le volte che volevano. Per giungere a quel risultato era ricorso alla tecnica principale che aveva appreso presso la Scuola, alla cauterizzazione. Così la sua bocca ogni volta che gli occhi ridevano, appariva per quella che era diventata, una sottile e appena visibile cicatrice. In quei momenti Abdulrahman assumeva un aspetto imperscrutabile, a metà tra quello dell’animale leggendario di un bestiario e quello di un sacerdote. Ciò accadeva soprattutto quando assisteva a uno sbaglio, uno volontario, commesso senza scusanti. E in generale dinanzi all’imperdonabile. E al disonesto, come la parola Reconquista, o il modo con cui venivano usati i concetti di storia e di”Dio da coloro che in definitiva non erano altro che nuovi usurpatori, estranei rispetto alla terra dove lui viveva.
Naim, il figlio del sultano, giaceva sulla lettiga, la testa fasciata, gli occhi chiusi. Gli ricordava suo figlio o così credeva, perché tutti i pazienti più gravi in qualche modo glielo riportavano alla mente. Chabeli, la madre, era in piedi accanto lui, e dava le spalle a Abdulrahman. Era stata lei, non la prima ma certo la più convincente delle concubina di Boabdil, a esigere il consulto con l’ebreo e il rinnegato. Ciò di cui lui si era reso colpevole dinanzi alla favorita, era di aver tradito il proprio scetticiscmo sulle possibilità che il ragazzino sopravvivesse alla caduta dal cavallo berbero, regalo del padre per i suoi dieci anni; un cavallo giovane e indomito troppo simile a chi doveva cavalcarlo. Abdulrahman non aveva rinunciato a curarlo: conosceva a memoria il Metodo di Abū l-Qāsim (ne aveva ritrascritto un compendio personale durante gli anni dell’apprendistato a Cordova), il Canone di Avicenna e la Chirurgia Magna di Guy de Chauliac, ma si era rifiutato di incidere il cranio di Naim: non sarebbe stato utile quanto invece lenire, cauterizzare, mantenere in asse il corso delle cose. Non era stata dello stesso parere Chabeli, perché era solo una madre, solo un’infedele, perché la sua parola si sovrapponeva a quella del sultano. Quello che fino a qualche ora prima era stato il medico di corte, il nemico del destino, sapeva bene quanto peso la donna avrebbe avuto nel consulto, anche senza dire una parola.

Azulai e Gervasi arrivarono insieme, e subito si separarono, dirigendosi verso un angolo diverso della stanza; al contrario di quanto aveva fatto lui, ciascuno di loro era accompagnato da un assistente, che dall’atteggiamento e dalla qualità del loro sguardo a Abdulrahman sembrarono semplici appendici, compagnia, pubblico. Lo hajib, in rappresentanza del Sultano, e il suo scriba erano assisi, senza voce e immobili, su due scranni sistemati su una pedana, davanti alla grande finestra. Il medico percepì immediatamente la mano che stendevano sulla scena. Non erano testimoni o verbalizzanti, piuttosto degli officianti; giudici, forse. Non desistette, sapeva recitare una parte, al pari dei suoi due colleghi; lo aveva imparato sin dall’inizio, era un’arte accessoria che aveva poi perfezionato con il tempo. Pioveva sulla città, come di rado succedeva in quella stagione, e una luce livida e intensa illuminava la sala, definendone i confini e moltiplicando le ombre. Senza obbedire a un segnale, ciascuno dei tre dottori converse verso la lettiga, muovendo nello stesso momento e da un punto diverso, chiudendo un triangolo il ragazzo. A un cenno di Gervasi, il suo collaboratore si avvicinò al moribondo. Azulai, invece, cercò e trovò l’assenso di Abdulrahman, che gli rispose con il capo e scostandosi leggermente, prima di consentire al suo assistente personale di aiutare l’altro a sciogliere le bende, che caddero silenziose sul pavimento di alabastro egiziano. I capelli scuri del ragazzo erano lucidi di sangue. Con una spugna imbevuta d’acqua, rosso d’uovo e trementina lavarono la ferita. Era lunga e stretta, al centro esatto dell’infossatura che l’osso parietale aveva lasciato cedendo verso l’interno. A rasare la porzione di cranio interessata pensò l’assistente di Gervasi, utilizzando un paio di forbici e un coltello italiano affilatissimo. Abdulrahman fu l’unico a chinarsi per esaminare con attenzione e senza preconcetti la ferita trovando conferma in quella che era stata l’impressione immediata che aveva avuto quando aveva visto il ragazzo ancora cosciente, solo a qualche metro dal cavallo che lo aveva disarcionato in uno dei cortili interni della Hamrā. Gli altri due, orientarono sì lo sguardo sul cranio devastato di Naim (Azulai lo aveva anche preso delicatamente tra le mani), ma restando eretti, evidentemente già arroccati e impazienti di esporre le proprie tesi. Abdulrahman conosceva per fama la seduzione che le lame esercitavano sul giudeo, la facilità con cui la sua gente indulgeva ai sacrifici e al sangue, la sua abilità sterile nell’usarle e la sua ambizione a sostituirlo nei favori del sultano per quelli che sembravano gli ultimi scampoli di un regno dal destino già segnato. Del salernitano invece aveva rispetto. E timore. Era venuto in possesso per un caso fortuito di una copia in latino della Chirurgia bellica, scritta dal medico quando era stato al seguito di Carlo il Temerario sino alla sconfitta di Nancy. Nel trattato, Gervasi elencava minuziosamente, dimostrandosi dotato di una profonda perizia dell’anatomia umana e di un cinismo scientifico che ad Abdulrahman pareva rasentare il sadismo, le esperienze e i risultati della sua attività sui campi di battaglia francesi. Le tecniche, gli errori, i successi (pochi ma clamorosi), i progressi della sua mano e dell’arte di cui esercitava i fondamenti, aspetto che sembrava essere ciò a cui Gervasi teneva di più. Abdulrahman, come ogni volta, aveva letto e riletto il testo sotto differenti punti di vista, per apprezzarne il tenore, il significato e indagare la persona che si trovava dietro la mano che scriveva. Gervasi era capace di qualsiasi cosa con un bisturi, questo sapeva, eppure ciò che lo disturbava, sino a fargli illuminare gli occhi e a contrarre le labbra e serrarle, era la pretesa (Abdulrahman la intuiva dietro ogni descrizione, ogni digressione) di riconoscere a se stesso la medesima dignità del paziente, di essere l’ingranaggio principale, di privilegiare la medicina rispetto alla salvezza. Rammentò in quel momento l’esposizione meticolosa che l’italiano aveva dato dell’intervento a cui aveva sottoposto Labourd l’attendente di campo di Carlo a Nancy, le sedici braccia che lo tenevano fermo mentre con un punteruolo gli perforava il cranio, le sue urla e i suoi silenzi che si alternavano, il cervello, l’esordio di una sgorbia ricavata appena un’ora prima da una picca e da un’intuizione, il miracolo del risveglio del miltare il giorno dopo, l’importanza di averlo fatto sopravvivere una settimana di più. Erano trascorsi undici o dodici anni lunari da allora, ma non dubitava che quello che aveva davanti fosse la stessa persona.
Comprese che quello non era un consulto, una trappola piuttosto. Riuscì a prevedere la posizione dei pezzi sulla scacchiera di lì a un’ora, così rinunziò all’argomento, rinnegò la propria cautela e le proprie convenzioni e dichiarò la scommessa.
– Un piccolo foro fino alla dura madre. Drenerò il sangue con una cannula d’argento. Applicherò un meningofilace. Pregherò se ne sono ancora capace. Ma null’altro. Non mi spingerò oltre, non entrerò nel buio del cervello. Per Naim è ancora presto per il paradiso o per l’inferno.
Solo questo disse in quell’occasione Abdulrahman. Non espose una tesi, fu un annunciazione. Parlò come se non potesse essere che lui a intervenire.
Quello che seguì fu doloroso, ma immaginabile. Avevano deciso che andava fatto tutto quello che si poteva per salvare Naim. Anche ciò che era sconosciuto, insicuro, inutile. Quando lo hajib, restando seduto, aveva indicato Gervasi, nominandolo, Abdulrahman non aveva detto nulla, si era inchinato davanti al ministro. Andandosene lesse il trionfo sul viso di Chabeli, e sfiorò una gamba del ragazzo morente, un saluto più che una carezza.
Era quasi sulla porta quando si sentì stringere per un braccio, forte, senza riguardo. Si voltò con la scarsa rapidità che i suoi anni gli consentivano. Era Gervasi. Azulai gli era appena dietro e li guardava.
– Il consulto non è finito illustre Abdulrahman. Resta – gli disse Gervasi, con una voce calda, ferma, diversa da quella che l’antico allievo di Cordova gli aveva attribuito con la mente.
Azulai aveva annuito verso di lui, per counicargli che anche lui sarebbe rimasto. Abdulrahman non aveva ancora risposto nè deciso, quando nella sala portarono un’altra lettiga. Sopra c’era Itzak Spinoza, il mercante. Abdulrahman fu sorpreso dal vederlo. Sapeva che era una settimana che lo torturavano per conoscere la chiave di tutte le sue ricchezze. Il Sultano aveva una disperata necessità di denaro per continuare la guerra e non aveva più alcun freno. Abdulrahman si era occupato di lui, lo aveva mantenuto in vita. Due giorni prima era riuscito a fermare un’emorragia con la legatura di un’arteria.
Itzak, che era legato mani e piedi, fu posto accanto al ragazzo. Urlava e malediva. Abdulrahman ogni volta rimaneva rapito dall’ostinazione di quell’uomo, al suo coraggio cieco, al disperato attaccamento al denaro. Pensava che si fossero arresi con lui e che con l’ultima operazione lo avesse aiutato a salvarsi davvero e non a prolungare la sua agonia.
Gervasi, che accanto aveva adesso lo hajib, chiese gli altri due medici di assisterlo. Mentre l’italiano provava sul mercante – a cui un soldato con una pietra aveva nel frattempo colpito la testa nello stesso punto in cui si era fracassata quella di Naim – la stessa operazione che intendeva effettuare sul ragazzo, Abdulrahman si chiese per l’ennesima volta se la sua avversione per le dissezioni fosse genuina o non dipendesse in definitiva dal divieto assoluto contenuto nel sacro libro di curare il corpo violandolo con lame, punte. Da tempo aveva smesso di credere in Dio, di cercarne la benevolenza; se ne sentiva un avversario piuttosto. Ogni medico lo è, pensava. L’unica speranza che aveva serbato dall’assalto senza quartiere della scienza al suo credo, era quella di un altro luogo dopo la morte, dove continuare ad amare, a leggere, a soffrire.
Non dimenticò mai quello a cui assistette quel giorno: alla spavalderia di Gervasi, alla sua assoluta indifferenza per gli altri, alla sua formidabile bravura, al silenzio sul nascondiglio del suo denaro e agli spasmi che precedettero la morte di Ytzak.
Quando una settimana più tardi seppe che il ragazzo si era risvegliato, completamente cieco ma salvo, Abdlrahman scoppiò in una risata fragorosa. Risuonò nei corridoi, raggiunse i cortili, fece alzare in volo i fenicotteri del serraglio Sultano.
Era l’anno 895 dall’Egira, il 1490 per gli infedeli, e tutto stava arrivando alla fine.

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